Preambolo
Mai avrei pensato, in modo anche piuttosto egoistico, di esporre tramite la realizzazione di un articolo una di quelle che, personalmente, ritengo una delle più grandi filosofie esistenti al mondo. Un modo di pensare, di agire e di subire che, soprattutto nella società odierna, può aiutarci a capire massimi sistemi, principi fondamentali, scopi della nostra vita e può portarci alla possibilità di comprendere altre realtà fuori dalla monotona quotidianità e dalla più truce cattiveria sociale a cui assistiamo durante il crollo dei valori. Questo articolo non andrà a trattare direttamente i fondamenti dello stoicismo: quest’ultimo infatti è stato sottoposto a una attenta analisi di pensiero, dando vita a otto sottotemi rapportabili alla vita di oggi; tant’è che questo articolo non costituisce una richiesta d’aiuto, come gli altri che verranno, ma la risposta a una richiesta d’aiuto. Tuttavia, negli otto sottotemi, non verrà analizzato il discorso riguardante il suicidio stoico: questa digressione infatti mira a non arrivare fino a quel punto, facendo quindi sopravvivere lo stoico pur mantenendo la sua integrità morale senza che esso scappi da una realtà considerabile oscena ed insopportabile per mezzo dell’appunto suicidio. Vorrei precisare inoltre che non mi arrogo il diritto di imporre questo modo di pensare a nessuno ma solo di proporre una possibilità come progetto di vita. Lo stoicismo, infatti, è solo una delle tante correnti di pensiero che può aiutare chiunque nel cambiare vita o il proprio essere. Il messaggio sembra chiaro: il fondamento primo che costituisce questa digressione di pensiero non è altro che una reazione sensibile nei confronti di chi ancora non riesce a svegliarsi dal proprio “sonno dogmatico morale” e ha bisogno di un riferimento, una voce consigliera che diriga la nuova persona che si vuole creare… una persona irrefrenabile, libera da tutti i possibili vincoli sociali, e libera da questo senso perpetuo di nostalgia verso ciò che vorremmo essere. Lettore, lo senti non è vero?
“Se un uomo non sa verso quale porto è diretto, nessun vento gli è favorevole.”
-Seneca
La Perpetua Vittoria
Il primo tema che andiamo a trattare è proprio il fondamento del nostro percorso, nelle varie fonti della fisica stoica possiamo incappare in un simpatico concetto: la palingenesi. La palingenesi è un argomento di estrema importanza e curiosità che non merita di essere trattato solo in questo articolo ma anche in futuri, sommariamente possiamo dire che la palingenesi è quella teoria della filosofia in cui il mondo, e l’intero universo, ad un certo punto della sua evoluzione cesserà di essere e risorgerà come nuovo. Oltre al fatto che gli stoici già all’epoca romana-greca credevano in un effettivo progresso temporale dell’universo, il che è incredibile, soffermiamoci su quanto detto: innanzitutto gli stoici credevano nella ciclicità del tempo, e dunque che esso si ripetesse, tuttavia non in senso storico come credeva un certo Machiavelli ma in senso fisico; siamo di fronte ad un esempio di determinismo poiché se l’universo dovesse effettivamente rinascere e ripercorrere tutti i suoi eventi secondo uno spettro temporale ciclico allora tutto si ripeterebbe senza alcuna modifica secondo anche un certo tipo di predestinazione. L’etica stoica che vorrei trattare in questo sottotema si basa proprio su questo principio della fisica stoica. Il fatto che tutto si ripeterà secondo le stesse modalità e scelte non deve però impaurirci, infatti gli stoici avevano anche una concezione particolare di Dio, per loro Dio era inteso come lo schema universale, ovvero come quel principio che lega tutto e che fa rispettare quelli che noi chiamiamo principi naturali o leggi fisiche. Dio, quindi, non è un’essenza o un essere definito che influenza il corso dei nostri eventi secondo concezioni cristiane come la grazia o la benevolenza, Dio è un ordine, la struttura fondamentale di tutto quello a cui noi ci relazioniamo. Si tratta dunque di un ilozoismo e panteismo poiché Dio costituisce tutte le cose in quanto sostanza e in quanto causa costituendo anche il loro ordine e ciclo cosmico. Cosa c’entra questo con la palingenesi? Ebbene, gli stoici sostengono che la fine e la successiva rinascita dell’universo non è una cosa da temere poiché tutto ciò che facciamo è parte di Dio, e dunque è parte dell’ordine e schema dell’universo, facendo tutto parte di Dio allora riusciamo a capire che tutto tende verso di lui (essendo guidato da lui stesso) e di conseguenza che tutto tende verso il giusto ed il buono. In