Introduzione. La perfezione dall’antichità all’epoca moderna
Da sempre l’uomo ha avvertito la necessità di doversi confrontare con modelli preposti, sviluppando idoli e demoni, in modo tale da autoimporsi limiti entro i quali vivere, operare, apparire. Il “valore assoluto” riconosciuto quale paradigma è, indubbiamente, l’eccellenza, ossia la perfezione; di contro, quindi, il non-massimo è imperfezione. Tale dicotomia ha condizionato – e condiziona tuttora – l’approccio antropologico verso il reale: dall’Antichità sino ad oggi la classificazione dell’altro e dell’ “Io” in relazione agli opposti – in particolare alla perfezione e all’imperfezione – ha sempre rappresentato per l’essere umano la principale fonte di luce nell’oscurità dell’ignoto. L’impossibilità di individuare, complessivamente, nel mondo sensibile elementi perfetti, che si configurassero quali solidi punti di riferimento, unita, al contempo, all’innata capacità di immaginare – tipicamente umana –, ha, d’altro canto, spinto il singolo a ricercare l’origine della perfezione, individuandone altresì la presenza, in una dimensione indeterminata e indefinita, metafisica. Se, di conseguenza, si considera la sfera della perfezione come corrispondente alla sfera dell’essere, la prima, condividendo con la seconda principi e attributi, costituisce, in una simile visione, il fondamento base dell’ontologia e parte della metafisica, per cui si dimostra valida la seguente relazione:
perfezione : imperfezione = essere : non essere.
È opportuno, pertanto, considerare le differenti, ma contigue, posizioni che l’uomo ha tenuto nel corso della storia in relazione all’essere, esaminando, attraverso tale chiave di lettura, la relativa evoluzione del pensiero dalla Classicità greca al Medioevo di Anselmo e Tommaso fino al prologo dell’epoca moderna, il Rinascimento.

1. Il mondo greco
La straordinaria modernità del pensiero greco pone in luce, già agli albori della filosofia occidentale, una delle questioni precipue del ragionamento universale: è sufficiente il sensibile per spiegare e comprendere la realtà? È chiaro, indubbiamente, come già per i pensatori della Scuola di Mileto la risposta fosse negativa, motivo per il quale la metafisica trae le proprie origini in Grecia; tale spirito di ricerca “ultraterreno”, tuttavia, è presente dall’inizio dei tempi in forma religiosa ed è, infatti, merito degli Elleni non l’aver ribadito tale concetto – condiviso, sommamente, all’unanimità dagli uomini di allora – quanto, invece, l’aver giustapposto al mito – legato esclusivamente alla sfera divina – la filosofia – derivata dal ragionamento. Mentre il divino corrisponde, così, all’essere e, quindi, alla perfezione, l’uomo nell’intento di emulare ciò, acquisisce, invece, coscienza di una propria limitatezza, derivata dall’impossibilità di raggiungere tale realtà a lui asintotica: l’uomo greco è, per l’appunto, l’uomo ponderato che vive “secondo misura” (katà mètron). Allo stesso modo, però, nella visione greca, sono ben chiari i canoni della perfezione cui l’uomo può – e deve – aspirare, riconosciuti, fondamentalmente, nel concetto di aretè, ossia dell’eccellente realizzazione della natura del singolo; permane, nondimeno, la consapevolezza della presenza di una perfezione superiore, cui l’uomo sottostà, ma verso cui riesce solo a protendersi, la perfezione assoluta – ossia l’essere in quanto tale.
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