Che cos’è un film? Forse i più risponderebbero dicendo che è una semplice sequenza di immagini che, spesso accompagnata da una serie di colonne sonore ed effetti scenografici, ci racconta una storia.
Altri magari lo definirebbero uno specchio: riflesso della nostra cultura e della nostra società.
E se davvero un film fosse tutto questo, allora verrebbe spontaneo chiedersi cosa dovremmo vedere nel 2021, un anno che, per ora, sembrerebbe essere solo l’inquietante sequel del precedente.
Chi non ha provato, negli ultimi mesi, la sensazione straniante di vedere sullo schermo un attore recitare senza mascherina, oggetto che, oggi più che mai, sembra esser diventato un’appendice del
nostro corpo, o quasi una parte integrante di esso? Chi non ha mai provato nostalgia guardando i protagonisti di un film stringersi forte nell’abbraccio che anche noi vorremmo darci, ma che, per forza di cose, continuiamo a rimandare?
Ecco, un film nel 2021 ha un compito diverso, più difficile, rispetto agli anni passati. Deve distrarre, ma al tempo stesso non deve farlo. Far riflettere, ma essere leggero, spontaneo, autentico, ricco di quella stessa genuinità che ci manca e che continuiamo disperatamente a cercare sul grande schermo, essendo impossibilitati nella vita reale. Abbiamo costantemente anelato a un ritorno alla normalità, eppure, guadando le scene susseguirsi
sul televisore, tutto ci sembrava artefatto. Era difficile concentrarsi sull’espressività dell’intero viso, proprio ora che avevamo iniziato a leggere gli sguardi.
Eppure, nonostante l’attimo di iniziale disorientamento, film dopo film riscoprivamo la bellezza di certe emozioni che gli attori ci facevano rivivere e desiderare ancor più ardentemente.
Rocco (Jacopo Piroli) e Giorgio Rosa (Elio Germano), rispettivamente in Famosa e nell’Incredibile storia dell’Isola delle Rose, ci hanno ricordato l’importanza di sognare, di porsi un obiettivo ai limiti del raggiungibile, anche quando, annichiliti dalla pigrizia esistenziale dell’ultimo periodo, forse avevamo dimenticato la forza della determinazione. Perché anche se certi traguardi sono impossibili, la corsa matta verso la meta ci tiene in vita. Bruno Salvati (Kim Rossi Stuart), in Cosa sarà ha dimostrato come, anche quando la vita ci mette alla prova, anche quando l’ostacolo da superare sembra troppo alto per essere affrontato, ci sarà sempre qualcuno accanto a noi pronto a stringerci la mano prima del salto.
In Volevo nascondermi, Antonio Ligabue (Elio Germano), invece, si è fatto interprete della nostra solitudine, del senso di inadeguatezza che ci ha attanagliato per mesi in una morsa così stringente da toglierci il fiato e, con esso, ogni forma di sicurezza.


Con Giulio, Gemma, Paolo e Riccardo (Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart e Claudio Santamaria), in Gli anni più belli, siamo tornati a far parte del gruppo di amici dai quali ci sentiamo distanti. Tra chiacchiere, litigi e compromessi l’amicizia torna finalmente a essere protagonista in un mondo che sembrava non volerle lasciare lo spazio necessario a essere coltivata: quello di un abbraccio.
Marta e Arturo (Ludovica Francesconi e Giuseppe Maggio), in Sul più bello, ci hanno fatto ricredere sull’“e vissero per sempre felici e contenti”, da sempre letto nelle storie, ma purtroppo non sempre sicuro nella realtà e, insieme ad Aldo, Giovanni e Giacomo in Odio l’estate ci hanno insegnato che la vita è una sola e che si può ridere di tutto, anche di noi stessi, al di là dei drammi che ci hanno sconvolto l’esistenza, se questo ci fa stare meglio.
Nei protagonisti di Lacci e di Magari abbiamo rivisto le difficoltà familiari che, forse, qualcuno di noi ha anche vissuto. Perché nell’ultimo anno abbiamo imparato che per quanto il legame che ci unisce alla famiglia sia forte e indissolubile, molto spesso le dinamiche interne che si vengono a creare sono fragili e instabili, così come noi, come atomi che non hanno raggiunto l’ottetto. Carlo e Giulia (Fabio De Luigi e Valentina Lodovini) in 10 giorni con Babbo Natale e Sara e Nicola (Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea) in Figli sono stati invece tutti coloro che, in trappola, hanno sentito per la prima volta le mura di casa ristringersi intorno a loro, vedendo per la prima volta il proprio nido e porto sicuro come una prigione fatta di doveri e responsabilità, ansia e preoccupazioni che, però sono state abilmente scacciate via dalla forza dell’amore e della famiglia. Perché, se a volte non ci sentiamo capiti, è perché siamo stati i primi a non voler ascoltare. Anche gli adulti de I predatori e di Favolacce ci hanno mostrato come rimanere ciechi e sordi di
fronte ai problemi degli altri, come se questi non ci appartenessero, entrando in un circolo vizioso senza uscita, in cui nessuno si cura del prossimo, con evidenti drammatiche conseguenze. E se c’è una cosa che ormai abbiamo appreso bene è che non esiste un virus più nocivo dell’indifferenza, niente di più pericoloso di credere che al mondo non esista nulla di più importante del nostro misero orticello.


