Vi è mai capitato di notare rallentamenti nel software del vostro telefono? Oppure di accorgervi che il tablet si scarica molto più velocemente di prima? Potrebbe non essere colpa della semplice usura.

Nel 1924 un gruppo di aziende produttrici di lampadine cominciò a costruire i suoi prodotti in modo che funzionassero per un massimo di 1000 ore. Questo stratagemma spingeva (e spinge) i consumatori a comprare il prodotto nuovo poco tempo dopo aver acquistato quello vecchio. Nel tempo la strategia si è evoluta e ha preso il nome di obsolescenza programmata. Nel 2003 è stata sdoganata da Apple nella produzione di dispositivi elettronici: nel primo iPod la vita delle batterie era limitata a 1 anno e mezzo, circa il periodo di garanzia offerto dall’azienda. Conosciamo l’accaduto grazie ad una causa di una class action ai danni di Apple, che ha poi risarcito i compratori ma non ha mai ammesso la propria colpa. Dopo quell’evento ci sono stati numerosi casi di accuse contro diverse aziende, ma la società di Cupertino ne ha accumulate parecchie fino ad oggi. Ormai non fa quasi più scandalo, pensiamoci: quante aziende si sono inventate mille trucchi per indurci al consumo? Fin troppe.

Il vero problema dell’obsolescenza programmata non è quello di rovinare i nostri dispositivi nel tempo, ma quello di costringere alla continua produzione di ogni tipo di dispositivo acquistabile. La costruzione soltanto degli smartphone e tablet costa attualmente all’umanità 14 tonnellate di CO2 disperse nell’aria. Lo dice uno studio dell’European Environmental Bureau del 2019, che rivela anche come, allungando il ciclo di vita dei nostri cellulari di soli 12 mesi, potremmo risparmiare fino a 2 milioni di emissioni annue.

Per sopperire al problema, nel 2013 un gruppo di parlamentari francesi ha cercato di far passare la legge che avrebbe reso reato l’utilizzo di questa strategia aziendale, e che avrebbe reso più semplici i processi di riparazione. Nel testo di questa legge viene data una precisa definizione di obsolescenza programmata o pianificata: “è l’insieme delle tecniche di cui un produttore o importatore di beni si avvale deliberatamente per ridurre la durata o l’uso potenziale dei prodotti che commercializza, al fine di aumentare il loro tasso di sostituzione, come ad esempio l’introduzione intenzionale di un difetto, la debolezza o inutile fragilità dei componenti, le incoerenti limitazioni tecniche, l’impossibilità di riparazione, le incompatibilità software, ecc.”. Oltre alla pena di due anni di reclusione e di sanzioni fino a 37.500 euro, nel concreto la legge propone la proroga del periodo di garanzia a 5 anni per tutti i dispositivi entranti nel mercato nel 2016 e negli anni successivi. La comunità europea e globale deve stare infatti attenta a non prendere il fatto sotto gamba, poiché questa strategia comporta un grave pericolo per l’ambiente.

L’obsolescenza programmata purtroppo non è stata ancora sconfitta. Se la transizione ecologica deve davvero avvenire e se lo sviluppo sostenibile è l’unico futuro possibile per il pianeta, questo è il momento di fare qualcosa.

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