Nonostante gli studi che hanno fornito prove schiaccianti, gli scienziati concordi e le conseguenze già visibili, molte persone negano che sia in corso un cambiamento climatico, ritenendolo un’invenzione o comunque un problema meno pericoloso di quanto si creda.
Questa contraddittorietà è stata spiegata da psicologi sociali, scienziati cognitivi e neuroeconomisti. La risposta risiede nel funzionamento del nostro cervello.
Il primo meccanismo della nostra mente è la trappola cognitiva: affinché il nostro sistema di allarme si attivi, lo stimolo non deve essere percepito come generalmente negativo, ma come un pericolo. Questo è anche il motivo per il quale risponde prontamente alle minacce intenzionali, che sono imminenti e possono intaccare l’incolumità fisica, o quelle di natura morale e sociale, che si ripercuotono sulla società.
Un’altra causa che spiega l’esistenza di negazionisti climatici è la distanza psicologica: il cervello non riconosce il cambiamento climatico come un pericolo anche perché appare distante, sia nel tempo sia nello spazio. Infatti, gli effetti di questo mutamento, quali catastrofi ambientali, non saranno immediati, anche se il 2020, data entro la quale bisognerebbe, secondo gli scienziati, ridurre drasticamente le emissioni di gas serra nell’atmosfera, non è così lontano. Inoltre, a livello geografico-spaziale, appaiono distanti persino il Polo Nord, il cui ghiaccio si sta sciogliendo, e il Sudest Asiatico, sconvolto dalle inondazioni.
Perciò questa “distanza percepita” a causa di un divario spazio-temporale spinge a non credere a previsioni tanto nefaste. Questo atteggiamento è amplificato dal meccanismo difensivo della rimozione, usato inconsciamente in molti contesti per scacciare le preoccupazioni. È un processo del tutto analogo a quello che mettiamo in atto nei confronti di pensieri ugualmente paurosi, come quello della morte, per esempio.
Oltre ai motivi sopraccennati, non aiuta quello che viene definito un passato inutile: molto semplicemente, nel prendere decisioni, gli individui utilizzano “scorciatoie del pensiero”, dette “euristiche”, descritte per la prima volta dagli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman: per esempio, si tende a considerare e a valutare i rischi futuri sulla base di quanto è accaduto in passato e della capacità di immaginarsi l’evento avverso. “Nel caso del cambiamento climatico, però, fatichiamo a capire l’esatto legame causale tra decisioni passate e l’attuale scenario di crescente desertificazione di alcune aree”, fa notare il neuroeconomista Giorgio Coricelli, della USC (University of Southern California).
Inoltre, il nostro cervello compie dei ragionamenti sbagliati: da una parte tende a sovrastimare le basse probabilità, il cui impatto può essere infausto su una singola persona. Al tempo stesso, cade in due errori di ragionamento quando valuta ciò che accade: il primo è l’ottimismo, che porta a considerare il futuro da una prospettiva molto più rosea, e il secondo è la procrastinazione, che porta a rimandare fino all’ultimo i doveri e gli interventi di risoluzione, non prospettando una visione futura.
Un altro meccanismo diffuso, che può essere sia volontario che involontario, consiste nel non percepire allo stesso il modo il pericolo quando si è insieme e non da soli. Ad esempio, il cambiamento climatico non riguarda il singolo, ma il gruppo: questo aspetto fa diminuire la percezione del rischio. In più, si pensa che le soluzioni per i mutamenti del clima, essendo diventati un problema collettivo, siano di esclusiva competenza delle istituzioni, del governo o dei trattati internazionali. In realtà le cose vanno diversamente: i processi decisionali individuali sono alla base di un cambiamento indirizzato verso un mondo migliore.
La mancanza di azione potrebbe non derivare da un disinteresse o dall’apatia: la paura e la sensazione di impotenza di fronte a una minaccia globale potrebbero essere il motivo di questa paralisi. La conoscenza del fenomeno determina il nostro comportamento. I sondaggi dell’Eurobarometro e dello Yale Program on Climate Change Communication mostrano che la stragrande maggioranza dei cittadini europei e statunitensi è consapevole del problema ma, quando si misura il loro livello di conoscenza, emerge una profonda ignoranza delle relazioni tra l’uso dei combustibili fossili e l’accumulo di CO2, e tra i gas serra e il cambiamento climatico.
Mancando queste informazioni di base, i cittadini non riescono a capire che anche il loro stile di vita ha un ruolo importante nel determinare i cambiamenti climatici e che, modificandolo, si potrebbe contribuire a contenere il fenomeno.
Infine, il contesto e l’approvazione sociale giocano un ruolo fondamentale nelle dinamiche di gruppo.
Sicuramente la motivazione ad agire dipende dal sistema di valori di ciascuno, ma anche dalle persone circostanti. Le scelte sostenibili di alcuni possono diventare contagiose e influenzare i comportamenti di tutti, soprattutto se accompagnate da decisioni legislative.