questo senso gli stoici sono molto naturalistici in quanto credono che se qualcosa sia voluto dalla natura/universo allora sia una cosa buona e giusta, in quanto voluta da Dio e diretta verso Dio. È importante rimarcare questo concetto in quanto costituisce la base del nostro “ottimismo metafisico finalistico”, ovvero che tutto accade per uno scopo che siamo noi stessi; Dio infatti vuole, in quanto creazione del cosmo e dunque della sua “forma”, soltanto il bene per noi ed essendo già predestinati inevitabilmente riusciamo a capire che qualsiasi cosa noi facciamo essa tende verso il bene del grande ordine universale. Abbiamo parlato molto quindi cerchiamo di sintetizzare: l’essere umano non può cambiare gli eventi che gli vengono presentati da Dio (inteso come schema predestinato dell’universo) ma solo il modo con cui risponde ad essi, ed il modo migliore per rispondere alle “apparenti” avversità è con il controllo delle emozioni e con la gioia (intesa come una sostenuta felicità e tenacia). Non è difficile, d’altronde, tutto tende verso il meglio perché è voluto dal grande schema; ma se tutto tende verso il meglio allora l’essere umano tende sempre alla vittoria… Non sto dicendo che le sconfitte non esistano ma che, se succedono, evidentemente un motivo ci sarà, e il motivo è che sono parte del percorso, sono parte di quel processo che porta alla comprensione da parte dell’essere umano che tutto ciò che gli accade succede per una ragione, quella di vincere, perpetuamente, senza più nessun limite. La perpetua vittoria, è quella condizione in cui l’essere umano comprende che tutto ciò che gli accade è per il suo bene se sa reagire in modo gioioso alle cose. Banalmente, una volta toccato il fondo si può solo che salire…
“Il potere della mente è quello di essere invincibile.”
-Seneca

L’indomabile spirito umano
Il cammino è sempre più chiaro, la strada sempre più pulita. In realtà non è vero, la tua strada non sta diventando più libera dagli ostacoli, stai semplicemente cominciando a non vederli più. Una volta compreso che tutto volge per il meglio e che per attivare la perpetua vittoria bisogna reagire con gioia agli eventi dell’universo, lo spirito umano comincia a colmarsi di fiducia, di autostima e di chiarezza del proprio Io ed essere; è lì che esso incomincia ad essere indomabile, ma cosa intendiamo con indomabile? Paradossalmente la stessa cosa che intendiamo con il titolo dell’articolo stesso: cominciando a vedere gli effetti della gioia e della perpetua vittoria l’essere umano comincia ad acquisire pienezza delle proprie capacità mentali e della sua fermezza passionale, questo è il momento in cui potenzierà la sua anima sempre di più. Negli scritti stoici della logica viene espresso il concetto di anima e di “tabula rasa”: la nostra anima è per sua natura vuota e si riempie di esperienze e concetti, questi però non rappresentano la loro sostanza, ovvero: la conoscenza di un vaso, ad esempio, non costituisce l’apprendimento dell’idea del vaso e della sua sostanza, ovvero Dio (più precisamente da cosa è composto Dio, ovvero il 5 elemento naturale detto “pneuma”, assimilabile ad un fuoco/soffio caldo vitale che costituisce la sostanza di tutto e anche di Dio stesso). I concetti infatti sono nomi convenzionali che vengono affibbiati alle cose ma non corrispondono alla massima espressione della cosa stessa perché comportano una generalizzazione, si tratta quindi di nominalismo. L’umano quindi non solo non potrà mai conoscere effettivamente Dio ma solo essere suo fenomeno, inoltre potrà riempire il suo animo solo di convenzioni, ovvero concetti e non di sostanza in sé e per sé. Potrebbe sembrare un po’ deprimente ma, al contrario, il fatto che l’umano non potrà mai effettivamente conoscere appieno Dio concerne una sfida ed un “timore di Dio”, questo comporta ancor di più rispetto e sbalordimento nei confronti della maestosità del misterioso universo e ripone ancor più fiducia nelle sue mani e nella tendenza verso il bene. Insomma, identifichiamo questo tipo di gioia con la “passione per la rivelazione”, e quindi quella continua ricerca nei confronti dell’universo che completi la nostra conoscenza, pur essendo questo impossibile secondo quanto esposto prima dalla logica stoica e similmente a come affermava Nicola Cusano. Pur sapendo che è inutile l’essere umano cerca comunque di comprendere l’universo e quindi Dio nella sua pienezza, questo perché gli genera gioia dalla passione per la rivelazione, e anche perché il suo spirito è sempre più affamato di conoscenza, oramai è indomabile.
