Preambolo

La cosa più particolare del contrattualismo, e allo stesso tempo di questo articolo circa la sua analisi, è che, sebbene sia un tema di derivazione filosofica-politica, è attuabile e può essere esercitato in più aree della filosofia ed in particolare nella discussione relativa alla natura umana. Con questo preambolo mi impegno a far capire innanzitutto che, dunque, il contrattualismo non verrà discusso secondo la sua più nota considerazione ma più secondo un mezzo per arrivare ad una considerazione maggiore: la discussione verso la nostra umanità, non in quanto concetto ma in quanto sostanza del nostro essere, e la sua origine psicologica-sociale. È infine chiaro che l’articolo si basa su delle ricerche condotte e delle analisi accuratamente svolte nell’ambito della decadenza dell’uomo moderno a causa della sua stessa più grande arma, l’intelligenza.

“Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo.”
-Giordano Bruno


Lo stato di natura

Il contrattualismo, come menzionato precedentemente, nasce come concezione filosofico-politica e descrive la genesi ed il perché delle istituzioni fondamentali e dei governi, o semplicemente dei centri di potere. Non va assolutamente inteso come concezione filosofico-fisica ma può esser ben scardinato dalla sua concezione base per analizzarlo in ambito più morale e pedagogico. Ma per far questo dobbiamo far chiarezza sul principio costituente di questa concezione: lo stato di natura. Lo stato di natura è quella condizione, fondamentalmente primitivista, in cui gli uomini vivevano senza leggi e regole, si facevano giustizia da soli e avevano libertà assoluta. La libertà assoluta in un umano è quella proprietà che permette ad esso stesso di compiere qualsiasi atti senza limiti, e ciò comprende anche quegli atti che possono sovrastare le libertà altrui. Facciamo un breve esempio: per quanto possa sembrare assurdo, uccidere è una libertà, poiché è un atto esattamente come il bere un bicchiere d’acqua, tuttavia è una libertà che viene vietata all’uomo, poiché esercitarla comporterebbe la negazione di una libertà altrui, in questa caso la libertà di vivere della vittima, mentre invece l’azione di bere non nega alcuna libertà a nessuno.

Di conseguenza, le libertà assolute sono quelle libertà che necessariamente negano, nel momento dell’esercitazione, una libertà ad un altro soggetto, mentre le libertà propriamente dette sono tutte quelle libertà che invece non interferiscono con la condizione di libertà di altri individui. Durante lo stato di natura ogni uomo aveva libertà assoluta su tutto e poteva, di conseguenza, negarle agli altri uomini, finché l’uomo non si è reso conto dello stato caotico in cui viveva e decise di unirsi ad altri uomini per vivere pacificamente ed in modo più “civile”. Fondamentalmente decise di negarsi ogni libertà assoluta in modo da non surclassare nessun altro essere umano, e di conseguenza formò il contratto, patto generico secondo il quale gli uomini riconoscono come uniche libertà legittime quelle propriamente dette e ritengono amorali, fino a diventare atti illegali veri e propri, quelle assolute; limita, insomma, la sua libertà in senso assoluto per avere pari diritti con gli altri esseri umani. Ma perché questo? Perché l’uomo decide di patteggiare con gli altri negandosi qualcosa che fino ad allora era normalità? Questo fenomeno andrebbe studiato più nello specifico durante l’era primitiva se non con le prime civiltà per capire bene cosa instaurò nell’uomo il primo senso di “civiltà”.

Lo psicoanalista Sigmund Freud nella sua “Psicologia delle masse e analisi dell’io” propone una teoria secondo la quale la psicologia individuale, o dell’individuo, inizialmente non esisteva ma si scardinò e si divise da una psicologia primordiale, ovvero la psicologia collettiva o psicologia dell’ “orda”; l’uomo, quindi, non nasce già con “l’idea dell’io” (intesa come “l’aspirazione a voler diventare come…”), e dunque con l’oggetto aspirato da lui stesso, ma nasce come gregge e per sua natura cerca rifugio negli altri suoi simili dove si sente protetto ed uguale agli altri, pur non avendo ancora consapevolezza di sé. Una mentalità molto animalesca che però ci servirà in seguito per la prova di una nostra tesi.

