Era il 1968 quando George A. Romero rivoluzionò il cinema e il genere horror con il suo claustrofobico capolavoro, La notte dei morti viventi. Romero aveva “riesumato” gli zombie del folklore haitiano e aveva conferito loro dei tratti distintivi, che sarebbero poi stati trasposti, negli anni a venire, in migliaia di opere cinematografiche, televisive, fumettistiche e letterarie. Si tratta di un film dallo stile altalenante, che parte dall’horror per sfociare, occasionalmente, nella commedia e nel sentimentale.
In questa fase della nostra vita, il nostro stato mentale è decisamente sotto pressione e pertanto non è singolare che qualcuno accosti la pandemia a una qualsiasi vicenda orrorifica. Senz’altro, Charles Band, fondatore della casa di produzione Full Moon Features, deve aver archiviato nel proprio cervello un considerevole numero di opere relative al filone zombie prima di concepire il primo lungometraggio volto ad analizzare, in chiave parodistica, il problema del COVID-19.

La Full Moon Features è, senz’ombra di dubbio, una delle case di produzione più rinomate nel campo del trash cinematografico e con quest’ultimo film, Corona Zombies, rivela di non prediligere di certo la qualità. Il film è stato girato in soli ventotto giorni – palese riferimento al film 28 giorni dopo di David Boyle – e nella sua realizzazione nessuna delle direttive impartite dal Governo è stata infranta. La troupe cinematografica è stata piuttosto esigua (il cast è composto da tre attori, dei quali uno interagisce solo telefonicamente, l’altro è uno zombie munito di mascherina e l’ultimo, la protagonista, interpretata da Cody Reene Cameron, non attraversa altri luoghi che non siano il salotto della sua abitazione).
Nella cornice narrativa sono stati inseriti estratti di altri due film e parti di telegiornali americani, per una durata totale di 61 minuti. I film in questione sono i capisaldi del trash Virus del 1980, diretto da Bruno Mattei e da Claudio Fragasso, e lo strampalato Zombies vs Strippers, film del 2012 diretto da Alex Nicolau. Gli spezzoni sono stati doppiati nuovamente per poter essere inseriti coerentemente nel film di Band.
La storia di Corona Zombies è semplice: un’equipe di soldati, la “Corona Squad”, è incaricata dal governo di trovare un carico di carta igienica, divenuta un prodotto dal valore inestimabile. Nel corso del film, essi dovranno affrontare orde di zombie, generati da un intruglio di pipistrelli ideato dalla Cina per loschi scopi. Quest’azzardato patchwork filmico è visto dal televisore della protagonista, speranzosa che qualcuno, là fuori, riesca ad appropriarsi della tanto agognata carta igienica. L’espediente narrativo che vede la tecnologia quale miglior mezzo attraverso cui esaminare un’apocalisse zombie era proprio di uno dei più grandi mockumentary della storia, The Diary of the Dead, diretto proprio da George A. Romero. Nel nuovo doppiaggio del film, inoltre, uno dei soldati della Corona Squad viene battezzato con il nome di “Soldato Argento”, data l’incredibile somiglianza dell’attore con il celebre regista di Suspiria, Tenebre e Profondo Rosso. Dario Argento collaborò con Romero per la sceneggiatura di Zombi. Insomma, il lungometraggio di Band straborda di citazioni e, per quanto risulti fallimentare sotto innumerevoli punti di vista, ha il merito di essere riuscito, per primo, a portare sullo schermo una storia che ha a che fare con la situazione che siamo costretti a vivere, in una maniera volutamente irriverente, demenziale e capace di strapparci qualche risata, cosa in questi tempi è sempre più necessaria.