“Come parlare della Luce se non si è mai avuto, almeno una volta, l’esperienza del Buio.”
-Zenone di Cizio
La perfezione
Lo stoico, e dunque l’essere umano che si approccia o è già parte di tale filosofia, è autocosciente, non si illude, e sa perfettamente che pur essendo passionalmente fermo e diligente non è perfetto. In realtà gli stoici non parlano mai di vera e propria perfezione ma possiamo ragionarci noi secondo i loro scritti. In molte frasi, tipiche di Seneca, vengono esposti temi che, se decontestualizzati, possono apparire deprimenti. Dice infatti spesso Seneca che l’uomo debba soffrire stando in silenzio e diventare apatico nei confronti delle cose, ma l’apatia che veniva intesa da Seneca non è la stessa che intendiamo noi, tant’è che noi con apatia intendiamo l’insensibilità emotiva più totale verso tutto, mentre invece Seneca intendeva una fermezza emotiva, quindi la possibilità sì di provare emozioni ma di sapersi controllare (quella che abbiamo definito come fermezza passionale). Poniamo un attimo l’attenzione su quello che abbiamo ottenuto: fiducia in sé stessi, indomabilità spirituale, gioia e consapevolezza di sé; ora, lo stoicismo non vuole creare dei megalomani, o dei narcisisti, lo stoicismo vuole creare delle persone che siano in grado di affrontare ogni avversità, avendo però anche consapevolezza di causa e conseguenza. È necessario quindi introdurre il tema della perfezione per stabilizzare un attimo il nostro percorso: per quanto sia diligente e inamovibile lo stoico non è perfetto e ha anch’esso delle imperfezioni e difficoltà a volte. Potrà benissimo succedere che l’essere umano/stoico compia degli errori o trasgredisca alle volte, per quanto anche questo sia parte della predestinazione l’umano non deve lasciarsi andare e perseverare. Comprendendo che, per quanto ci si impegni, nemmeno lo stoico sarà mai perfetto ed impeccabile esso comincia a guardarsi intorno e a capire che nulla intorno a lui è perfetto se non il cosmo, comincia a comprendere la malevolenza dei beni materiali e capisce che gli mancano ancora dei passaggi in cui può migliorare, come il rifiuto dei beni materiali appunto. Infatti, sebbene abbiamo imparato già a prendere con gioia e tenacia le situazioni che ci capitano, capiamo che siamo ancora vincolati a livello terreno e che pur provando ad ascendere ad un livello più spirituale non riusciremo mai a raggiungere la perfezione del cosmo. Lo stoico, come per quanto riguarda la rivelazione, vuole sempre di più, non si accontenta del suo “grado” di imperfezione e cerca sempre più di migliorarsi. Ecco che l’uomo ora non si preoccupa solo di vincere ma di apportare la perpetua vittoria ad un livello superiore, il raggiungimento, apparentemente fallace, della perfezione, esattamente come per il raggiungimento della rivelazione. Ecco, ora, riempiamoci di umile orgoglio e tendiamo la nostra sfida da un livello personale nei confronti di un fine ancor più ultimo di quanto fosse prima: Dio
“L’uomo non può ricostruire sé stesso senza soffrire, perché egli è sia il marmo che lo scultore.”