L’uomo necessariamente deve formare allora il contratto, volente o nolente, a livello psicologico-animale in primis, associandone poi valore e giustificazione morale-politica. Quando lo stato di natura viene superato, gli uomini rifiutano le proprie libertà assolute e le delegano, come sosteneva Hobbes, ad un sovrano detto leviatano che si nutre di questi poteri a suo vantaggio, si tratta chiaramente di un pessimismo politico che però non tratteremo in questa sede ma, forse, in una futura. Attualmente, per la nostra comprensione, è importante capire cosa sia lo stato di natura, la sua causa ed il suo perché; dunque capire il passaggio di transizione tra uomo-animale, irrazionale e istintivo, e uomo-macchina, razionale e metodico, e come ciò abbia portato alla progressiva degradazione dell’uomo moderno in sé. In un certo senso, l’uomo era predestinato a superare lo stato di natura e ad instaurare il contratto, bene o male è stata proprio la sua natura da animale a farlo stare insieme ad un gregge poiché sprovvisto di consapevolezza di sé e dell’idea dell’io. Ma la formazione del gregge, o come sosteneva Freud: dell’orda, non necessariamente elimina lo stato di natura. Se vogliamo dunque unire le due concezioni: contrattualismo e psicologia delle masse, possiamo raggiungere una conclusione: l’uomo, appena nato, viveva nello stato di natura in quanto animale irrazionale sprovvisto della sua idea dell’io e per necessità ha dovuto formare dei greggi e comunità in cui rivedersi psicologicamente, tuttavia non aveva la minima intenzione di negare le proprie libertà assolute finché non apparse un capo, a comando del gregge, alla quale l’uomo poteva delegare le proprie libertà assolute. Più nello specifico, Freud sosteneva anche che, in un gregge, quando si presenta e si afferma un capo, tutti gli individui gli portano fede e lo inquadrano come oggetto e aspirazione, è lì che nasce dunque l’idea dell’io, in quel momento inquadrata con il capo; una volta nata l’idea dell’io l’uomo comincia ad avere consapevolezza di sé e a sviluppare quella razionalità che lo rende capace di capire che il gregge non gli basta come comunità, dunque comincia a sfidare il capo, si crede più forte dei suoi compagni ed esercita le sue libertà assolute, finché, sempre più sviluppando e scardinando la sua psicologia da quella collettiva-primordiale, si rende conto che l’esercizio di quelle libertà assolute è in realtà nocivo per la comunità e gli è controproducente, e dunque le delega nuovamente al capo stesso per, come dicevano i sofisti, “l’utile sociale”. Una volta capite le cause dell’instaurazione del contratto possiamo passare alle conseguenze e a ciò che determinerà il crollo del senso umano, o più semplicemente della nostra umanità.

“L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza.”
-Sigmund Freud

L’endouomo

Avanziamo gradualmente dal momento che, dopo il superamento dello stato di natura, l’uomo comincia nel suo interno una scissione tra due caratteri fondamentali, o meglio: modi di essere. Una volta che l’uomo diventa per la prima volta “animale civile” comincia la sua progressiva evoluzione e distaccamento da quello che era il suo passato animale istintivo, e consequenzialmente provoca la deriva del suo atteggiamento primordiale animale pre-contrattuale; comincia insomma a ripudiare i vecchi atteggiamenti animali che erano parte integrante della sua natura durante lo stato di natura. Inizia dunque la sua scissione in due atteggiamenti tipici dell’essere umano: il primo che per convenienza chiameremo l’endouomo ed il secondo che invece chiameremo metauomo; per contestualizzare: l’endouomo sarebbe l’uomo-animale citato precedentemente mentre il metauomo si ritroverebbe nella concezione di uomo-macchina sempre precedentemente esposta. Ci tengo inoltre a precisare che questi due termini nello specifico non esistono e non sono mai stati usati in precedenti scritti, me ne servo semplicemente per convenienza senza dover ricorrere a lunghe perifrasi per esplicare dei semplici concetti, oltre che per far risultare il tutto molto più elegante ed astuto. Il prefisso “endo-” in greco ha valenza prevalentemente scientifica e vuol dire “dentro” o “interno”, dunque dovremmo intenderlo come l’interno dell’uomo? Al contrario, dobbiamo invece, al fine fondamentale della comprensione del messaggio di questo articolo, intenderlo come un vero e proprio uomo insito dentro noi stessi senonché come un comportamento tipico dell’uomo che però non viene mai mostrato e risiede nel suo profondo, appunto il suo atteggiamento animale (spiegherò invece la definizione di “meta-” nel paragrafo successivo). Ricapitolando dunque: quando l’uomo accettò la delegazione ed il contratto per l’utile sociale rinnegò i suoi atteggiamenti ed il suo essere animale irrazionale ed istintivo, ciò comportò la scissione della sua natura in due esseri, uno dei quali, l’endouomo (ovvero gli atteggiamenti animali rinnegati), si radicò nelle sue profondità più assolute. Definiamo dunque, nuovamente, l’endouomo come tutto il compendio degli atteggiamenti dell’uomo-animale, istintivi e irrazionali, tipici del precedente stato di natura. È molto importante rendere chiara questa definizione poiché successivamente discuteremo di quanto in realtà sia stata negativa, seppur necessaria, la perdita progressiva del nostro comportamento animale e quanto questo ci abbia reso meno “umani” rispetto non tanto più al tempo primitivo dello stato di natura ma anche banalmente al tempo prima della rivoluzione industriale. Chiudiamo questo paragrafo però con il fatto che, necessariamente, più l’umanità progredisce e vive, più perde la sua umanità; sebbene quest’ultima frase sarà meglio trattata in un paragrafo successivo soffermiamoci sulla constatazione che più tempo passa meno l’endouomo rimane presente nelle profondità dell’essere umano.

