Se penso alla letteratura, penso alla mia amante, con cui tradisco la vita.
Quella vita feroce e primitiva che uno come me conosce bene, essendo io cresciuto in un piccolo borgo di campagna, troppo lontano da Dio, così vicino a Roma. Da piccolo spesso guardavo il cielo e la sua bellezza mi commuoveva, poi mi intristivo. Penso a quando avevo undici anni e penso alle reazioni dei miei coetanei se avessi raccontato loro una simile storia.
Oggi è lo stesso. Ho quasi vent’anni ed è lo stesso.
Ora ho il coraggio di perdere compagnie per colpa di ciò che vedo e ciò che sento. Ho degli amici stupendi, bada bene! Ho imparato a leggere a sedici anni, credo, prima non avevo mai letto un libro. Lessi in meno di una settimana “Fango” di Niccolò Ammaniti e mi innamorai dei libri, delle lettere, delle parole, delle frasi e più tardi a scuola mi innamorai dei versi.
Non ho mai ascoltato quello che diceva mio padre ma ho sempre portato sulle spalle gli spiriti di autori, muse che mi trascinavano verso una direzione e non in un’altra.
Quella volta con Bukowski e Kerouac…non è un periodo della mia vita che ricordo volentieri o i cui ricordi potrebbero finire su queste pagine. Una volta invece entrai in un caffè e, dopo essermi seduto, vidi a due tavolini di distanza Borges, che fumava. Mi avvicinai e gli dissi che io stesso ero uno scrittore e che lo ammiravo tanto benché lo avessi solo studiato sui libri di scuola. Borges annuì lentamente tre volte e alzando le sopracciglia mi disse:”Tu sei tu”. Continuò dicendomi che se scrivi, balli, o canti, non importa a nessuno e che, se volevo iniziare la frase con:”Io sono”, dovevo terminarla con la storia della mia vita – “poiché la vita non è da contrapporre alla letteratura, essa stessa fa parte della vita” – disse. Mi intossicò con fumo denso di sigarette al mentolo e uscì senza pagare. Pagai per me e per Jorge e uscii in strada.
Tornai al mio appartamento lo stesso giorno e dentro vi trovai stranamente il mio coinquilino Luigi intento a scrivere una lettera. “È per mia sorella – disse senza guardarmi:” vuoi leggerla?” Ora mi guardava fisso. Tacqui e la presi. La lessi velocemente e con poco interesse ma una frase mi colpì più delle altre: nella lettera si sfogava contro la vita, che era una grossa pupazzata e che aveva però trovato nello studio, nella curiosità e nel sapere un ottimo passatempo e un modo di vivere migliore. Poche semplici parole mi fecero assentare dalla vita e mi fecero riflettere più di quanto qualsiasi discorso diplomatico di mio padre mi fece mai pensare. Decisi di riprendere i miei studi di letteratura. Aveva un’aura magica quel Pirandello. Dovrebbe scrivere come un vero scrittore.
Gliela porsi e sorrisi timido. La chiuse in una busta blu e scese in strada per spedirla. Riaprì subito la porta e lanciò una busta bianca sul tavolo all’entrata. Probabilmente non la vidi quando entrai. C’era il mio nome sopra però e mi scriveva un certo Kurt Vonnegut che io tuttora non so chi sia.
Sotto il disegno di un uomo in giacca e cravatta, che indicava verso di me sorridendo, nella stessa posa dello zio Sam, c’erano scritte le parole:”Scrivi una poesia ogni sera prima di andare a dormire! Non importa se corta, lunga o brutta, scrivi e scopri te stesso, scrivi e scopri il mondo!”.
Rimasi con le sopracciglia alzate per un momento e rimisi busta e lettera dove le avevo trovate. Era quasi finita la giornata. Mi misi a letto e iniziai a pensare. Pensai seriamente a quanto la mia vita sarebbe noiosa e monotona senza tutti questi incontri che faccio. Oggi Borges, ieri Cèline e chissà domani! Mi stancano molto ma mi permettono di pensare prima di dormire, di sognare quando dormo e di vivere, quando poi si alza il sole. Credo che quando mi commossi davanti al cielo mi resi per la prima volta conto della grandezza della vita e del fatto che io avevo appena iniziato ad esplorarla.
Chiusi gli occhi. In fin dei conti, la vita è bellissima, siamo noi, caro Luigi, che siamo pupazzi.