-Alexis Carrel

Il rifiuto della materia
Per cercare di perfezionarsi sempre di più, però sempre con la consapevolezza della irrealizzabilità della piena perfezione, l’umano, una volta compiuti tutti i passi precedenti, deve riuscire ad elevarsi ora ad un livello maggiormente spirituale e meno terriero. Un altro tema di estrema importanza per gli stoici riguarda i beni materiali, secondo gli stoici infatti, come esposto prima, bisogna modificare il proprio atteggiamento nei confronti degli eventi tramite la gioia e il dominio delle passioni (apatia in senso greco/filosofico), questo dominio delle passioni però non avviene soltanto con l’indifferenza come abbiamo visto e fatto fino ad ora, ma anche attraverso il progressivo rifiuto dei beni materiali. I beni materiali (soldi, terreni, immobili…) sviano, secondo gli stoici, la moralità ed impediscono la fermezza morale, facendo sempre più concentrare l’uomo su cose avide ed irrazionali dal punto di vista filosofico. L’umano, dunque, deve riuscire a mostrarsi indifferente a questi beni vivendo in, quello che potremmo chiamare, una sorta di minimalismo, e dunque concentrarsi su quei beni leciti/essenziali e derivare il resto delle sue soddisfazioni dalla propria morale e stando bene con sé stessi. Il principio fondamentale rimane il non affidare la propria sanità e stato d’animo a cose che sono temporanee, e che possono svanire in pochissimo tempo in modo incontrollato. Lo stoicismo vuole basare la sanità e lo stato d’animo dell’individuo su cose inalienabili, fisse, controllabili, reperibili in ogni momento e di effettiva proprietà dell’individuo stesso; dunque, si parla della sua morale, della sua mente, del suo corpo, di tutto ciò che concerne il sé forma. Ecco, dunque, che l’essere umano comincia a rifiutare i beni materiali eccessivi fino ad arrivare a rifiutare la materia stessa; con questo intendo che lo stoico comincia a rifiutare di riporre qualsiasi cosa che gli appartiene ad ogni tipo di cosa materiale che gli venga presentata. L’umano così continua sì ad avere gioia delle dolcezze del creato ma non per qualunque cosa che possa essere di matrice umana, l’umano inizia ad apprezzare sempre più la natura secondo la sua accezione cosmica e invece rifiuta di riporre sentimento su ciò che è di creazione umana nel momento in cui quest’ultimo constata che possa avere una finalità: immorale, inutile, superficiale. Ecco che lo stoico diventa sempre più come un vecchio saggio nei confronti delle creazioni umane e rimane vivo e curioso, esploratore nelle creazioni naturali.
“Ognuno vale quanto le cose a cui dà importanza”
-Marco Aurelio

Empirismo e razionalismo
Andiamo un attimo ad analizzare meglio il tema del rifiuto della materia, e come farlo alla perfezione se non con le due branche per eccellenza della conoscenza gnoseologica? Il rifiuto della materia da parte degli stoici implica che la loro conoscenza sia empiristica o razionalista? Partiamo col dire che sia empirismo e razionalismo trovano la loro massima scissione dopo la venuta di Galileo Galilei che con i suoi discorsi sul metodo, anche grazie all’illuminismo, divise l’Europa in filosofi empiristi (maggiormente situati in Inghilterra e successivamente in America) e in filosofi razionalisti (situati in tutto il resto d’Europa, soprattutto in Francia, Italia e Germania). L’empirismo dà vita a molte delle correnti che inquadriamo come “teorie politiche”, e dunque tutti quegli studi che si vanno a concentrare sulla giusta guida dello Stato, questi chiaramente vennero ispirati dai moti illuministi di tendenza politica e diedero vita a pensatori come Hobbes e Locke; mentre invece il razionalismo dà vita ad un enorme vastità di correnti che non si possono banalmente racchiudere in un unico gruppo. Comunque sia, questi pensieri vennero ispirati dai moti illuministi di tendenza più fisica/morale e diedero vita a pensatori come Cartesio. Chiaramente abbiamo dei pensatori che si troveranno nel mezzo come Immanuel Kant; tuttavia, queste due correnti possiamo definirle come diametralmente opposte: l’empirismo nasce sì da una tendenza politica, tuttavia esso tratta maggiormente di fisica (come per il razionalismo) e dalla politica illuminista riprende soltanto il suo “obiettivismo”. L’empirismo sostanzialmente sostiene che la conoscenza della realtà avviene per esperienza, e con realtà intendiamo sia i principi sommi che gli eventi a cui siamo partecipi (scienza), mentre il razionalismo sostiene che questo avviene non per esperienza sensoriale ma tramite l’uso della ragione. Kant, tuttavia, si