Il 2 gennaio 2023 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legge n.1 “Disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori”. Prevede nuove disposizioni relative alle operazioni di soccorso marittimo delle Organizzazioni Non Governative. Il decreto consente alle ONG di effettuare un solo salvataggio alla volta e impone loro l’obbligo di contattare tempestivamente le autorità italiane per l’assegnazione di un “porto sicuro”, che non necessariamente costituisce l’approdo più vicino. Le navi sono, quindi, vincolate a raggiungere senza ritardi il luogo indicato dalla Guardia Costiera ed è loro vietata la sosta in mare, se non vi è alcuna richiesta di intervento da parte del Centro Coordinamento Soccorsi. In caso di mancata osservanza delle procedure previste saranno disposte delle sanzioni fra i 10.000 e i 50.000 euro, il fermo per due mesi dell’imbarcazione e, nell’eventualità di una recidiva, la confisca della stessa.
Le nuove disposizioni inoltre attribuiscono la responsabilità di accogliere i migranti agli “Stati bandiera“ della nave. La legittimazione dei cosiddetti sbarchi selettivi tuttavia sembra risultare non propriamente in linea con quanto previsto dai trattati internazionali. Sebbene l’articolo 92 della convenzione di Dublino disponga che: “Le navi battono la bandiera di un solo Stato e, salvo casi eccezionali, nell’alto mare sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva”, la nozione richiamata anche in Corte di Cassazione, Sent. 20 febbraio 2020 n.6626, fa riferimento a quanto previsto dalla convenzione SAR di Amburgo, secondo cui, l’obbligo degli Stati non si esaurisce nel solo atto di sottrarre i naufraghi dal pericolo di mare, ma, prevede anche, che venga assicurato loro lo sbarco, in un cosiddetto place of safety.

Con l’entrata in vigore del nuovo decreto, le autorità italiane hanno segnalato come porti sicuri quelli di Ancona, Genova e Ravenna, destinazioni molto lontane dalla zona di avvenuto salvataggio. A quanto riportato nella Convenzione SOLAS gli Stati hanno l’obbligo di cooperare affinché i comandanti delle navi “siano liberati dal loro impegno con la minima deviazione possibile dalla rotta originariamente prevista” e, in base al punto 3.1.9 della Convenzione di Amburgo del 1979, “le Parti interessate devono adottare le disposizioni necessarie affinché lo sbarco in questione abbia luogo nel più breve tempo ragionevolmente possibile”.
Tale avversità nei confronti delle ONG proviene dalla radicata convinzione che queste favoriscano l’aumento del flusso migratorio. Tuttavia, secondo i dati dell’istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) solo il 10% delle operazioni di soccorso sono a carico di ONG. Nonostante ciò, risulta appannaggio di molti il pensiero che i “barconi carichi di clandestini” siano indirizzati verso le coste italiane e prendano il mare solo se sicuri della presenza di navi non governative ad attenderli, alludendo a un qualche rapporto economico tra scafisti e Ong.
Non è possibile, però, trarre un giudizio unanime sulla questione, poiché nessuno dei processi intentati ha mai dato dei risultati significativi. Vale la pena indagare su eventuali scambi di denaro, ma è comunque necessario sospendere il giudizio sui motivi che spingono le organizzazioni a prestare tale “servizio” e concentrarsi sul loro contributo umanitario. Le ONG salvano vite umane, persone che senza il loro aiuto morirebbero in mare, come sfortunatamente molte volte accade. Se l’obiettivo è quello di combattere la clandestinità, delle disposizioni che di fatto si occupano solo di ritardare l’intervento di salvataggio, non possono avere alcun effetto positivo. Dietro a questa mancanza di solidarietà vi è la paura, del tutto infondata, di un’invasione. Osservando i dati ISTAT, però, nulla sembra confermare questa ipotesi. In Italia gli stranieri costituiscono l’8% della popolazione, pari a 5.2 milioni, ma la metà di questi proviene da un paese europeo. Quindi, coloro che si sono stabiliti in Italia dopo aver attraversato il mare a bordo di imbarcazioni clandestine sono al massimo 2,5 milioni (presupponendo che tutti gli stranieri extraeuropei siano arrivati con questa modalità).
I dati smentiscono inoltre la comune narrazione che vede il sistema italiano come uno dei più sovraccarichi per numero di richiedenti asilo e stranieri.
Le richieste di asilo presentate dal 2012 al 2021 sono state 592.045 (dati Eurostat, pubblicati lunedì 29 agosto 2022) nel nostro paese, in Germania 2,3 milioni e in Francia 863 mila. Se si considera, inoltre, il rapporto fra il numero di richieste e la popolazione, l’Italia è al quindicesimo posto con 1 richiedente ogni 100 persone.
Nonostante l’esistenza di questi dati, gran parte dei cittadini italiani crede alla “storia” dell’invasione, che alimenta la propaganda politica di alcuni partiti conservatori. Lo scopo è quello di ricercare un nemico comune, che possa essere considerato responsabile delle problematiche che affliggono il paese.
È, in conclusione, necessario raggiungere consapevolezza che la vita delle persone non può essere strumentalizzata per alcuno scopo propagandistico e nessuna opinione politica può lasciar annegare bambini e uomini in mare.
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In copertina: La Ocean Viking, foto Ansa
