L’ormai famigerato Coronavirus (COVID-19) ha un passato fatto di verità non rivelate e abusi assordanti dei diritti umani.

Sin dalla sua scoperta, il nuovo virus ha messo in serie difficoltà il governo cinese che, cercando di mantenere la propria immagine, pratica censura su molti dati scomodi. Anche questa volta non ha operato diversamente. Il dottor Li Wenliang, nato a Beizhen il 12 Ottobre 1986 e divenuto medico oculista dell’ospedale centrale di Wuhan, è stato uno dei primi a sospettare la diffusione di un nuovo ceppo di Coronavirus. Esposta la sua scoperta su una chat privata, viene però rintracciato dalla polizia cinese. Li Wenliang, insieme ad altri 8 dottori, è stato interrogato e obbligato a firmare un documento in cui dichiarava di aver divulgato false notizie. La chat online fu oscurata per aver “disturbato gravemente l’ordine sociale”. La polizia si vantò il 1° gennaio di aver neutralizzato «otto diffusori di voci». Ma il 9 gennaio la tv statale ammise che a Wuhan era stato isolato un nuovo Coronavirus responsabile della polmonite.

Lo stesso medico ha contratto il virus ed è morto il 7 Febbraio 2020. La notizia è stata lanciata dal Global Times, giornale comunista di Pechino. Anche il Quotidiano del Popolo ha espresso “cordoglio nazionale”. Poi, ricordiamo, la smentita: “Il dottor Li ha avuto un arresto cardiaco, ma è in rianimazione”. Molti non hanno creduto alla smentita e hanno accusato le autorità: “Gli hanno vietato di parlare e ora gli vietano di morire”, si legge su Weibo. Forse il potere non voleva un martire della controinformazione. Ancora ore di ansia. Infine la conferma dell’ospedale: “Lo abbiamo perso”. La nebbia che ha avvolto la fine del dottore è il simbolo dei sospetti sugli errori, le omissioni e i ritardi dei dirigenti sanitari e politici di Wuhan all’inizio della crisi.

Fonte immagine: https://www.dw.com/

Sono tanti i messaggi sui social network che, anche nella sola espressione di solidarietà, rappresentano una critica severa alle autorità.

La storia di Li ha scatenato la rabbia del popolo cinese contro il governo. Centinaia di utenti si sono riversati sui social media per denunciare il governo e la condotta di Xi Jinping. Li Wenliang è morto perché il regime credeva, mantenendo segreta la notizia sull’epidemia, di poter preservare se stesso e la propria immagine. Ma ha clamorosamente sbagliato. Un governo che mette al primo posto, nella scala delle priorità, la propria stabilità invece del benessere della popolazione, non poteva che agire in questo modo. E infatti il caso di Li non è isolato. Come riportato dal network cinese Phoenix tv, a Wenshan, città a 1.700 km da Wuhan, nello Yunnan, sono stati arrestati cinque medici per aver “diffuso informazioni sull’epidemia”. L’ufficio di pubblica sicurezza di Wenshan ha condannato i cinque dottori a 10 giorni di detenzione e a pagare una multa da 500 yuan. La loro colpa è di aver causato un “cattivo impatto sociale”. Nonostante la Corte suprema abbia criticato la polizia per aver messo a tacere “le voci” sull’epidemia, tutto continua come prima. Il governo non ha imparato nulla dal caso di Li Wenliang e continua ad avere più a cuore la propria immagine, gravemente compromessa agli occhi di tutto il mondo, che la salute del popolo che ha appena chiamato alle armi contro il virus.

Piazza Tienanmen, fonte immagine: Wikipedia

La morte dello scopritore del nuovo virus svela come agisce un regime totalitario: il medico non è stato premiato, ma punito. Non pochi media italiani rilanciano volentieri articoli e servizi esaltando il grande Paese da un miliardo e mezzo di abitanti che è in grado di mettere in quarantena 50 milioni di persone, costruire ospedali in 10 giorni e avvertire il mondo del pericolo pur mettendo a rischio la crescita della sua stessa economia. Tuttavia, la morte di una singola persona sta mettendo in crisi questa esaltazione. La sua vicenda è uno spaccato preciso di come funziona, in male modo, un regime totalitario.

In Cina quindi si sta verificando un fenomeno simile a quello che era seguito a Chernobyl nel 1986, incidente di tutt’altra natura rispetto a un’epidemia. Anche in quest caso, infatti, le autorità sovietiche, per motivi di prestigio, avevano taciuto fino all’ultimo, esponendo la popolazione locale al pericolo delle radiazioni. E così facendo hanno perso ulteriormente legittimità agli occhi dei loro cittadini. E le autorità cinesi, lungi dall’essere granitiche come sembrano, stanno perdendo legittimità agli occhi del loro popolo.

Ed è semplicemente assurdo e paradossalmente incredibile come l’Occidente e il resto del mondo abbia seguito il copione della propaganda di Pechino: allarme rapidissimo di pandemia mondiale e al tempo stesso ammirazione per gli sforzi e i sacrifici della autorità, mentre si cerca assiduamente di nascondere chi è stato un eroe e un simbolo, mentre per il regime ha rappresentato la testimonianza inequivocabile dei propri fallimenti. 

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