trova in disaccordo con queste estremizzazioni, in quanto crede che il razionalismo trovi funzione nella comprensione dei principi sommi/ultimi e l’empirismo invece nell’integrazione scientifica e quindi nella comprensione dei fenomeni. Ma gli stoici, che tanto si distaccano dalla materia e quindi dalla realtà tangibile oggetto di discussione degli empiristi e razionalisti, cosa ne pensano? Beh, secondo gli scritti della logica, la conoscenza del mondo avviene attraverso l’esperienza, tant’è che l’esperienza avviene secondo varie fasi: registrazione passiva (percepire involontariamente qualcosa), accettazione (rendersi conto di star percependo), rappresentazione catalettica (comprensione della percezione), scienza (conoscenza delle cause di simili percezioni). Riusciamo a capire dunque che l’esperienza avviene secondo un’empiristica esperienza, tuttavia abbiamo detto precedentemente che lo stoico crede nel nominalismo, e che dunque sia impossibile conoscere la sostanza delle cose tramite le sensate esperienze poiché queste colmano la nostra anima di meri concetti. È esattamente quello di cui discuteva anche Hobbes (fido empirista e teorico politico). Inoltre, gli stoici hanno la questione del rifiuto della materia e dell’innalzamento spirituale, dunque che posizione avranno in merito? L’essere umano conosce il mondo concettualmente attraverso l’empirismo e nel momento in cui capisce, attraverso la ragione e dunque il razionalismo, che questo corrompe l’animo e la mente si distacca dalle fatue esperienze ed intraprende una ascesa di maggiore valenza spirituale e dunque razionalistica. Per conoscere invece la sostanza delle cose e dunque avvicinarsi a Dio il discorso risulta più semplice poiché rimane sempre la ragione lo strumento per eccellenza. Lo stoico, dunque, inizia il suo percorso attraverso l’empirismo per poi capire che quest’ultimo, sebbene rimanga il mezzo per eccellenza della conoscenza concettuale, viene surclassato dal razionalismo per cominciare una nuova parte del proprio percorso: l’avvicinamento sempre più grande a Dio
“La filosofia di base dello stoicismo è che non c’è nulla di reale esterno alla tua stessa coscienza, che l’unica cosa reale è la tua coscienza.”
-Roger Avary

Nichilismo esistenziale
Fra un po’ avrai dimenticato tutto; fra un po’ tutto ti avrà dimenticato. E allora perché continuare? Perché porsi obiettivi che si sa fin da subito essere impossibili? Se sei arrivato a questo punto, avendo letto tutto il resto precedente, vuol dire che ti interessa realmente l’argomento e che sto riuscendo nel mio intento. Forse ti serve quella spinta e sei venuto qua, forse avevi bisogno di nuovo di sentirti vivo, se davvero tutto sta funzionando come dovrebbe dovresti aver capito tutti i punti esposti precedentemente, eppure manca ancora qualcosa… hai bisogno di una convinzione in più, vero? Nel “l’indomabile spirito umano” e nel “la perfezione” viene esposto come lo stoico voglia sempre più conoscere la sostanza delle cose e dunque Dio e come voglia sempre più perfezionarsi avvicinandosi a lui; tuttavia, viene anche esposto come sia impossibile sia conoscerlo completamente che essere perfetti come lui. Ma lo stoico continua a provarci migliorando sempre di più e divenendo sempre più saggio, questo succede perché, come abbiamo già detto, lo stoico prova gioia nello sfidarsi e nel migliorarsi indipendentemente dal fatto che questo abbia una finalità irrealizzabile. Ma la finalità irrealizzabile, soprattutto per quanto riguarda la perfezione, è data dal progresso stesso dello stoico: questo non si sente perfetto e dunque continua a migliorarsi ma è proprio questo assiduo volersi migliorare che non lo fa sentire perfetto, diventa dunque parte di un processo vorticoso che non finisce più; e allora perché impegnarsi così tanto per essere chiusi in un ciclo continuo di impossibile realizzazione ultima? Il nichilismo esistenziale è una “sotto-dottrina” del nichilismo che prevede il più completo disinteressamento nei confronti di un ipotetico senso alla vita o qualunque suo valore intrinseco, detto in parole semplici: il nichilismo esistenziale sostiene che l’umanità è nulla nei confronti dell’universo è che sia soltanto di passaggio, questa concezione fisica/cosmologica permette il più completo abbandono della morale. Le domande proposte in questo sottotema sono domande che un tipico nichilista potrebbe porre ad uno stoico; effettivamente il nichilista ha ragione… è inutile impegnarsi nella realizzazione di un obiettivo che già si sa essere irrealizzabile (il raggiungimento