Per evitare il diffondersi del contagio, nelle scuole italiane le lezioni sono sospese. Alcuni docenti avevano già affiancato alle lezioni normali delle modalità di insegnamento basate sulla tecnologia, ma uno scarto così netto non era mai capitato. Tocca dar fondo, e rapidamente, ai propri strumenti (computer, telefono, videocamera, microfoni) e fare in modo che l’anno scolastico possa continuare, in attesa che tutto torni come prima. Ma cosa significa misurarsi con una realtà completamente nuova? Con una scuola che trascenda dal suo elemento formativo principale, cioè il rapporto diretto e personale, fatto di sudore, occhiate, occhiatacce, rabbia, gioia, fatica, voce, urla e dammi il cinque? E dal punto di vista dei ragazzi, che si incontrano e si imparano a vicenda, che modellano la loro personalità in modo che tutti possano trovare spazio nello spazio fisico e morale di un’aula? Qui, in questa sezione nuova, che abbiamo chiamato “Diario di bordo”, perché siamo tutti sulla stessa barca, raccoglieremo i loro pensieri. Perché sia un’aula virtuale, dove invece di incontrarsi corpi e vite, occhi, mani e respiri, si incontreranno pensieri. Da condividere con gli altri.
Giorgia Callea. 9 marzo. Un lunedì. Scuola chiusa. Dopo la gioia iniziale, oggi comincia a fare un po’ strano, si sente che non è una semplice vacanza. Alcune mie amiche si organizzano per uscire, i miei genitori non vogliono e io non me la sento di fare l’adolescente ribelle. Certe notizie date al Tg fanno venire i brividi. A quest’ora, di lunedì, avrei fatto lezione di fisica, e ha della comicità il fatto che a quest’ora probabilmente non avrei capito nulla della spiegazione, mentre adesso non capisco quello che sta succedendo in Italia. Paura no, forse un po’ d’ansia, come quella da pre-interrogazione. Sperando che il prof, per una volta, non chiami nessuno.

Lucia Zander. Ho sempre trovato difficile rendermi conto della gravità delle situazioni. Ma a volte, purtroppo, persino io lo capisco: la chiusura delle scuole è una prova del problema rappresentato da questo virus che sta terrorizzando un po’ tutti. Se accendo la televisione, al telegiornale non si parla d’altro che di presunti infettati, malati, morti. Quando vado a trovare mia nonna, non posso neanche abbracciarla, per timore di aver contratto il virus e di passarglielo. Non avrei mai pensato che potessimo arrivare a livelli del genere, eppure eccoci qui: un paese che il covid19 sta mettendo in ginocchio, e che non riesce a rialzarsi.
Carlo Pascale. In questi giorni di follia per nulla ordinaria – citando il regista Joel Schumacher -, mi trovo in una particolare situazione: è come se il flusso dei miei pensieri fosse un treno che può disporsi su svariati binari, differenti per traiettoria ma analoghi per spostamento. Inevitabilmente, il mio pensiero arriva in un certo posto, che altro non è che una trasposizione personale, immaginaria e metaforica del problema odierno. Come ho già detto, sono innumerevoli i binari relativi al luogo “COVID-19”, e ciò nasce dal fatto che lo sono anche le sfumature sulle quali potremmo discorrere. Eppure, tra queste, è divenuta mia abitudine favorire un percorso in particolare: quello attinente alla stupidità umana. Il morbo, difatti, più che pericoloso, è altamente trasmissibile e, per tale ragione, il Governo ha avuto la premura di comunicarci una serie di precauzioni da adottare. Il mio disappunto nasce dal fatto che fin troppe persone, in particolare quelle di giovane età, sembrano non curarsi dell’attuale situazione e vivono come se fosse stata concessa loro una vacanza. È mai possibile che l’uomo non riesca a spogliarsi del proprio egoismo, che non riesca a comprendere quanto questa malattia sia fatale per certi individui? Forse sono io lo stolto che cerca una risposta a un problema che è incurabile, essendo proprio dell’uomo stesso.

