L’estate scorsa è scoppiata a Hong Kong una gigantesca protesta contro il governo centrale cinese, nata per contrastare la proposta di legge sull’estradizione presentata del primo ministro Carrie Lam.
Hong Kong è una città autonoma, più o meno: l’ex colonia inglese è tecnicamente parte della Cina, ma gode di un parlamento semi-autonomo. Questo sistema è chiamato “una Cina, due sistemi”: infatti i governi di Cina e Hong Kong sono diversi, seppur parte dello stesso progetto espansionistico diretto dal Partito Comunista di Pechino. In particolare, la Cina ha il controllo sulle politiche estere della città e sulla difesa, mentre tutto il resto, come banche, tribunali, consiglio legislativo, è in mano alla democrazia pluri-partitica della città-stato.

Sebbene i cittadini di Hong Kong siano nominalmente (e geograficamente) cinesi, non si sentono affatto parte di quella nazione per diversi motivi. Primo fra tutti i 150 anni di influenza culturale inglese, che hanno portato nella città valori e costumi occidentali, una seconda lingua, libertà individuali e di espressione. Inoltre, gli abitanti di Hong Kong non sono molto allettati dall’idea di far parte di una “democrazia mono-partitica”, che è di fatto una dittatura del partito comunista che non si fa scrupoli a privare i propri cittadini dei diritti umani basilari e a ricorrere all’oppressione e alla violenza, in cui di familiare troverebbero solo il capitalismo.
Questo conflitto culturale va avanti dal 1997, anno in cui l’Inghilterra ha reso alla Cina i territori colonizzati. Le proteste di quest’anno non sono certo le prime: già nel 2014 ci fu una grande mobilitazione di movimenti studenteschi e pro democrazia, per il suffragio universale. Fu definita “rivoluzione degli ombrelli”, per gli ombrelli gialli usati dai manifestanti per proteggersi dai gas lacrimogeni della polizia.

Oggi invece i ragazzi di Hong Kong, perché si tratta di ragazzi, lottano per evitare che la legge sull’estradizione diventi realtà: l’introduzione della legge permetterebbe alla Cina di silenziare i suoi oppositori politici e di riprendersi i dissidenti fuggiti, un primo passo in vista dell’assimilazione della città da parte del Governo Centrale cinese nel 2047, come prevede l’accordo con l’Inghilterra. Nel 2047, dunque, Hong Kong perderà la sua semi-autonomia, e le nuove generazioni non sono molto contente di ciò, perché vorrebbe dire iniziare a vivere sotto una dittatura o emigrare a oltre 50 anni, e soprattutto vorrebbe dire distruggere un secolo e mezzo di ibridazione fra cultura cinese e occidentale, di democrazia e libertà.

I ragazzi hanno deciso di vestirsi di nero e di occultare le proprie identità con delle maschere, per non essere identificati dalla polizia, e di attaccare diversi luoghi cruciali della città, il tutto organizzandosi sui social, dove si scambiano informazioni sui luoghi in cui andare e consigli su come reagire ai lacrimogeni.
Il movimento, proprio perché ha alla base della sua gestione i social, non ha leader. Proprio per questo le iniziative di protesta sono meno attaccabili dalle forze dell’ordine. Inoltre, la velocità con cui si può indicare un luogo da occupare con un messaggio su Telegram, dona ai gruppi di protestanti un fattore sorpresa non indifferente.
Gli eventi degni di nota sono stati diversi: dall’occupazione dell’ aeroporto agli atti di vandalismo all’ufficio di comunicazione del governo centrale di Pechino il 21 luglio, e il sostegno dall’alto non è mancato. Demosisto, un partito pro democrazia, ha appoggiato pubblicamente il movimento, insieme a diversi intellettuali e attivisti, come Leung e altri che hanno partecipato precedentemente ad altre manifestazioni anti-Pechino. Purtroppo non sono mancati episodi di violenza. Ad esempio, ha colpito l’attenzione dei media il caso della ragazza colpita a un occhio da un proiettile di gomma: è rimasta cieca, divenendo l’icona delle proteste contro la brutalità delle repressioni.
Personalmente, ritengo che Hong Kong vada sostenuta, anche a distanza, prima che la situazione sfugga di mano: di recente Carrie Lam, leader della nazione, ha dovuto interrompere il suo discorso in aula del Parlamento a seguito delle provocazioni dei parlamentari pro democrazia. Inoltre iniziano a nascere i primi conflitti internazionali: gli Usa hanno approvato il “Democracy Act”, un primo provvedimento a favore dei manifestanti, forse per rispondere al boicottaggio dell’NBA in Cina, dopo che l’allenatore di un team particolarmente popolare in Asia ha pubblicato un tweet pro-Hong Kong. Alcuni ragazzi si sono persino recati a Milano e in Europa per cercare appoggio. La protesta diventa dunque rete e si serve della rete social. Sono queste le caratteristiche che la rendono più efficace agli occhi del mondo.