di Dio), tuttavia questo sarebbe valido se questo fosse l’unica finalità di questo percorso vorticoso, lo stoico infatti non ha solo interesse nel raggiungimento di Dio ma almeno un altro: il proprio miglioramento. Metaforicamente parlando è come se lo stoico puntasse verso una meta lontana infiniti chilometri, esso sa che si avvicinerà sempre più ad essa pur non raggiungendola mai, ma ciò che gli interessa è il viaggio, e allora perché punta proprio a quella meta? Perché quella particolare meta offre un valore intrinseco a quella particolare strada. In termini chiari: lo stoico crede che la vita abbia un valore intrinseco, e che esso sia il ricongiungimento con la natura (o Dio) ma questo vale solo nel momento stesso in cui lo stoico punta verso il raggiungimento di Dio, che offrirà una strada piena di sfide per lo stoico che potrà vivere la sua vita con un continuo miglioramento di sé. Lo stoico, dunque, continua il suo percorso perché quella meta irraggiungibile rende la strada molto più amabile e ardua, mentre invece un nichilista trova una strada verso una meta irraggiungibile priva di sfida poiché priva di completamento (ovvero priva di una fine raggiungibile). Ma ecco che cambiano i giochi, perché, se rileggete, è stato esposto precedentemente che in realtà lo stoico può raggiungere la sua meta (il ricongiungimento con la natura), quindi la sua meta tanto irraggiungibile lo diventa alla fine? Non durante la sua vita terrena, infatti il raggiungimento della meta avverrà nel momento della morte dello stoico, in cui la sua anima libera dal corpo diverrà puro e semplice pneuma, materia di Dio. Perché allora non morire subito e compiere il proprio obiettivo ultimo? Perché sarebbe troppo semplice, no? Lo stoico considera la vita come una possibilità di professione del suo essere, dei suoi ideali e di scoperta del cosmo; prima di ricongiungersi ad esso, infatti, lo stoico deve esser certo della sua scelta e facilitare sempre di più il suo ricongiungimento avvicinandosi sempre più a Dio. Lo stoicismo, in questo senso, è l’esatto opposto del nichilismo esistenziale: entrambi prendono l’esistenza come un evento voluto dal cosmo, l’ultimo però, a causa di questo, la considerano fatua e casualmente futile mentre i primi la considerano di volontà divina e ottimisticamente sfidante. Entrambi sanno che cenere erano e cenere ritorneranno, anche perché la palingenesi stoica è presa di ispirazione nel nichilismo col nome di “eterno ritorno”, una teoria di Nietzsche che prevede la ripetizione predestinata del cosmo. Eppure, sempre sarà più pericoloso un uomo che ha la consapevolezza di poter realizzare ogni cosa nella sua esistenza che un uomo che non ha nulla da perdere, perso nel più abietto nichilismo.
“Il fine della vita è vivere in accordo con la natura.”
-Zenone di Cizio
La fermezza morale
Siamo quasi giunti al termine di questa enorme digressione di pensiero, oramai manca veramente poco e dopo essere riusciti persino a repellere l’abisso cinico e la critica nichilista si è raggiunto un livello di fermezza morale inequiparabile. Se prima non si era convinti, ora si è certi, il progresso stoico ha questa finalità, che, sia ben chiaro, non è rendere gli uomini dei narcisisti o megalomani ma sicuri di sé, fiduciosi e consapevoli del proprio essere. Si è parlato, in effetti, molto di Io, ma poco degli altri, lo stoicismo è, sì, una filosofia che mira al miglioramento del soggetto Io; tuttavia, non è assodato che questo possa, facendo la sua parte, aiutare anche altri ad intraprendere questo cammino. Lo stoicismo mira a creare quindi degli uomini forti che sanno prendere le sfide con gioia e tenacia e le sconfitte con ottimismo o/e impassibilità, lo stoico inoltre è una persona che non si fa influenzare e ritiene ferrea la sua morale costruita a lungo andare. I sottotemi “empirismo e razionalismo” e “nichilismo esistenziale” non sono delle tappe costitutive del vero e proprio percorso stoico ma rappresentano delle analisi più dettagliate de “il rifiuto della materia”, del “la perfezione” e del “l’indomabile spirito umano”; “nichilismo esistenziale” in realtà consiste più in un’introduzione al penultimo sottotema: “la fermezza morale”. La fermezza morale è quindi uno degli obiettivi ultimi dello stoico, in cui, se prima lo non fosse, ora è assolutamente incorruttibile da qualsiasi fonte di distrazione. Secondo lo stoico, tuttavia, la morale la possiede completamente soltanto il cosiddetto saggio, la morale saggia prevede innanzitutto la consapevolezza di tutto ciò che è stato esposto