“Amore scendi, è pronta la colazione!”.

“Grazie mamma ma non ho fame e sono in ritardo”.

Iniziavano così le mie giornate, solite frasi, solite risposte, soliti gesti. Il mio primo pensiero al mattino era quello di guardarmi allo specchio, disprezzarmi e fare finta di nulla. Perché si, ero brava a nascondere le mie emozioni e devo dire che ci sono riuscita fino alla fine, non è da tutti. Andavo abbastanza bene a scuola, non ero una ragazza come tutte le altre. Avete presente la tipica ragazza all’angolo in fondo alla classe, sempre con le cuffie, timida e con una costante ansia addosso? Bene, ero proprio io. Mi guardavo intorno, vedevo i miei compagni di classe spensierati, felici, ridevano molto, soprattutto di alcuni atteggiamenti di altri ragazzi, o addirittura di prof.

Non so bene come abbiano fatto, ma riuscivano a mascherare questa loro cattiveria davanti alle persone in questione, poi si voltavano e iniziavano a parlarne male e a ridere. L’aspetto negativo di questo sapete qual era? Quando magari qualcuno si accorgeva di questo loro atteggiamento e non dire nemmeno una parola, avere paura di un ulteriore giudizio negativo di questi e sapere per certo che quel pomeriggio ti saresti rinchiuso nella tua camera, nella tua mente e nei tuoi dubbi, a chiedere, chiedere e chiedere ancora cosa non va in te, ancora una volta. Purtroppo nel mondo ci sono persone che hanno un comportamento orrendo (o almeno fino a quando c’ero io era così). Vorresti urlargli addosso, vorresti farli piangere così tanto come hai pianto tu, ma sai anche che non puoi e che la vita a volte è ingiusta, non è corretta, e così cominci a chiederti “perché proprio a me? Cosa ho di sbagliato?” e da qui iniziano di nuovo tutte le paranoie sul tuo essere. È come un cane che gira intorno a sé stesso per mordersi la coda, è un circolo chiuso e quando ne sei all’interno non sai più come uscirne. Dove eravamo arrivati? Ah sì, alla mia vita scolastica. Di quella scuola ho apprezzato molto il corso di scrittura il martedì e venerdì pomeriggio, non saltavo nemmeno una lezione e solo in quei momenti mi sentivo in un universo parallelo, in cui tutto andava come speravo. Scrivere mi consentiva di viaggiare con la mente e di esternare le emozioni e per me, ragazza apatica che sta per le sue, era l’unico mezzo per stare “meglio”.

Ah quasi dimenticavo, un’altra scusa per cui andavo era una ragazza, ma anche su questo ho avuto problemi, spero che ora la mentalità sia un po’ cambiata da allora. Lei era molto bella, pensavo ricambiasse questo sentimento, ma ho sbagliato a pensarlo e me ne sono pentita. Avevamo da completare un testo argomentativo a coppie, così ne ho approfittato per lavorarci insieme e alla fine della lezione, davanti al suo gruppo di amici, le ho dato un bigliettino in cui la invitavo a uscire, ma i suoi compagni hanno iniziato a prendermi in giro, a dirmi che gli omosessuali non sono accettati, che facevo pena, che dovevo andarmene via, così sono scappata a casa piangendo e mentirei se dicessi che quel giorno non ho avuto pensieri “strani” e cupi. Che poi così strani non lo erano, perché erano diventati la normalità per me, ma adesso ci arrivo. Non era la prima volta che subivo una cosa del genere, ed era anche un po’ la causa del mio comportamento e della mia ansia sociale, ma non l’ho mai detto a nessuno. Tornavo a casa e puntualmente dovevo sforzarmi ad avere stampato sulle labbra il sorriso più falso di tutti, ma mi stava bene così, non volevo creare altri problemi dentro casa e i miei genitori sarebbero stati d’accordo con le dicerie altrui, perciò mi sarei ulteriormente fatta del male da sola, più di quanto già lo stessi facendo. Mentre tutti dormivano, dopo aver fatto finta di stare bene, mi chiudevo in bagno e Dio solo sa cosa facevo lì dentro! Questo continuo giudizio degli altri, le prese in giro sul mio aspetto fisico, sul mio orientamento sessuale, era una sofferenza che non auguro a nessuno, e che motivo avevo di rimanere e di far parte per tantissimi altri anni in un mondo e in una società che andava avanti con la violenza e con questa brutale realtà? Non avevo mai una risposta a una domanda del genere, ma riuscivo ancora a sopportare tutto il dolore. Uscivo dal bagno pensando di essere felice dopo aver punito me stessa, ma la me di qualche anno prima, la me veramente felice, sapeva perfettamente che era il gesto peggiore che potessi farmi, ma continuavo ad andare avanti, ad alzarmi la mattina, a guardarmi allo specchio, andare a scuola…

Ultimamente c’era un professore che si era accorto un minimo della mia situazione, da una parte sentivo che la mia presenza in realtà contava per qualcuno, ma dall’altra odiavo il fatto che prima o poi l’avrebbe detto alla mia famiglia, mi sarei dovuta far aiutare e il mio benessere in quel momento era star male, perciò mi avrebbe tolto quella “stabilità” che avevo creato. Così è stato. Dopo non molto tempo dall’inizio del corso di scrittura (lui era l’insegnante), ha convocato i miei genitori e, dopo aver letto alcuni dei miei temi, hanno deciso insieme alla scuola stessa di mandarmi da una psicologa, ma non mi bastava. No, non era sufficiente, non riuscivo a parlare, non riuscivo a dire una parola, nessuno ancora mi capiva. In quegli anni ancora nessuno andava da uno specialista, soprattutto se si trattava di un adolescente, infatti anche per questo motivo sono stata vittima di “parole di troppo” e sono le stesse che, ripetute per tantissime volte, hanno fatto traboccare il vaso. Tutto questo peso, questa sofferenza, non riuscivano più a farmi respirare, mi sentivo soffocare, ed è stato proprio in questo momento che ho capito che dovevo mollare.

Mi chiamo Anna e sono morta volontariamente più di tre anni fa a causa degli altri. Gli altri sono stati il mio nemico più grande e purtroppo mi hanno impedito di vivere la vita. Posso dire per certo di essere una vittima di bullismo, di quegli atteggiamenti crudeli e letali, di quel senso di non essere abbastanza e all’altezza di chi ti sta attorno, ed è triste pensare che ho sofferto fino alla fine a causa loro, che non posso avverare il sogno di diventare scrittrice o di avere accanto una ragazza che mi ami. Posso solo continuare a sognare tutto ciò e chissà, magari realizzarlo da quassù. Però voi altri come me, non abbiate paura di reagire e di esternare i vostri sentimenti, e quelle vocine che vi entrano in testa, mandatele via, è il gesto più sano che farete nella vostra vita. Vogliatevi bene e amatevi, incondizionatamente dai giudizi altrui.

Vi voglio bene, la vostra Anna.

2 pensiero su “La vita che non ho potuto avere”
  1. Racconto straziante e meraviglioso al tempo stesso. Brava Ilaria, hai una sensibilità non comune e una grande intensità nell’esprimere le emozioni.

  2. Emozionante e potente, tanto vero quanto scomodo, soprattutto per noi adulti, talvolta incapaci di cogliere la complessità e il dolore che si celano tra i banchi di scuola.
    Brava Ilaria!

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