Molte volte ci è capitato di sentire la parola cool; in un libro, in un film, nel linguaggio comune. Letteralmente significa “freddo” o “impassibile”, ma questo termine, specialmente nel linguaggio giovanile, viene riferito a qualcuno o a qualcosa che è alla moda, dunque che riscuote approvazione o suscita meraviglia. La parola cool è ormai entrata a far parte del nostro voabolario quotidiano e non appartiene più solo a uno slang o al linguaggio giovanile. È strettamente legata all’attualita: si usa per parlare di tendenza, di moda, della capacità di essere in linea con i tempi. L’etimologia e la storia del termine cool sono interessanti e possono dirci molto anche sul tempo presente. Per comprenderle a fondo, occorre far ritorno al lontano 1930.
La parola cool fu utilizzata per la prima volta negli anni Trenta, per descrivere qualcuno incapace di esprimere emozioni, senza entusiasmo o affetto da sintomi depressivi. Negli anni Quaranta, negli Stati Uniti, ci troviamo invece in una società colma di conflitti, segnata dal razzismo. Dritti e privilegi erano concessi ai bianchi americani, ma negati agli afroamericani, agli asioamericani e agli ispanici latinoamericani. È proprio in questo periodo che il termine cool assume un nuovo significato: Con questa parola veniva celebrata e difesa la differenza tra gli individui di una società. Ha indicato chi sapeva ribellarsi e opporre resistenza, anche a nome di coloro che non potevano protestare; chi sapeva proteggere l’identità e l’individualità dei più deboli in un ambiente ostile.
Nel dopoguerra il cool affonda le proprie radici nella cultura della musica jazz afro-americana grazie a Lester Young, celebre sassofonista. Il suo obiettivo era quello di distinguersi da tutti gli altri musicisti jazz. Fu il primo a suonare il sassofono sorreggendolo con un’angolazione di 45 gradi, come se fosse un flauto. Egli fu anche la prima persona a pronunciare la frase “I am cool”. Detestava i conflitti, ma nell’accezione proposta da lui cool non significava essere incapace di esprimere emozioni o essere privo di entusiasmo, bensì di avere un proprio stile e delle qualità originali. Voleva dire inoltre che era capace di mantenere la calma e la serenità in una società segnata da conflitti e discriminazioni.
Significava, secondo Lester Young, “vivere seguendo il proprio ritmo, senza alcun tipo di pressioni sociali”. Young fu tra i primi musicisti ad indossare occhiali da sole anche in luoghi pubblici. Era un suo modo per isolarsi e far sì che nessuno avesse voglia di rivolgergli la parola. Spiazzava l’interlocutore: pochi avevano voglia di discutere con un uomo che indossava occhiali da sole anche di notte o al chiuso. Probabilmente era anche un modo per proteggere se stesso dalle discriminazioni.

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta dal termine cool nasce un nuovo genere musicale: il “cool jazz”. Le prime produzioni musicali furono pubblicate a New York alla fine degli anni Quaranta, con l’orchestra di Claude Thomhill, il quale fu il primo a dar vita ad un genere musicale rilassato e cantabile, privo di asprezze armoniche e colmo di riferimenti alla musica classica, che si opponeva al precedente hot jazz.
Nel 1949 Miles Davis iniziò a sperimentare nuove sonorità, ispirato dal suo amico, compositore e arrangiatore canadese Gil Evans. Il cool jazz riscoprì il contenuto melodico del jazz, precedentemente messo in ombra da frenetici ritmi staccati. Lennie Tristano però avvertì la necessità di precisare: “Cool jazz è un termine stupido e incorretto. Il jazz che suonavamo non era affatto ‘freddo’: era rilassato e privo di spettacolarità. Era serio e impegnato, questo sì”.

L’appellativo cool assunse il significato attuale, cioè “di tendenza”, “alla moda”, solo dopo la seconda guerra mondiale.
È incredibile pensare come un termine così moderno e di uso comune abbia una storia così complessa, legata a diritti negati e al continuo conflitto tra la popolazione Wasp (White, Anglo-Saxon and Protestant) americana e gli afroamericani. All’epoca però, la musica rappresentò una grande fonte d’ispirazione che permise la ribellione anche a coloro che non avevano voce.
Immagine di copertina: Thelonious Monk, Library Of Congress/William Gottlieb