precedentemente, in più prevede l’incondizionabilità mentale e morale e il completo dominio sulle passioni. Tuttavia il saggio crede che la sua morale sia costellata da un concetto più specifico di “buona condotta”: la virtù, con virtù si intende la sapienza, quella caratteristica con cui il saggio dirige la propria vita e dunque fonda la sua morale, la sapienza però si serve del dovere (retto o intermedio), nel caso in cui questo sia retto e di possedimento del saggio esso indica la disciplina, mentre nel caso in cui sia intermedio esso indica la doverosità/necessità di fare qualcosa, ed è di possesso comune tra gli uomini. Contrario alla sapienza è la viltà/vizio ed entrambi possono distinguere il bene dal male: il bene viene inteso come tutto ciò che è parte o è riconducibile alla sapienza, e quindi ciò che è conoscibile per uguale tramite la virtù e per contrario tramite la viltà, mentre il male viene inteso come tutto ciò che è parte o è riconducibile al vizio, e quindi ciò che è conoscibile per uguale tramite la viltà e per contrario tramite la virtù. Nel momento in cui qualcosa non varia la condizione virtuosa, né in bene né in male, essa si ritiene indifferente, e nelle scelte tra due cose il metro di giudizio utilizzato è sempre la virtù, poiché viene sempre messa al primo posto. Abbiamo parlato spesso delle emozioni e ci terrei nuovamente a fare chiarezza per un’ultima volta, gli stolti (gli uomini vili) provano emozioni come: la brama, la letizia (ovvero il desiderio per cose future e presenti), il timore e l’afflizione (ovvero la paura per il mali futuri e presenti), il saggio non prova queste 4 emozioni grazie alla perpetua vittoria (e più specificatamente grazie all’ottimismo metafisico), ma manifesta gioia (che ricordiamo essere moderata felicità nei confronti della realtà) e precauzione (coraggio e tenacia in misura moderata). Tuttavia, per la fermezza morale, come già esposto precedentemente, sono anche molto importanti: l’apatia (che ricordiamo essere intesa come il dominio delle emozioni e non l’eliminazione di esse) e la tarassia (distacco dai beni materiali). Con questi principi lo stoico riesce a conseguire l’obiettivo di divenire saggio e di vivere secondo un unico principio generale ed etica fisica fondata sulla palingenesi; il saggio non ha più bisogno di dover rivedere le proprie azioni perché gli viene naturale rispettare quei principi stoici che ora sono radicati al suo interno. Il saggio stoico non sbaglia e ha conseguito ogni possibile obiettivo terreno e spirituale ed è circa perfetto. L’ultima tappa è a breve distanza: il raggiungimento di Dio ed il surclasso di tutti i possibili culti religiosi. Per descrivere al meglio il saggio stoico immagina sparare ad un uomo con il tuo ultimo proiettile, ed esso rimane in piedi… impassibile.
“Nessun uomo è libero se non è padrone di sé stesso”
-Epitteto
Il surclasso di Dio
Nel “la perfezione” viene chiuso il sottotema con una premessa: il fatto che se l’uomo si fosse elevato ad un livello di rifiuto terreno avrebbe potuto puntare sempre più la sua sfida nel raggiungimento di Dio, e nel fare questo ha dovuto agire con tarassia, apatia, gioia e precauzione fino a diventare saggio e quindi ad avere una fermezza morale ed un indomabile spirito umano. Adesso, dopo esser diventato circa perfetto in quanto saggio conoscitore di Dio, è ora di ragionare un po’ di più sul concetto di Dio per lo stoico. Diversamente da come può suggerire il titolo lo stoico non potrà mai raggiungere Dio prima della morte, e né potrà mai superarlo, perché rimane comunque parte di esso ed esso rimane parte di lui (pneuma), con surclasso di Dio intendiamo un altro tipo di Dio, un Dio che può essere cristiano, musulmano, induista, greco antico… perché nello stoicismo non viene considerato Dio come un’essenza antropomorfa che ha attivamente creato tutto e che è dotato di capacità anche umane? Perché il saggio stoico non ha bisogno di un Dio così (da adesso in poi, per non far confusione, intenderemo Dio come Dio nello stoicismo e dio come dio in una generica religione che lo ammetta in veste antropomorfa, e mi avvalgo della facoltà di non metterlo in maiuscolo poiché il suo plurale “dèi” per definizione non ammette la maiuscola poiché si tratta di un riferimento a dèi generici). Tralasciando il fatto che lo stoico ha le sue credenze fisiche, in realtà esso non crede nell’esistenza di un’entità superiore creatore di tutto per volontà attiva semplicemente perché non ne ha bisogno, lo stoico non ha il bisogno, come molte religioni, di rifugiarsi nella preghiera