“Verrà il secolo in cui l’uomo scoprirà forze potenti nella Natura.”
-Giordano Bruno,

Il metauomo

Il prefisso “meta-” in greco trova, invece, un significato molto più ampio, noi lo intenderemo in senso molto generale con la definizione di “oltre”. Fondamentalmente, come l’endouomo non è propriamente l’interno di un uomo, il metauomo non è propriamente l’esterno di un uomo o ciò che gli è oltre, ma è, parallelamente alla giusta definizione di endouomo, un comportamento che non è insito nell’uomo ma che è esterno a lui. Molto banalmente, l’endouomo è il comportamento umano-animale che però non si mostra mai perché fu rinnegato nel momento del contratto, mentre il metauomo è il comportamento umano-macchina che invece si mostra, ovvero è ciò che va “oltre” il nostro essere poiché viene percepito dagli altri individui. Il metauomo, inoltre, è quel comportamento civile che l’uomo ha dovuto cominciare ad adottare nel momento della delegazione delle libertà e che ha dovuto completamente adottare nel momento della comprensione dell’utile sociale, e dunque nel rispetto completo del contratto (faccio questa precisazione in quanto abbiamo visto che il metauomo comincia ad affermarsi nel momento della formazione della psicologia individuale ma viene completamente adottato dopo che l’uomo, per l’utile sociale, non sfida più il capo dell’ormai non più gregge ma massa, divenuto oggetto dell’io nella delegazione delle libertà assolute). Il metauomo appare dunque come quel comportamento unico nell’apparenza umana che risulta freddo, diretto, metodico… ma non è così. È metauomo tutto ciò che non siamo a livello animale, ma ciò non è un male.

Nel mio precedente articolo “stoicismo: diventa irrefrenabile” ho cercato di esporre un’analisi da me condotta sulla dottrina stoica in funzione di uno stile di vita che potesse essere regolato ed equilibrato, tuttavia, anche quel tipo di stile di vita rientra per alcuni versi nel metauomo e per altri nell’endouomo; rientra nel metauomo in funzione di paragrafi presenti nell’articolo come “l’indomabile spirito umano” o come “la perpetua vittoria”, mentre altri paragrafi come “il rifiuto della materia” si contestualizzano nella forma dell’endouomo, poiché descrivono un atteggiamento prettamente antico animale, come l’appunto rifiuto di tutti i beni leciti ed illeciti per rimanere solo soddisfatto da quelli naturali… niente è stato scritto per caso.

Attenzione però, verrebbe da fare un parallelismo estremamente sbagliato tra quanto trattato e la basilare conoscenza della scienza genetica: si potrebbe pensare che siccome l’endouomo è quanto non mostriamo mentre il metauomo è quanto mostriamo questi possano essere ricondotti alla definizione di genotipo e fenotipo in un organismo (so benissimo che quanto sto per dire è un parallelismo al limite dell’assurdo ma me ne servo per far comprendere bene la differenza tra i due stati dell’essere umano).

