Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio detta “Rina”, scrittrice, poetessa e giornalista italiana, nacque ad Alessandria, il 14 agosto del 1876. Estremamente giovane, rimase incinta e venne costretta a un matrimonio combinato. L’uomo con cui le fu imposto di convivere si opponeva fortemente alla sua ideologia puramente femminista, tanto da spingerla prima ad un tentativo di suicidio e poi alla fuga.

“Accettando l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar sola”, scriverà.

Nonostante l’ambiente oppressivo e limitante in cui fu costretta a vivere per gran parte della sua vita, è ricordata ancora oggi come il primo caposaldo del femminismo italiano. La scrittura fu per lei un vero e proprio rifugio. Le sue esperienze di vita la resero una delle migliori, ma più ambigue e controverse, scrittrici del Novecento.

In alcuni suoi libri tratterà proprio del suo stato di sottomissione alla figura maschile. Prima il padre, poi il marito e il figlio: proprio la sua convinzione che la madre stesse tradendo il marito, provocò in Sibilla un tale sgomento da spingerla al suicidio. Non poteva inoltre accettare di essere vincolata in un matrimonio con lo stesso uomo che l’aveva violentata e umiliata.

Il figlio fu inizialmente l’ancora di salvezza nel suo mare di disperazione, ma crescendo si rivelò essere ciò che Sibilla più detestava: un uomo grezzo, opprimente, violento. Rischiò di cedere, o di trascorrere tutta la sua vita nella sola funzione di madre e moglie; straziante ed opprimente, per una donna che tentava di strappare le cuciture di un ruolo che le stava davvero troppo stretto. Dentro di lei ardeva quella consapevolezza di essere una donna indipendente.

Questa sua consapevolezza la portò a volersi informare e istruire politicamente. Infatti entrò a far parte del movimento di emancipazione della donna, partecipando a diversi dibattiti in varie riviste. Molte sue frasi sono anticipatrici di una consapevolezza che ancora la donna non aveva raggiunto. Ad esempio: “Bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna”.

Gli anni di disperazione dunque finiscono con la comprensione di dover fuggire da quell’ambiente altamente tossico per lei. Fugge a Milano, dove diventa socia della rivista Unione Femminile.  Il femminismo fu il suo mezzo di trasporto. La scrittura invece fu il suo sostentamento: la teneva in vita, proteggendola e dandole coraggio. Fu antesignana della lotta per i diritti delle donne: per lei il femminismo era una necessità. La consapevolezza di essere più di un ruolo sociale soffocante ed ingiustamente tradizionale. La capacità e la possibilità di comprendersi e decidere il proprio destino da sé.

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