Simone Segre (Alessandro Gassmann) in Non odiare, e Madama Rosa (Sophia Loren) nel film La vita davanti a sé, ce lo hanno proprio dimostrato, scendendo a patti con vecchi rancori e ideologie, mettendo la propria vita al servizio di chi ha bisogno, nella più alta manifestazione di sentimenti troppo spesso posti ai margini della società: generosità e compassione.
Per concludere, il concorso “David di Donatello” si è posto a emblema di quanto quest’ultimo anno non sia stato solo Coronavirus, gel igienizzante, guanti e mascherine, non solo mancanza e distanza, ma anche riscoperta. Di sé, di valori genuini, di vecchi hobby abbandonati e finalmente ripresi, dell’importanza del tempo, dell’amicizia, dell’amore e della famiglia troppo spesso sottovalutati. Ci siamo rinnovati nella tragedia, rinascendo dalle nostre ceneri. Abbiamo cambiato aspetto, forma, idee, speranze e paure, così come un serpente cambia la muta non trovandosi più a suo agio in quella vecchia e stringente che non gli consente di crescere oltre. Perché se è vero che sono le vicissitudini a forgiare gli uomini allora noi siamo diventati fortissimi. Passando dal timido orfano Buffon (Federico Ielapi) in Tutti per 1 – 1 per tutti che aveva bisogno di essere salvato dai suoi moschettieri, attraverso il fantasioso Valerio (Mattia Garaci) di Padrenostro che tratteggia da solo l’eroe di cui ha bisogno, inventandolo con l’immaginazione o scegliendolo come amico, diventando poi l’intrepida ribelle, ma sofferente Eleanor (Romola Garai) di Miss Marx e subito dopo la forte Nevia (Virginia Apicella), non riuscendo tuttavia ad evitare le debolezze e le contraddizioni di Anna (Benedetta Porcaroli) in 18 regali, fino ad arrivare ai ragazzi di Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma che finalmente escono dallo stereotipo che la società ingiustamente attribuisce a tutti i giovani: menefreghisti, disinteressati e privi di qual si voglia slancio.

Romola Garai in Miss Marx

Anche oggi purtroppo gli adolescenti sono costretti a scontrarsi con una realtà che li identifica in una massa di inetti, lobotomizzati a cui importa solo dei social e non della vita vera, vittime indiscusse di un confronto perso a tavolino, con la vecchia generazione che non riesce a mai a riconoscere i meriti della successiva.
Quindi, scena dopo scena, film dopo film, il concorso David di Donatello si è fatto esempio di come non serva necessariamente mostrare la realtà per descriverla, di come tutti noi siamo parte di un grande quadro generale in cui condividiamo le nostre emozioni nonostante si abbiano storie diverse alle spalle e di come la solitudine spesso sia solo un’illusione. Basta infatti guardarci intorno per notare come tutti soffrano per gli stessi problemi, rabbrividiscano per le stesse paure o si rincuorino con le stesse speranze.

Un pensiero su “Al David di Donatello il cinema che parla di noi”
  1. Io sono di parte ma ti auguro vivamente di raggiungere ogni tuo desiderio. Ti voglio tanto tanto bene
    Zia Sandra

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