Quello di Salmo è un nome molto in evidenza in questi giorni per via di un’intervista rilasciata alla rivista Rolling Stone. L’artista ha lanciato il suo disco meno di una settimana fa, ma già prima della pubblicazione aveva fatto parlare di sé: prima per via della pubblicità alternativa e controversa che, come ha spiegato lui stesso, era finalizzata proprio ad andare controcorrente; poi per via di questa intervista, nella quale ha lasciato trasparire la sua posizione (ovviamente molto critica) sul quadro politico attuale.
Era già successo che un rapper si scagliasse contro il vicepremier Matteo Salvini, ma questa volta è diverso. Salmo infatti si è rivolto a una fetta di pubblico in particolare: quella che ascolta hip hop o rap in modo superficiale.

Il cantante ha affermato che farebbe volentieri a meno di quel gruppo di ascoltatori commentando: “Non puoi stare con Salvini e ascoltare hip hop, non è giusto. Strappa le mie magliette, brucia i cd. Oppure riflettici su, e cambia la tua idea del c****”.
A suo sostegno si è schierato il cantante di origine marocchina Ghali. Anche lui ha ribadito: “Votano Salvini e poi portano i figli ai miei concerti”.
La risposta del vicepresidente del Consiglio è stata simile a quelle date in passato: cioè che secondo lui il rap e la politica non hanno nulla in comune.
Ma è proprio così? Analizziamo bene il genere. Il rap,ma anche la cultura hip hop in generale, nascono da un bisogno insito nella natura umana: far sentire la propria voce, le proprie ragioni. Nati entrambi come protesta, affondano le loro radici nella black music, figlia a sua volta di un’oppressione insopportabile e da una disparità sociale disarmante, come quella sperimentata dalla popolazione di colore negli Stati Uniti degli anni Trenta.
Uno dei sentimenti più forti in quel periodo era quello di rivalsa dei neri: volevano dimostrare a tutti quelli che li discriminavano di valere quanto loro, e che il colore della pelle non aveva alcun valore.
Dalla loro musica derivò anche l’hip hop, un fiume in piena di originalità, qualcosa di mai visto prima. Tra writing, break dance e metriche, quest’arte si è affermata grazie alla forza dei propri ideali. Semplici ragazzi di strada iniziarono così a fare arte secondo i loro canoni, a ballare secondo le loro regole, seguendo ritmi nuovi e creando nuovi stili di ballo. Iniziarono anche a fare musica: semplici parole in rima che avrebbero dovuto colpire duramente l’ascoltatore mettendolo davanti alla loro realtà.
Volevano farsi ascoltare da tutti esprimendo con l’arte la loro critica sociale, costringendo a prendere coscienza chi prima non capiva e far ascoltare cosa avevano da dire.
È proprio quello che in questi anni ha fatto il rap inItalia. Prendendo vigore ha raccontato storie di ragazzi normali, come noi, ma che vivono una realtà molto diversa dalla nostra nel nostro Paese. Normali adolescenti che si trovano sulle spalle responsabilità spesso più grandi di loro e che provano ad andare avanti come possono.
Vicende simili, che attraversano tutta l’Italia, specialmente le periferie delle grandi città: dai palazzoni di Genova e il QT8 milanese passando per Roma, arrivando sino ai quartieri più difficili di Salerno. La realtà di strada è questa: ognuno prova a cavarsela come meglio può.
Ma al centro della loro narrazione non c’è solo la difficoltà o il disagio: come il buio della notte fa risplendere così tanto le stelle, così in un ambiente avverso si stringono legami più forti: amicizia che sfocia in fratellanza, un senso di responsabilità verso la famiglia e verso il quartiere, la voglia di migliorare ciò che si ha intorno.
Vediamo spesso rapper che organizzano eventi il cui ricavato va in beneficenza, ma se ne parla ben poco. È una realtà dove conta la persona che sei. L’essenza va oltre la nazionalità, oltre la posizione sociale. È la grinta e la forza che hai dentro che contano, nulla di più e nulla di meno. E fare politica, a ben guardare, significa proprio questo.
