L’ondata di maltempo che si è abbattuta sull’Italia all’inzio di novembre ha colto tutti impreparati: i danni sono stati evidenti soprattutto a Matera, attraversata da un fiume di fango, e a Venezia, sfinita dall’acqua alta. Anche in aree vicino a noi ci sono stati disagi e danni: basti pensare all’Aurelia allagata, alla forte mareggiata che ha investito Civitavecchia e all’alluvione di Santa Marinella. Gran parte d’Italia in difficoltà, dunque, ma il caso più grave di tutti è stato quello che ha colpito Venezia.

Santa Marinella colpita dal maltempo

I veneziani saranno anche abituati a portare le galosce, ma per 187 cm di acqua sono di certo insufficienti. Serve, invece una soluzione che protegga la città da certi eventi. In effetti un piano c’è da quasi quarant’anni: si tratta del MOSE, il MOdulo Sperimentale Elettrotecnico, la cui ideazione risale agli anni Ottanta. Il progetto consiste in 4 barriere costituite da 78 paratoie mobili tra loro indipendenti in grado di separare temporaneamente la laguna dal mare e di difendere Venezia sia dagli eventi di marea eccezionali e distruttivi, sia da quelli più frequenti, che possono proteggere Venezia e la laguna da maree alte fino a 3 metri e da un innalzamento del livello del mare fino a 60 centimetri nei prossimi 100 anni. Dov’è quindi il problema? Viene da chiedersi dove sia piuttosto il Mose.

Fonte immagine: Il Post (AP Photo/Luca Bruno)

I lavori per le dighe mobili sono stati iniziati nel 2003 ma tuttora sono incompleti, dopo quasi 17 anni. Le cause? Le conosciamo già. Diversi episodi di corruzione e tangenti, ripetutisi nel corso degli anni: prima il Consorzio Venezia Nuova, che aveva usato fondi illeciti nel 2014;  poi l’anno scorso sono partite le indagini sul caso del lavaggio di soldi sporchi che ha coinvolto Galan, l’ex governatore della regione Veneto, già condannato nel 2014.

Fonte immagine: Michelle Maria, Pixabay

A ogni processo corrisponde un ritardo nella realizzazione dell’opera, infatti durante le indagini e le condanne i lavori sono stati arrestati (è il caso di dirlo), e le conseguenze sono arrivate lo scorso 12 novembre: due morti, danni alla cripta di San Marco che ha rischiato il crollo, incendio al museo di Ca’ Pesaro, centro storico sommerso.

Questo episodio, insieme agli altri già visti, la dice lunga sul nostro rapporto con il cambiamento climatico. Gli eventi catastrofici sono causati dagli stravolgimenti delle temperature, dall’innalzamento dei mari, dalle emissioni di gas serra. Ma nessuno era preparato. Il guaio è che nonostante anche la politica stia cominciando a rendersi conto del guaio, difficilmente si sente parlare di ecologismo, ma soprattutto difficilmente si vedono i governi (e neanche le opposizioni, se è per questo) lavorare seriamente per contrastarlo e per mettere in sicurezza il territorio.

Lasciamo perdere i commenti sui tizi che deridevano i poveri “gretini” che pensano di cambiare qualcosa scendendo in piazza. Nel frattempo l’European severe weather database ci comunica che eventi come le alluvioni di questi giorni sono sempre più comuni: dall’inizio dell’anno sono stati 1.543, circa 5 al giorno.

Matera. Fonte immagine: La Repubblica

Il caso del Mose è simbolico: il nostro paese è rimasto indietro, il progresso è rallentato da problemi antichi e radicati come la corruzione, non ancora debellati né tanto meno efficacemente contrastati, mentre il cambiamento del resto del mondo e del clima ci piovono addosso. Di questo passo, annegheremo. 

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