Lo spagnolo Rafael Nadal vince gli Australian Open 2022, edizione contraddistinta dalla travagliata vicenda legata alla partecipazione, poi negata, di Djokovic. Il campione originario di Maiorca riesce a trionfare in finale col russo Medvedev -numero 2 del mondo – dopo mesi di inattività, mostrando una straordinaria forza interiore che gli regala il 21esimo titolo del Grande Slam, primo nella storia del tennis. È storia!

13 settembre 2021, trattamenti medici al piede. Ora cammina in stampelle.

Ho paura, non so con chi parlare, con chi sfogarmi. Spero non ti dispiaccia se la mia scelta sei tu, ma ho paura. Questa volta potrebbe essere la fine, e coinciderebbe col mio declino, contro Novak (Djokovic) in semifinale, lì, a Parigi, dove ho regnato per 13 anni. E’ come se mi avessero tolto la corona di dosso, all’improvviso, senza che potessi reagire. E mi continuavo a ripetere che io avrei deciso quando abdicare, ma ora penso che, con questa ennesima botta, il fato abbia deciso di porre fine al mio regno. Potrei non avere più occasioni per rivendicare il trono. E, soprattutto, non sarei più tanto felice. Dovrei stare inerme mentre loro giocano e si divertono? Temo.

Lunedì 17 gennaio 2022, il giorno inaugurale del torneo Australian Open 2022.

Senti, io ci provo. Voglio finire provandoci, a costo di stramazzare sul cemento senza respiro, esalare la mia anima tennistica su quel perfetto rettangolo che muta d’essenza nel corso dell’anno. Penso sia già un traguardo poter giocare il primo turno. Me la voglio godere ora, ma non voglio fare –  ci puoi giurare – l’anziana comparsa

Venerdì 28 gennaio 2022, giorno della semifinale vinta contro un passivo Matteo Berrettini.  

Non ci sto credendo, sono in finale, sto qua, mi sento come un gatto attempato che, però, ha una migliore agilità, una migliore intelligenza per balzare e aggrapparsi, morbosamente, a una corda che gli continua a girare attorno come una giostra. Quella giostra che non si era mai fermata, ma per me sì. Ho comprato il biglietto per salirci, faticando dopo ogni colpo, in ogni sessione d’allenamento da cui, il più delle volte, uscivo rammaricato, sfiduciato. Ho dovuto scavare a fondo per tornare a credere di poter scrivere ancora le mie emozioni retrospettive. Non ho mai perso di vista l’obbiettivo: tornare alla massacrante felicità in modo ossessionato, brutale. 

Domenica 30 gennaio 2022. Giorno della finale contro il russo, numero due della classifica mondiale, Daniil Medvedev. Ore 11.30.

Penso sia finita ora. Ho perso il primo set; nel secondo mi sono spinto al limite, ho avuto occasioni per chiuderlo e ho perso dopo 84 minuti di logoramento fisico, e mentale. Daniil è una piovra dai lunghi tentacoli capaci di qualsiasi movimento; è come Novak. Non so che fare, posso solo resistere con i denti serrati. Ma ora siamo nel terzo set, 2 game a 3 per lui che ha tre palle break consecutive, 0-40. Se fa punto, è campione. Rafa, però, caz*o, non ti puoi scomporre; pensa solo al prossimo punto, solo al prossimo. Voglio stare ancora qua a lottare, a grondare sudore con 20 vesciche a mani e piedi, a essere succube dei miei tic nervosi dominanti. Voglio navigare in mezzo a questa tempesta, perché è dove mi sento potente, alacre e celatamente sorridente. Non penso più; proiettato solo avanti. “Game Nadal”. Sono ancora vivo. L’unica parte emozionale della mia Mente attiva deve essere quella che percepisce ogni pensiero, ogni condizione psicologica di Daniil. E lo sento, sento le sue ferite interiori. Avverto il suo sangue che può essere versato. Ora, freddamente, azzanna. Vinco il terzo set. Lo devo portare ancor di più a uno stato di densità mentale tale per cui i suoi occhi non vedano più la realtà contingente, ma solo le proiezioni amletiche della sua Mente. Condurlo alla follia. E vinco il 4 set. Siamo pari. E chi ci credeva prima? Nessuno, tranne me. Ora, devo far trascendere la mia Mente al di sopra di tutto. Il desiderio. “Volere è poco: devo desiderare ardentemente per raggiungere lo scopo” ricorda Ovidio, che lo prendo in parola.

Ore 13.40.     

5 set. Avevo fatto il break: servo per il match: contro break. E  l’inerzia è dalla sua. No, Rafa, no. C’è ancora da giocare. Serve lui. Pensa che se fai il prossimo punto, vai 0-15, spezzandogli l’entusiasmo. 0-15. Due buoni punti per lui, 30-15. Ma pensa che se vai 30-30, lo fai vacillare. Corri, corri, allungati. Sì, 30-30. Se ottieni il prossimo, ti porti 30-40 e sarai come un vortice di paura che incombe pronto ad abbattersi su di lui. Sì, proprio la paura, che prima affliggeva me. Proprio la paura la più pericolosa nemica e la più grande maestra da cui reagire. Reagire. 30-40. Poi, torna però in parità, ma io non mi stacco da qui. Qualche minuto dopo … “Match-point Nadal”. Non penso a nient’altro che all’angolo che la pallina deve compiere con l’esatta rotazione dettata dal giusto taglio dettato dal corretto movimento di polso. Doma la tensione. Falla crescere, ma tu non occupartene, non rivolgerti ad essa. Finché non la devi fare esplodere. “Game, set, match Nadal”. 

Il silenzio è immobile nella quiete, fin quando si dilata e deflagra. È l’elevazione apoteotica del mio desiderio, della mia fiamma ardente. Io non mollo, resisto; fiducia e voglia di felicità mi hanno portato qui. 21 titoli del Grande Slam a 35 anni, dopo mesi di inattività, dubbi e paure.  Ma la mia Mente non si è mai fatta assoggettare. Anzi, bramava. 

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