Articolo di Giulia Mauriello ed Elena Incredibile
Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole puoi controllare le persone che devono usare le parole. Philip K. Dick
Il giorno 3 marzo, lo scrittore Paolo Nori ha denunciato sui social un episodio di presunta cancel culture. Avrebbe dovuto iniziare un ciclo di quattro lezioni all’università italiana Bicocca di Milano sullo scrittore e filosofo russo dell’Ottocento Fëdor Dostoevskij, ma il prorettore alla didattica Maurizio Casiraghi gli ha comunicato di rimandare il percorso per evitare qualsiasi forma di polemica in questo momento di guerra tra Ucraina e Russia. Questa iniziale decisione è stata subito ritrattata dal prorettore, che ha chiarito di non voler attuare nessuna censura al programma, ma solo un ampliamento, volendo aggiungere autori ucraini.
Nori però, contrariato e mortificato dall’accaduto, si è rifiutato di tenere il corso universitario. Il prorettore ha dichiarato di aver fatto questa scelta per aprire la mente degli studenti.
Studiare insieme degli autori del passato solo perché ora i loro due paesi sono in conflitto, cambia la prospettiva della guerra? O è solo una forma di perbenismo che illude di star cercando una soluzione? Giustamente si presta sempre più attenzione al tema del politically correct, che viene però esacerbato da molte persone; un eccessivo controllo sulle parole rischia di diventare opprimente, e tematiche importanti vengono ridotte a un mero controllo del linguaggio, senza che dietro ci sia un reale rispetto dei valori.
Le parole sono un mezzo fondamentale per la nostra comunicazione, poiché con queste si esprimono i pensieri e le opinioni, e questi ultimi posso essere manipolati attraverso di esse. Ne è un esempio il romanzo distopico 1984 di George Orwell, in cui l’autore si sofferma più volte sull’attenzione riguardo al linguaggio.
Il libro è ambientato in un regime totalitario, gestito da un dittatore misterioso, consapevole che la forza di una dittatura sta nel controllo delle parole e che riducendole ai minimi termini di conseguenza diminuiscono anche le possibilità per comunicare le esperienze e per dare forma compiuta e consapevole alle proprie riflessioni e alle proprie emozioni.

Infatti lo scrittore inserisce appositamente alla fine del romanzo una sezione sulla Neolingua, mezzo di assoggettamento del pensiero attraverso il cosiddetto bispensiero, cioè l’attribuzione a una parola di due significati diametralmente opposti, che rendono perciò possibile l’interpretazione in senso positivo di quasi tutte le critiche che si possano fare al Partito stesso.
Lo stesso protagonista lavora al Ministero della Verità, dove la Storia viene abilmente manipolata, riducendola a un semplice mezzo per sottomettere i cittadini di questa distopica realtà. Un esempio di falsificazione è la creazione del personaggio di Ogilvy, un falso modello di cittadino fedele e sottomesso, che ha sacrificato la vita per il Partito.
Veramente, per essere sinceri, una persona come il camerata Ogilvy non si era mai sognato di esistere, ma poche righe di stampa e un paio di fotografie false lo avrebbero messo in vita per poi privarnelo, in quattro e quattr’otto. […] Il camerata Ogilvy, che non era mai esistito nel presente, ora esisteva nel passato; e una volta dimenticato l’atto della falsificazione, sarebbe esistito né più né meno, e cioè con lo stesso fondamento con cui esistevano Carlo Magno e Giulio Cesare.
La Storia viene quindi modificata facendo apparire personaggi a proprio piacimento, o facendo scomparire sovversivi non conformi agli ideali del Partito, applicando quella che potrebbe essere definita una damnatio memoriae, condanna della memoria, pena consistente nell’annientamento di qualsiasi traccia riguardante una determinata persona, come se essa non fosse mai esistita.
Questa pratica esisteva anche nell’antica Roma, dove la sua efficacia era favorita dalla disponibilità limitata delle fonti storiche. Ebbe un processo di degenerazione in età imperiale, giungendo a colpire gli imperatori. La condanna comportava la cancellazione del nome dalle iscrizioni di tutti i monumenti pubblici, l’abbattimento di statue e monumenti onorari e lo sfregio dei ritratti presenti sulle monete.
Ciò, del resto, non è cambiato, come ha detto Papa Francesco nella meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae: le dittature, tutte, hanno incominciato così, con l’adulterare la comunicazione, per metterla nelle mani di una persona senza scrupolo, di un governo senza scrupolo.

Persino Omero e l’Odissea sono finiti nella trappola della cancel culture. Infatti una scuola del Massachusetts ha deciso di rimuovere il grande classico dal programma scolastico, in quanto, secondo un insegnante dell’istituto, rappresenterebbe un esempio di razzismo e di mascolinità tossica. La principale polemica si è svolta sulla contestualizzazione storica: è inevitabile che in certe opere vi siano elementi sessisti e razzisti, considerando l’epoca in cui sono state realizzate, ma per la cancel culture, la Storia non conta.
Le parole possono diventare una maschera di libertà che imprigiona come una catena, annienta la propria individualità e il proprio pensiero critico. Dobbiamo dunque riflettere su di esse, poiché sono la nostra storia e la nostra futura evoluzione, in modo da non arrivare mai ad affermare con convinzione che 2+2=5.