e nel completo abbandono nei confronti di un ipotetico essere superiore, lo stoico non si abbandona e non si rifugia a prescindere, l’unico essere riconducibile a questo tipo di dio in cui lo stoico crede è sé stesso. Per definizione il saggio non deve far dipendere sé stesso da altri o da cose esterne a lui o al suo controllo, e un dio antropomorfo non crea altro che una dipendenza verso un soggetto esterno; non siate così estranei a quanto appena detto, ho semplicemente fatto una perifrasi di quello che i credenti chiamerebbero “fede” e “timor di Dio”. Il surclasso di dio avviene da parte dello stoico nel momento in cui questo capisce che non ha bisogno di pregare nessuno per realizzare i suoi obiettivi, ma ha soltanto bisogno di sé stesso. Nella “Gaia scienza” e nel “Così parlò Zarathustra” Nietzsche espone come dio sia morto, essendo che gli uomini sono progressivamente diventati sempre meno religiosi, e questo comporta, secondo Nietzsche, una progressiva entrata nel nichilismo… mi trovo tuttavia in disaccordo. È vero sì che l’abbandono della fede, in questo caso cristiana, possa portare sempre di più ad un abbandono dei valori etici e morali, e dunque al nichilismo; tuttavia, l’abbandono della religione può essere anche causato dallo stoicismo e dall’umile orgoglio di cui si cinge il saggio. Lo stoico, dunque, non solo si rende conto della possibile corruzione materiale che un culto religioso può presentare (tema che affronterò in un prossimo articolo) ma anche di come, esistente o meno che sia, effettivamente lo stoico non abbia bisogno di un dio in cui possa far rifugio poiché esso deve essere rifugio di sé stesso. Ecco che lo stoico, a causa del suo percorso compiuto, sfida direttamente ogni dio che non sia schermatura del cosmo come il suo, e lo fa indirettamente rifiutando ogni tipo di culto religioso. Per quanto riguarda Dio in senso cosmico e quindi stoico, lo stoico non riuscirà probabilmente mai a superarlo né tanto meno a raggiungerlo durante la vita terrena. Qui sorge però un problema, secondo le religioni che professano fede verso dèi antropomorfi questi hanno creato il cosmo e addirittura il suo schema; dunque, perché lo stoico non riesce a superare una creazione di un, ipotetico, dio antropomorfo pur riuscendo a superare quest’ultimo? La risposta è apparentemente più difficile di quanto lo sia effettivamente, se un dio creasse il cosmo con uno schema perfetto dovrebbe anch’esso essere perfetto, lo stoico non riesce a surclassare Dio in quanto perfetto ma ci riesce con qualunque altro dio semplicemente perché danno al saggio un principio di morale, che cosa vuol dire? Che, a differenza di Dio, gli dèi offrono una possibilità di adorarli, impongono leggi e comandamenti, ecco che lo stoico riesce a superare gli dei se non rispetta queste leggi trovando, pure, una giustificazione che sia etico-fisica (la palingenesi, e dunque la perpetua vittoria), al contrario, Dio non offre una morale ma soltanto degli assiomi e leggi che sono naturali e che non prescindono nessun insegnamento e nessuna finalità morale, e dunque non può essere “raggirato” tramite una morale basata sulla piena fiducia di sé; inoltre Dio non è oggetto di venerazione ma molto più come di scoperta e di sfida continua. Lo stoico, dunque, riesce a raggirare la perfezione degli altri dèi semplicemente tramite la sua morale, mettendola incontro alla loro. Dipendendo da qualcuno (o generalmente da qualcosa) l’uomo non è veramente libero e non è padrone di sé stesso, per questo, già solamente grazie questo assioma, lo stoico rifiuta ogni tipo di divinità che non sia: panteista, ilozoista, non antropomorfa e moralmente neutra. È inevitabile, l’unico dio che lo stoico ha al di fuori dell’universo è sé stesso, il suo spirito e la sua circa perfezione, non si tratta di narcisismo o megalomania nemmeno in questo caso, ma di semplice consapevolezza della verità, ovvero che nessuno potrà mai affondare un saggio stoico, nemmeno un dio. Ormai è irrefrenabile, alla volta dei cieli e della propria elevazione.
“E quando ho capito di dover continuare a rischiare ho capito che dovevo dilettarmi in questo mondo nel modo più giusto possibile
E ho capito che la vita era un gioco complicato
E ho capito che gioco per un’idea E ho capito che non mi serviva qualcuno
Ho capito che servivo a qualcuno
Ho visto i colori dell’universo e la sua fredda crudeltà
Ho sentito il calore dell’animo umano
Ho capito che eravamo tutti di importante passaggio
E che tutto sarebbe tornato e risorto dalle proprie ceneri
Capendo, ho sfidato Dio…”

