La questione Brexit (termine composto da Britain e Exit, “uscita”) è un tema oggi molto attuale a livello internazionale; indica la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, con tutte le conseguenze a questa associate.

Ha origine formalmente nel dicembre del 2015, quando la legge European Union Referendum Act 2015, che si basa sull’articolo 50 e stabilisce di tenere un referendum sulla permanenza della nazione nell’UE, viene approvata ed entra in vigore. Il referendum, voluto dal primo ministro David Cameron e tenutosi il 23 giugno 2016, ebbe come esito il 51,9 % di voti favorevoli, considerando anche tuttavia che circa il 72% dei giovani aveva votato per il remain.

Le motivazioni di un atto così drastico sono varie: si può pensare ad esempio al fatto che il Regno Unito abbia visto pochi benefici dal Mercato europeo comune, la cui creazione era uno degli obiettivi dei Trattati di Roma, del 1957, che istituirono la CEE (Comunità economica europea), cui la nazione inglese aderì nel 1973. In particolare, il primo ministro Margaret Thatcher, che fu al potere dal 1979 al 1990, non approvava i contributi che la nazione inglese doveva versare. Dopo il governi di Tony Blair e di Gordon Brown, le pressioni interne antieuropeiste tornarono a farsi sentire, con l’ascesa del partito conservatore.

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Lo scorso 21 marzo, il Consiglio europeo ha risposto alla richiesta di Theresa May, attuale primo ministro inglese, che chiedeva un rinvio della data dell’uscita del Regno Unito al 30 giugno, offrendo una proroga fino al 22 maggio, a condizione che il Parlamento britannico approvi l’accordo di uscita entro la settimana successiva al vertice.

Se la Brexit venisse approvata definitivamente, la Gran Bretagna avrebbe due anni per negoziare il suo ritiro, e i termini del recesso dovrebbero essere concordati da tutti e 27 i parlamenti europei, processo che richiederebbe alcuni anni; un nuovo accordo sul commercio sarà la parte più ostica, perché dovrà passare attraverso più di 30 parlamenti nazionali e regionali in Europa, i quali potrebbero a loro volta indire un referendum.

Inoltre, per quanto riguarda i giovani che hanno intenzione di andare a lavorare nel Regno Unito, tutto dipende dal fatto che il Paese adotti o meno un sistema di permesso di lavoro che limiti l’ingresso ai qualificati in settori dove vi è carenza, mentre per i cittadini europei con diritto di soggiorno permanente non vi dovrebbe essere alcun problema.

A questo punto, occorre attendere la fine di maggio per vedere come si evolverà la situazione, sperando che il futuro delle nuove generazioni verrà ritenuto una priorità cui fare riferimento.

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