L’idea che avrebbe dato vita a uno dei romanzi dell’orrore più acclamati del ventesimo secolo, prese vita quando Stephen King soggiornò allo “Stanley Hotel”, nel Colorado, nell’inverno del 1977. Fin dalla sua prima edizione, il romanzo The Shining fu un successo, arrivando a un totale di quattro milioni di copie vendute e ricevendo recensioni positive. Eppure, tale successo era destinato a essere eclissato nel 1980, anno in cui l’ansiogeno romanzo di King venne trasposto sul grande schermo da una delle menti più geniali e iconiche della storia del cinema: Stanley Kubrick. Malgrado il film in questione sia considerato come una delle migliori opere cinematografiche mai create, lo scrittore del Maine non lo apprezzò, poiché divergeva troppo dai personaggi e dal tema dell’opera originale.
Così, nel 2013, mosso probabilmente dal desiderio di voler consolidare il fatto che Shining fosse un libro e non un film, ne scrisse il seguito, Doctor Sleep, in cui Dan Torrance, ormai cresciuto, affronta l’ordine del Vero Nodoper riuscire a salvare la vita di Abra Stone, una bambina dotata di poteri equiparabili a quelli detenuti dal protagonista. Cinque anni dopo, Mike Flanagan, regista che in pochi anni si è fatto un nome nell’ambito del cinema orrorifico, ne dirige un coraggioso adattamento cinematografico. Un’impresa ardua, a tratti invalicabile, poiché gli spettatori non avrebbero potuto non paragonarlo al capolavoro del 1980.
Il film vanta di un cast degno di nota. Il protagonista, Ewan Mcgregor, è particolarmente convincente in un ruolo che sembra pensato apposta per lui, ma è la “villain” a dominare la scena: Rebecca Ferguson, interprete di Rose Cilindro, che è così convincente da essere già lei sola una motivazione sufficiente a spronare qualcuno a vedere questo film. Degni di nota sono anche Alexandra Essoe e Carl Lumbly, le cui interpretazioni ci fanno comprendere quanto abbiano studiato per entrare nella parte di due personaggi già presenti nel primo film.

Apprezzabile è inoltre il fatto che Flanagan non abbia utilizzato gli artifici orrifici comuni nei film odierni, regalandoci un’opera sicuramente non troppo horror, ma decisamente raffinata. Inoltre, malgrado il film duri due ore e mezza, risulta un prodotto particolarmente scorrevole. Ma il suo principale pregio è relativo al fatto che Flanagan sia riuscito a integrare, in un solo lungometraggio, le vicende di due romanzi e di un film, carpendo da essi i temi e le situazioni, per poi distribuirli, nei sopracitati centocinquanta minuti, con abilità lodevole. Quest’ultimo punto è stato particolarmente apprezzato sia da Stephen King che dai successori di Kubrick.

Sia chiaro, il film è ben lungi dall’essere un capolavoro: alcuni passaggi della vicenda sono particolarmente forzati e alcuni comprimari, a discapito della loro controparte letteraria, presentano un approfondimento piuttosto scarno. Primo fra tutti, il personaggio di Abra Stone, indebolito dalla sua interprete, Kyliegh Curran che, sul piano recitativo, risulta poco convincente. Il fatto che il film riprenda tre opere, può essere anche uno svantaggio. Se da una parte è capace di far emozionare i visionatori delle opere originali (la parte finale, soprattutto, con l’arrivo di Henry Thomas, celebre attore americano che da qualche anno a questa parte ha costituito un sodalizio con Mike Flanagan, è così citazionista da non poter non raggiungere i cuori degli appassionati), dall’altra, il fatto che per comprendere il film sia necessario aver visto, perlomeno, lo Shining di Kubrick, non può che essere un difetto, che fa cadere il film nello stesso errore commesso da tanti lungometraggi odierni.