Ambra Ricci. Questo 2020 non è iniziato nel migliore dei modi. Ogni giorno, dall’inizio del contagio, guardo con grande attenzione il telegiornale. 3, 150, 398, 650, 1002, 6387 casi positivi in Italia. Nelle scuole iniziano ad attaccare fogli riguardanti le norme igieniche, sul tavolo di casa mia iniziano ad ammassarsi mascherine, salviettine igienizzanti e guanti. Il virus è sempre più vicino. “Ufficiale, scuole chiuse fino a metà marzo” comunica il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte mercoledì 4 marzo. Ancora non ci credo. Qualunque ragazzo della mia età sarebbe stato entusiasta di questa notizia, tuttavia io non lo sono. So che il virus è sempre più vicino, sia a me che ai miei familiari. La mattina seguente mi alzo tranquillamente alle 7:00, faccio colazione, mi preparo lo zaino credendo di dover andare a scuola. Poi, guardando le strade deserte dalla finestra della mia camera, ritorno alla realtà e mi stendo sul letto con lo sguardo fisso sul soffitto, vuoto e pensieroso. Noto come i miei amici escano senza preoccuparsene troppo. Ormai i social provano a scherzare sull’argomento e distrarre almeno un po’ gli utenti. Riusciremo mai a tornare alla realtà ma, soprattutto, all’ordine? Che ne sarà della normalità?
Simone De Marchi. Ormai sono diversi giorni che io e i miei compagni non andiamo a scuola a causa del Covid-19. Devo ammettere che non sto vivendo questa sorta di vacanza al pieno della gioia, dato che sto iniziando ad avere paura. Ho paura di uscire, di andare a trovare i miei nonni o anche di allenarmi all’aria aperta. Quella che veniva classificata come una semplice influenza sta diventando una vera e propria catastrofe. In tutta questa tragedia si delinea perfettamente l’egoismo dell’uomo, che pur di non rimanere in quarantena per il bene comune, decide di scappare dalla zone rosse cercando rifugio altrove. Molte volte mi soffermo a pensare a quelle persone che hanno un’attività, come un bar o un ristorante. A causa di questo virus stanno perdendo tutti i clienti e i loro guadagni sono in netta diminuzione. Perché non rimaniamo in casa anche per aiutare queste persone? Perché non pensiamo per una volta anche al prossimo? Sono domande a cui non troveremo mai risposta.
Chiara Pascale. Mercoledì, 4 Marzo 2020. È una giornata tranquilla, il sole splende sereno, avverto un vero e proprio clima di segreta armonia. Ho appena finito di giocare a pallavolo con i miei compagni di classe, l’ora di educazione fisica si è conclusa. Mi avvicino ad alcuni miei amici, insieme ci incamminiamo verso la macchina di mia madre che è venuta a prendere me e mio fratello. Chiacchieriamo, scherziamo e ridiamo. Siamo felici di poter tornare a casa, che sia terminato un altro stancante giorno di scuola. All’improvviso, però, sentiamo qualcuno urlare: “Probabilmente le scuole sono chiuse!” E da lì, grida di gioia, pensieri sui social di felicità, frasi scherzose sulla diffusione del virus. Io non riesco a crederci e quindi, tra me e me, penso che si tratti di una notizia falsa e che, altrimenti, la situazione sarebbe troppo grave. E invece, ecco il decreto che impone la chiusura delle scuole. Per alcuni giorni, tuttavia, è sembrata quasi una semplice vacanza ed è stata trattata da tale. Invece, giorno dopo giorno, la situazione è andata sempre a peggiorare ed adesso non si parla di altro. Possiamo solo farci forza, cercare di mantenere la calma, contribuire nel nostro piccolo e sperare che tutto questo passerà il più presto possibile. Forse questa è l’occasione giusta per attribuire alle cose che ci circondano un nuovo significato. Quello che stiamo vivendo è un fatto epocale che rimarrà nella storia e che cambierà tante nostre abitudini.
