Recentemente è stato rilasciato nelle sale italiane l’ultimo film della saga prodotta dalle registe Lana e Lilly Wachowski: Matrix Resurrections. Numerose sono le teorie che tentano di spiegare cosa realmente sia la Matrix e quali siano gli impatti di una sua eventuale esistenza sulle le abitudini e le concezioni degli uomini. Tra esse, solo alcune hanno realmente colto il significato intrinseco delle vicende.

Le più accreditate sono certamente le teorie che si rifanno al mito del “genio maligno” di Cartesio: quest’ultimo racconta infatti come sia plausibile ipotizzare l’esistenza di un’entità superiore in grado di manipolare a suo piacimento la realtà, alternando ad essa finzione e illusioni per il solo scopo di confondere l’umanità nonostante quest’ultima confidi in una scienza esatta.
Infatti, per quanto appaia impossibile alla mente umana immaginare qualcosa di più corretto della matematica, è innegabile l’eventualità che possa esistere un “genio maligno” che si diverta, proprio a causa della sua malvagità, a ingannarci ogni volta che effettuiamo un calcolo matematico.

René Descartes (Cartesio) in un ritratto di Frans Hals (1649). Fonte: Wikipedia

“Io supporrò, dunque, che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di Verità, ma un certo cattivo genio [genium aliquem malignum], non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi”.
Cartesio, Il genio maligno.

Altra ipotesi accreditata riguarda la tesi di Hilary Putnam, al quale le registe sopracitate si sarebbero ispirate per la teoria di fondo, nonché per giustificare l’esistenza di una realtà virtuale in cui il computer elabora dati che, venendo trasmessi al cervello, si accumulano nei ricordi, permettendoci così di utilizzare informazioni mai apprese in precedenza. In Matrix questa tecnica viene utilizzata per l’apprendimento di pratiche come il ju jitsu e la guida di aerei professionali.
Putnam ipotizza infatti che uno scienziato, una macchina o un’altra entità possa prelevare il cervello dal corpo, immergerlo in una vasca di liquido nutritivo e infine connettere con dei cavi i suoi neuroni a un supercomputer, il quale gli fornirebbe impulsi elettrici identici a quelli ricevuti da un cervello in condizioni standard. Si verrebbe quindi a creare una realtà in cui il cervello, perfettamente funzionante, traduce come vere delle informazioni indotte che, di conseguenza, nulla hanno a che fare con la realtà sedicente se non la percezione che il cervello ha di essa. Perderemmo così ogni certezza relativamente alla realtà esterna e alla nostra stessa esistenza in quanto sarebbe impossibile distinguere la nostra condizione da un’eventuale finzione: ciò perché il cervello, non essendo più predisposto a essere accolto in un corpo collocato all’interno di uno spazio, non riceverebbe impulsi che possano far dubitare a quest’ultimo della veridicità della sua condizione.       

Immagine: Gerd Altmann su Pixabay

“[…] Sembra che ci siano persone, oggetti, il cielo ecc., ma in realtà l’esperienza della persona è in tutto e per tutto il risultato degli impulsi elettronici che viaggiano dal computer alle terminazioni nervose. Il computer è così abile che se la persona cerca di alzare il braccio la risposta del computer farà sì che ‘veda’ e ‘senta’ il braccio che si alza. Inoltre, variando il programma lo scienziato malvagio può far sì che la vittima ‘esperisca’ qualsiasi situazione o ambiente lo scienziato voglia. Può anche offuscare il ricordo dell’operazione al cervello, in modo che la vittima abbia l’impressione di essere sempre stata in quell’ambiente. […] magari l’universo […] consiste solo di macchinari automatici che badano a una tinozza piena di cervelli. Supponiamo che il macchinario automatico sia programmato per dare a tutti noi un’allucinazione collettiva […] Quando sembra a me di star parlando a voi, sembra a voi di star ascoltando le mie parole. Naturalmente le mie parole non giungono per davvero alle vostre orecchie, dato che non avete orecchie, né io ho una vera bocca e una vera lingua. Invece, quando produco le mie parole quel che succede è che gli impulsi efferenti viaggiano dal mio cervello al computer, che fa sì che io ‘senta’ la mia stessa voce che dice quelle parole e ‘senta’ la lingua muoversi, ecc., e anche che voi ‘udiate’ le mie parole, mi ‘vediate’ parlare, ecc. In questo caso, in un certo senso io e voi siamo davvero in comunicazione. Io non mi inganno sulla vostra esistenza reale, ma solo sull’esistenza del vostro corpo e del mondo esterno, cervelli esclusi.”
– Hilary Putnam, Ragione, verità e storia.

Ultimo ma non per importanza, “Il mito della caverna”: quest’ultimo è infatti l’unico tra tante fonti a risultare realmente un’ispirazione per le autrici di Matrix, le quali hanno confermato in diverse interviste il contributo fornito dallo studio del celebre mito di Platone. Il racconto non è altro che la descrizione del percorso conoscitivo del filosofo che, a causa dell’incessante bisogno di ricercare la verità, si stacca dal mondo sensibile per raggiungere le idee (prima tra esse l’idea del Bene) per poi tornare al punto di partenza, nonché nella caverna, per informare i presenti della realtà conosciuta. L’allegoria della caverna rappresenta quindi la via per acquisire il sapere necessario per governare la città, mettendo da parte le opinioni e partecipando alla conoscenza della realtà. Da ciò è intuibile il desiderio di Platone di sottolineare la necessità di diffondere il sapere per poter raggiungere uno stato di pace al di sopra dell’effimerità dell’ignoranza, garantendo così la Giustizia in ogni dove. Il meccanismo di sviluppo è quindi molto simile all’intreccio di Matrix in cui vediamo il protagonista del tutto scettico rispetto a ciò che gli si presenta davanti ma, nonostante ciò, spinto dal bisogno morale di informare i suoi simili delle scoperte fatte.

Platone

“Se dunque fossero in grado di discutere fra loro, non pensi che essi chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?”
– Platone, La Repubblica.

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