Greta Thunberg è sempre più al centro dell’attenzione mediatica – e di conseguenza sempre più oggetto di critiche – semplicemente perché è visibile.
Diversi personaggi pubblici, giornalisti, politici, ma anche anonimi utenti dei social, hanno mosso aspre critiche nei suoi confronti.

Ad esempio, il direttore di Libero Vittorio Feltri ha attaccato più volte Greta, definendola “agitatrice populista” e ha puntato l’indice contro la macchina politica che starebbe alle sue spalle. Secondo Feltri sono “gretini” i suoi seguaci, termine che è stato accolto da diversi quotidiani a tiratura nazionale. Il messaggio sottinteso è spesso: “sei una bambina, cosa ne vuoi sapere tu?”

Altri ancora invece hanno parlato di teorie complottiste, di un business ideato sulla ragazza per far guadagnare soldi agli avidi genitori della ragazza.
Spesso attaccano Greta usando come arma la sindrome di Asperger, servendosi di quei pochi chicchi di parziale verità che offre Wikipedia.
Oltre che Greta, viene presa di mira anche la questione ambientale, che secondo alcune testate giornalistiche sarebbe inesistente, frutto di fake news.
La questione inoltre imperversa nelle nuove agorà: la sezione commenti dei quotidiani online o i social come Facebook.
Qui possiamo trovare argomentazioni di vario genere che però non si allontanano molto dai sentiti e risentiti luoghi comuni.
Molto spesso le unpopular opinion riscuotono più successo per via dell’alienazione di un branco ideale che condivide la stessa opinione.
Andare contro corrente è cool e i social sono capaci di formare casse di risonanza per chi condivide certe idee. Anche gli hater si ritrovano e alimentano a vicenda la loro idea.
Sulla questione ambientale si è anche espressa un’opposizione che arriva persino a negare le evidenze scientifiche e ritiene fittizio il problema del riscaldamento globale.
Tristemente si tratta sempre di “analfabetismo funzionale” oppure di opinioni di adulti che non si sentono minacciati da questo problema e che, dunque, rispondono con tagliente cinismo.
Ci si sofferma a criticare quei ragazzi che, per andare a manifestare, saltano la scuola; ma è chiaro che sei ore di lezione si recuperano facilmente, mentre il nostro pianeta rischia di superare il punto di non ritorno.
Ogni persona in più è una voce; più voci il coro avrà e più sarà efficace, non potrà essere ignorato.
E se il costo per farsi ascoltare è semplicemente una giornata di scuola, mi sembra un buon affare.
In fin dei conti, con entrambe le attività svolte tentiamo di costruirci un futuro più brillante e di certo una semplice giornata di scuola persa non influirà sulla nostra istruzione in modo così incisivo da mettere a rischio l’economia del Paese.
Forse sono proprio queste persone a dover sviluppare un sentimento di empatia, capire quale sia la priorità e informarsi.
