Storie, poesie e immagini che seguono sono alcune delle opere prodotte dagli studenti della classe 1A (Scientifico Cambridge) del Liceo “Pertini”, alla fine di un modulo di Educazione Civica su bullismo e cyberbullismo proposto dalla Professoressa Sabrina Russo.
Storia di Laura (di Fatima Diagne)
Ciao, mi chiamo Laura, ho 16 anni e frequento il terzo anno di liceo classico. Vivo in una casa in pieno centro a Roma: dal mio balcone si vede perfino il Colosseo. Oggi è il primo giorno nella mia nuova scuola. Mi sono trasferita a fine giugno da Firenze, quindi per me è tutto nuovo. Sono molto emozionata, ma ho anche molta paura. “Piacerò ai miei compagni?”. “Piacerò ai miei insegnanti?”. Questi due pensieri sono fissi nella mia mente da giugno.
Appena entrata nel piazzale mi sono subito sentita molto disorientata. Vedevo solo gruppi di ragazzi e ragazze che mi fissavano, ma ad un certo punto, una ragazza mi si avvicina. “Ciao, tu devi essere Laura, la nuova arrivata”. Senza lasciarmi rispondere continuò: “Io mi chiamo Chiara! Vieni con me che ti faccio visitare la scuola”. Non avevo mai visto una scuola tanto grande, ma continuavo comunque a sentirmi fuori posto. Vedevo gli occhi delle persone puntati su di me, e questa cosa mi metteva molto a disagio. Fin da piccola mi chiudevo sempre in me stessa cercando di evitare gli altri, ma in quel momento fu davvero impossibile. Entrata in classe cominciò il peggio. La prof di greco mi fece alzare davanti a tutti e mi disse di presentarmi. Io, presa dall’ansia, rimasi zitta. Riuscivo a sentire soltanto le risate dei miei nuovi compagni, fino a quando uno di loro non mi disse: “Lo sai che per parlare bisogna muovere la bocca?”.
Tutti iniziarono a ridere, sentivo le lacrime che scendevano sulle mie guance, uscii dalla classe in tutta fretta, andai in bagno e iniziai a piangere, ma a un certo punto sentì la voce di Chiara: “Laura come stai? Non ascoltare quello che ti dicono, eri solo emozionata, è normale, visto che sei appena arrivata”. Tornata in classe trovai il coraggio e iniziai a parlare della mia vita prima di arrivare a Roma. “Ciao, mi chiamo Laura, ho 16 anni, mi sono appena trasferita da Roma…” insomma le solite frasi che tutti dicono ogni volta che si devono presentare. La giornata passò abbastanza velocemente per fortuna! Tornata a casa sentii il telefono suonare: era Chiara. “Ciao Laura, che ne pensi di andare a una festa venerdì sera?”, disse. Io non ero proprio entusiasta ma decisi di accettare: avrei potuto conoscere nuove persone. “Sì, bellissima idea!”, risposi. Venerdì ero appena tornata da scuola quando qualcuno suonò alla porta. Era Chiara, con un vestito in mano, ed era molto emozionata. “Ciao Laura, ho pensato che un vestito nuovo ti servisse, spero che ti piaccia”. Era bellissimo, mi piaceva davvero tanto, così me lo misi e uscii insieme a Chiara per andare alla festa.
Appena arrivata tutti mi guardarono, ma io decisi di non pensarci. La festa fu molto divertente, ma verso le 23 sentii come se non stesse andando tutto per il verso giusto. E infatti fu così. Mi versarono un intero secchio di rifiuti addosso e iniziarono a fotografarmi. Non passò neanche mezz’ora che le foto fecero il giro di tutti i social. Volevo scomparire. Tornai a casa il più velocemente possibile e decisi che lunedì non sarei andata a scuola. Non andai per tutta la settimana, fingendomi malata. Ma quando tornai fu la fine. La scuola diventò un inferno e con il tempo diventò orribile anche uscire di casa. Vivendo in pieno centro incontravo sempre dei ragazzi della mia scuola che mi indicavano e iniziavano. Non riuscivo più a fare niente: piangevo di continuo e i miei genitori mi dicevano solamente “Dai con il tempo si sistemerà tutto!”. Ma con il tempo le cose peggioravano. Così, un giorno, decisi di farla finita. I miei genitori erano partiti, sarebbero tornati dopo tre giorni. Lasciai solo un biglietto con scritto “Spero che quando guarderete le stelle penserete a me” e me ne andai.
