Flobodan Praljak, ex generale croato, è morto il 29/11/2012, in seguito ad un gesto clamoroso: durante il processo a suo carico, ha ingerito veleno nel tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia. Dopo la conferma della sentenza di colpevolezza per crimini di guerra e la condanna a vent’anni di carcere, Praljak si è ucciso in diretta televisiva.
Prima di assumere il veleno, il generale croato aveva affermato: ”Flobodan Praljak non è un criminale di guerra e con sdegno respinge la sentenza”.

Proljak era l’ex comandante delle forze croato-bosniache in Bosnia, nella guerra del 1992-95, nonché una delle figure più in vista del processo per due motivi: essere intermediario tra il governo di Zagabria e quello della Herzeg-Bosnia e svolgere la duplice funzione di ufficiale del Ministero della Difesa croato, nonché di comandante dell’esercito della fantomatica repubblica Hergez-Bosnia.
Egli rappresentava lo Stari Most, simbolo plurisecolare della città di Mostar, essendo responsabile del bombardamento del Ponte Vecchio. L’ex generale era uno dei sei leader militari e politici condannati, nel 2013, in primo grado per delitti contro l’umanità e per crimini di guerra, tra cui lo stupro e l’omicidio di musulmani e bosniaci.
Agli imputati era stata rivolta l’ accusa di avere tentato di operare una pulizia etnica, al fine di espellere i non croati da determinate aree del territorio della repubblica della Bosnia Erzegovina, da integrare in seguito in una “grande Croazia”.
Nel caso delle città di Mostar, venne usata un’ “estrema violenza” per espellere i musulmani dalla parte occidentale della città. “I musulmani venivano svegliati in piena notte e cacciati dalle loro case. Molte donne, tra cui una ragazza di sedici anni, vennero violentate.
La popolazione musulmana venne bombardata intensamente e costantemente e ci furono molti morti e feriti tra i civili.
Il suicidio di Praljak ha sicuramente scioccato l’opinione pubblica croata e lo stesso governo di Zagabria.
“Il generale Praljak ha preferito dare la propria vita piuttosto che vivere come un criminale di guerra condannato per crimini che era convinto di non aver commesso”.
