La nostra redattrice Michela Cappelloni ci racconta la sua esperienza.
È scientificamente e socialmente provato che l’esperienza teatrale ha in sé un potere benefico. Non importa se vissuta in prima persona come attore, regista o sceneggiatore, oppure se fruita dall’esterno come semplice spettatore: ciò che importa è che lascia qualcosa di magico dietro di sé.
Da un punto di vista storico il teatro ha una data di nascita precisa, ma in realtà esso nasce insieme all’uomo e alla sua esigenza di comunicare.
Pirandello affermava che “il teatro è il luogo dove si gioca a fare sul serio”: era cioè il mezzo attraverso il quale ci si “denudava” dalla maschera imposta dalla società o da noi stessi.
Sia il teatro che la psicologia, infatti, sono esperienze di conoscenza dell’animo umano e sono quindi, nella loro pratica, strumenti integrativi l’uno dell’altro. In tutti e due gli ambiti si cerca di ricomporre l’unità tra oggettivo e soggettivo, tra disciplina e istinto, tra corpo e mente, tra realtà e immaginazione, tra singolo e collettività, tra ricerca e tradizione.
Per un interprete, entrare nei panni di un personaggio significa mettere in comunicazione l’Io dell’attore con il personaggio che sarà in scena.
Qualche anno fa mi è capitata l’occasione di entrare a far parte di una compagnia teatrale attiva sul nostro territorio, nella quale ho avuto modo di imparare e di ricercare molti lati della psicologia umana e di gruppo, scoprendo così la forza terapeutica di questa disciplina.
Oltre all’analisi interiore, che è necessaria quando si deve entrare nei panni di un personaggio, gli insegnamenti più grandi li ho ricevuti facendo da assistente-insegnante a gruppi di bambini di tutte le età. Quello che il teatro è in grado di insegnare, anche “giocando a fare teatro” con i bambini più piccoli, è come riuscire a superare i propri limiti fisici e psichici; è lo spirito di gruppo, il riuscire ad affidarsi a se stessi e ai compagni quando si è in difficoltà, ma anche l’essere pronti a risollevare un compagno che cerca aiuto. È come riuscire a fidarsi dello spazio scenico, della musica, delle luci e del pubblico, ma soprattutto riuscire ad amare quest’ultimo, sconfiggere la timidezza e sentirsi liberi di esprimere ciò che si ha dentro.
Abbattere le ostilità contro le altre persone e contro se stessi non è mai semplice nella vita di tutti i giorni, ma in questo il teatro potrebbe essere di grande aiuto. Però bisogna riuscire a portare la propria vita nel teatro e il teatro nella propria vita: essere cioè in grado di ascoltare veramente e di riconoscere quando è il momento di parlare, riuscire ad agire e a reagire, secondo quel principio che è alla base dello stare in scena: azione e reazione. Inoltre per fare teatro bisogna sbagliare, sempre e ancora, sbagliare e ricominciare, esagerare, sporcare e poi pulire, perdersi e tornare al punto di partenza, ma la prima regola che bisogna rispettare è quella di “non mollare mai”, perché a quel punto finirebbe tutto. Lo spettacolo, invece, deve sempre continuare. Anche se si presentano degli imprevisti non si deve mai dire “non ce la faccio”.
Infine l’aspetto più bello e poetico è che il teatro è di tutti, è per tutti. È in grado di unire persone totalmente diverse fra loro. Ho visto gruppi di ragazzi, che nella vita reale non avrebbero mai socializzato, fare amicizia, scoprirsi, trovare un punto di contatto e dal loro incontro tirar fuori un frammento di arte. Ho visto bambini affetti da balbuzie riuscire a parlare e a cantare davanti a tante persone; ho visto i più timidi ridere e far ridere gli altri. Il teatro diventa perciò il luogo delle possibilità. Assume un valore psicologico e non solo estetico, data la sua capacità rievocativa, alimentando le percezioni e le sensazioni dell’attore e della persona. È il luogo in cui i personaggi diventano eroi e si salvano. E ci salvano.
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