Ora volo nel cielo e guardo il mondo da una prospettiva migliore, anche se continuo a non capire. Sarei dovuta restare lì sotto, ma penso che qui dove mi trovo ora sia tutto molto più bello. Continuo a sperare che le persone che hanno vissuto, o che vivranno, la mia stessa situazione siano più forti di me. Che sceglieranno di non crollare, ma di rialzarsi. Non è stato il mio caso, però. Auguro il meglio a tutte le persone che mi sono state vicine. Anche a quelle che mi hanno fatto abbandonare il mondo. Sì, anche a loro, perché possano imparare a essere gentili.

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Un passo (di Milena Flore e Roberta Neri)
Le parole si accumulano
esplode la testa
mi sento rinchiusa in un rovo spinoso
da cui non si esce
mi dico ogni giorno: fatti valere, fatti valere
ma in me trovo un freno se ho loro davanti
che mi fa tacere
vorrei un appiglio, una mano, un amico
ma sono sola, nella stanza, rinchiusa
ci provo ma non sorrido
dovrei affrontare le paure
dovrei fare un passo avanti
vorrei vincere contro di loro
ma il passo non arriva
né verso la vittoria né verso la disfatta.
È invece un passo verso il vuoto
il vuoto era dentro ma ora è sotto di me,
sembra un cornicione ma è solo un confine
e un passo avanti farà tacere i dolori
e mi darà una vita serena

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Allo specchio (di Giulia Cocchia)
Sempre così debole e insicura… forse cerca attenzioni. Proprio per questo mi piace tormentarla con le mie parole. Si chiama Aurora e frequenta il primo anno di liceo. È una ragazza solare e le piace molto leggere. Nella sua classe tutti pensano che sia matta o che abbia qualche problema serio, per le strane scenate che fa di solito in classe.
Sapete, proprio non la sopporto. Quanto vorrei che non esistesse. Infatti glielo ripeto sempre, perché più la affliggo, più mi sento soddisfatta. Oggi ho visto come guardava le altre ragazze della sua classe: così alte, magre e curate, e quanto desiderasse essere una di loro. Perciò le ho detto: “Basta guardarle, sembri veramente stupida”. Così lei è corsa in bagno a versare fiumi di lacrime.
Dei genitori non so molto, ma non si sono accorti che ultimamente aveva perso interesse per tutte le cose che prima portavano un sorriso sulle sue labbra.
Adesso Aurora si isola nella sua stanza senza fare nulla per ore, senza neanche mangiare.
Ogni volta che raggiungeva il cancello della scuola le gambe iniziavano a tremare e l’aria faceva fatica ad entrare nei suoi polmoni. Questo perché sapeva che lì c’ero io, ad aspettarla con ansia.
Anche oggi ha fatto una delle sue scenate e non ho ben capito il motivo. Comunque, come al solito è corsa in bagno così velocemente che ha rischiato di cadere almeno un paio di volte.
A un certo punto, uscendo dal suo angolo pieno di lacrime, ha incontrato una sua professoressa e si è addirittura azzardata di parlare di me. Ma gliel’ho fatta pagare: le ho detto cose tremende. Quando aveva parlato con quella professoressa mi sono sentita molto più vulnerabile e questo non deve accadere mai più.
Purtroppo, però, nei giorni successivi la professoressa si è interessata sempre di più ed ero io a indebolirmi.
Anche oggi Aurora è andata in bagno, solo che stavolta aveva addosso una tranquillità mai vista prima.
Sarei dovuta intervenire, perché mi sembrava troppo contenta e sicura, ma non ci sono riuscita. In quei giorni non mi sentivo molto bene a causa delle sue lunghe conversazioni con la professoressa.
Arrivata in bagno fa un gesto mai visto prima da parte sua: si guarda allo specchio e sorride soddisfatta. Ripete una frase più e più volte: “Io non ti temo”, “Io non ti temo”. Lo diceva rivolgendosi a sé stessa, però pensava a me.

