I recenti successi sportivi italiani alle ultime Olimpiadi di Tokyo, in particolare modo nelle discipline di atletica leggera, hanno portato alla luce un aspetto fondamentale dello sport: la preparazione mentale come arma importantissima per raggiungere il successo.

Il campione olimpionico nei 100 metri piani e nella 4×100 Marcell Jacobs ha apertamente dichiarato quanto sia stata importante per lui la collaborazione con la mental coach recentemente entrata a far parte del suo team. Grazie al suo contributo Marcell Jacobs, da prospetto talentuoso senza neanche una chiara idea di quale fosse la sua migliore disciplina (a inizio carriera Jacobs era un lunghista), è arrivato al vertice della più importante specialità olimpica.
Allo stesso modo hanno colpito le dichiarazioni della campionessa della marcia femminile Antonella Palmisano, la quale ha dichiarato quanto come, alla vigilia della gara, fosse tranquillamente sicura della vittoria, per quanta fiducia avesse nelle proprie capacità e nella sua preparazione atletica.

Marcell Jacobs. Fonte immagine: Wikipedia



La forza mentale, naturalmente peculiare in alcuni individui, o allenata e fortificata in altri, è dunque un’arma importantissima nello sport per trasformare un eccellente atleta in campione, un modello da imitare.
In tante discipline sportive si assiste a situazioni in cui ad un atleta viene universalmente riconosciuto il possesso di un eccellente talento e di una tecnica indiscussa che, però, egli non riesce ad utilizzare nelle competizioni agonistiche (un cosiddetto “talento inespresso”). Ci si potrebbe chiedere se alla base di questi fenomeni non sia proprio la mancanza di una mentalità vincente, e spesso la risposta sarebbe sì.

Bisogna a questo punto chiedersi quanto sia opportuno o lecito spingersi su questo terreno della forza mentale per raggiungere il successo: un esempio per tutti è il recente fallimento del tentativo del numero uno del tennis mondiale Novak Djokovic di stabilire un importantissimo record di vittorie in un anno solare di tutti e quattro i Grandi Slam (i tornei più importanti del mondo, Roland Garros, Australian Open, Wimbledon e U.S. Open). Djokovic, all’ultimo atto, è stato sconfitto dall’astro nascente russo Daniil Medvedev, un giovane dall’enorme talento (spesso incompreso) senza tante pressioni, al punto tale da dichiarare post match che una delle principali motivazioni che lo spingevano a cercare la vittoria era stata la promessa ad alcuni suoi amici di poter festeggiare la vittoria dell’incontro con l’esultanza del “pesce morto”, copiandola dal videogame Fifa.

Ecco, da un lato il fortissimo desiderio di stabilire un record unico, tale da essere ricordato come GOAT (Greatest Of All Times), dall’altro una simpatica improvvisazione con gli amici. Il fatto che in questo secondo caso sia risultata vincente la seconda motivazione probabilmente ci porta a concludere che nello sport, come nella vita, la ricerca della vittoria o del successo è certamente apprezzabile, ma non bisogna mai dimenticare quale sia il prezzo, a volte nascosto, dietro i successi: si insegue un successo per migliorarsi nella propria comunità, per diventare campione, cioè modello, oppure si vuole in qualche modo prevaricare, scalzare, scrivere il proprio nome cancellando i precedenti?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *