Ci chiamano la generazione Z e siamo tutti coloro che sono nati tra il 1995 e il 2010. Siamo figli e nipoti di partigiani, sessantottini, rocker e figli dei fiori. Il che vuol dire che sulle nostre spalle pesa circa un secolo di storia: lotte, ribellioni, rivoluzioni e impegno civile. Difficile, quindi, non sentirsi sopraffatti da tutta questa luce che non fa altro che metterci costantemente in ombra. In realtà, il problema non sussisterebbe affatto, se non fosse che proprio i nostri predecessori sembrano aver dimenticato l’epoca in cui erano loro a esser additati come perdigiorno, sfaticati e inetti. Infatti oggi, a distanza di decenni, ci rimproverano proprio ciò di cui, in passato, erano accusati loro, con una piccola variante che pesa sulle nostre teste come una spada di Damocle: l’avvento della tecnologia, come se la nostra colpa più grande fosse proprio quella di non aver conosciuto il mondo prima dell’era di internet.

Quante volte ci siamo sentiti definire “social–dipendenti”, considerate come persone a cui interessa solo ottenere quanti più like possibili sotto all’ultimo post di Instagram? Per loro siamo “la generazione dell’apparenza”, la cosiddetta gioventù bruciata che agisce sempre con arroganza e pressapochismo.

In realtà generalizzare un “loro”, riferendoci a tutta la generazione precedente, non è poi così diverso dalla colpa di fare di tutta un’erba un fascio che si imputa alla generazione precedente. Difatti, in questa strenua difesa dei nostri ideali, ricadremmo inevitabilmente nel ricommettere gli errori dei padri: perché se è vero che, a volte, loro non ricordano di essere stati come noi, talvolta noi ignoriamo il fatto che, un giorno, forse, saremo come loro.

L’unica cosa veramente importante, al di là di stereotipi e luoghi comuni è la consapevolezza che in ogni generazione vi siano ambedue le tipologie: gli attivisti e i disimpegnati.

A conti fatti, benché il mondo non sembri ancora pronto a riconoscerne i meriti, è innegabile il fatto che la nuova generazione si presti, consapevolmente o meno, a sviluppare opinioni su argomenti della sfera politico-sociale. Infatti, sono pochi attualmente i ragazzi che dichiarano di non avere un’idea su un determinato tema e, tutt’ al più, accusano di ignavia chi decide liberamente di non schierarsi. Che sia necessaria una posizione netta per rimediare agli errori del passato è innegabile, ma non tutti decidono autonomamente: sono infatti molte le influenze che, letteralmente, ci bombardano ogni giorno.

C’è chi sviluppa un’opinione dopo essersi informato a fondo, chi lo fa per un’ideologia, chi per semplice partito preso, ma i peggiori in assoluto sono i giovani che lo fanno per “moda”. A causa di questi ultimi abbiamo guadagnato la nomina di menefreghisti e falsi buonisti, quando, invece, il nostro vero impegno civile è stato necessario per risanare la società là dove in passato era stata danneggiata. Basti pensare ai “Fridays For Future” degli studenti capitanati dall’adolescente svedese Greta Thumberg (classe 2003) o i “Black Lives Matter”, o più genericamente alle molteplici altre manifestazioni nate in tutela dell’ambiente, dei diritti umani come quelle della comunità LGBTQ+, o delle minoranze, delle diversità.

La nuova generazione non lascia indietro i dimenticati e gli oppressi. Indubbiamente il merito di questo atteggiamento è in larga parte della scuola, dove sempre più giovani vengono educati al rispetto del prossimo e all’apertura mentale necessaria a sdoganare la paura “del diverso” e il disinteresse per tutto ciò che non ci riguarda. Perché sarà anche vero che essendo nati liberi non abbiamo mai dovuto lottare per la nostra libertà, ma proprio avendola ci siamo resi conto di quanto tutti la meritino. Sarà anche vero che ci è sempre stato dato tutto, ma non per questo è necessariamente vero il fatto che non ce lo saremmo potuti guadagnare.

Fonte immagine: lagallerianazionale.com

Alle generazioni passate allora chiediamo l’unico diritto che non sempre ci è concesso: fateci sbagliare come avete sbagliato voi, fateci fallire e soprattutto fateci provare a rimediare. Dateci l’opportunità di diventare migliori non solo di ciò che siamo, ma anche di come ci vorreste, perché – come recitano le scalinate della Galleria Nazionale – “Le radici devono avere fiducia nei fiori” (María Zambrano). Voi siete stati il futuro dei vostri padri, noi saremo il vostro.

Fonte immagine di copertina: Jacquelynne Kosmicki da Pixabay

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