Nella scienza genetica il genotipo ed il fenotipo riguardano una cosa comune: l’informazione genetica, rispettivamente uno è la codificazione dell’altro, o meglio: il primo è il codice di ciò che viene mostrato esternamente, il secondo; ma l’endouomo non è la codifica del metauomo, ovvero, il metauomo non è il manifestarsi in forma esplicita dell’endouomo, in altri termini: l’endouomo non è la sostanza né tantomeno il metauomo è la forma, essi sono delle concezioni apparte tra di loro che di comune hanno solo l’origine ed il piano in cui esistono, notate bene come ho detto esistono e non “coesistono”. L’uno dunque non dipende dall’altro ma più cresce uno, più, generalmente, degenera l’altro; in particolare, durante la storia, si è visto come il crescere dell’atteggiamento metaumano abbia determinato un decrescere di quello endoumano, specialmente nell’epoca delle rivoluzioni industriali. Ma questo è stato tale non perché uno dipende dall’altro ma perché fu una delle condizioni del contratto, consideriamo la situazione in termini più matematici-scientifici: immaginiamo che i due comportamenti fondamentali siano indirettamente proporzionali tra loro ma regolati da una costante “C”, ovvero il contratto; ovviamente più aumenta il comportamento metaumano più diminuisce quello endoumano e viceversa, tuttavia entrambi possono benissimo aumentare o diminuire, affinché la costante C varii il suo valore, in altri termini: entrambi gli atteggiamenti possono variare simultaneamente ed in modo direttamente proporzionale affinché cambi il contratto ed il suo valore, non tanto più matematico ipotetico ma quanto più effettivo, politico e sociale.

“Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perso in modo estremamente pericoloso il sano intelletto animale: vedano ciò in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice.”
-Friedrich Nietzsche

La Regressione naturale

Molte volte, nella società odierna, il contratto, o il fattore C come esposto precedentemente, può variare quando si tratta di un individuo ma non quando si tratta della società in sé o di una comunità. L’umanità nel suo proseguire, assumendo sempre più il comportamento metaumano, deve necessariamente, non potendo variare nell’equazione il fattore C, rinnegare sempre più il comportamento endoumano. Questo perché il fattore C all’interno della società è inquadrato come le leggi e le istituzioni governative che, teoricamente, non dovrebbero fare eccezioni o variare nel corso del tempo. La dunque rinnegazione progressiva dell’endouomo è facilmente inquadrabile con il termine di “regressione naturale”. La regressione naturale dunque è quel processo che rende, dentro l’animo degli uomini in quanto comunità e non singolo (o come diceva Freud: massa ed Io), il comportamento endoumano sempre meno, dunque quell’animalità e inciviltà che costellava gli uomini finisce per svanire, eventualmente.

Nel romanzo distopico di George Orwell 1984 abbiamo un perfetto esempio, infatti, nel romanzo, la società è così tanto “progredita” che gli uomini non hanno più un pensiero critico e ritornano a quella condizione di gregge originaria. La cosa interessante però è che il gregge che si forma non è un gregge di uomini-animali ma di uomini-macchine, tant’è che gli uomini al suo interno devono eseguire degli ordini e degli schemi sociali rigidissimi senza che si rendano conto della loro situazione degradante, questo perché venne fatto loro un processo di indottrinamento, propaganda ed annebbiamento della loro razionalità così forte che persero la loro stessa identità, soprattutto quella culturale e storica in quanto in questo romanzo “il passato non esiste e non è mai esistito”. Ma perché analizzo questo esempio in particolare? Perché, come detto prima, il gregge formato è un gregge di uomini-macchine che però sono ritornati alla primitiva unicità della psicologia delle masse, in particolare questi uomini hanno perso completamente ogni tipo di stimolo animale istintivo e hanno raggiunto alla perfezione la nostra teorizzata regressione naturale. Tant’è che le loro pulsioni sessuali, esattamente come i loro pensieri erotici o anche più nobilmente sentimentali, non sono annichiliti ma deviati verso il grande fratello (il neo dittatore del romanzo). Non voglio addentrarmi troppo nei dettagli del libro in sé poiché penso che tutti debbano leggerlo ed apprezzarlo per quello che può offrire nella sua interezza, soffermiamoci dunque su quanto detto: l’Eros, e dunque l’amore passionale, non è una qualità che appartiene alle macchine ma agli animali, esattamente come, come vedremo nel paragrafo successivo, l’intelligenza appartiene non agli animali ma alle macchine; perché però l’amore è animale? Perché l’amore, inteso come amore sessuale, è frutto di un bisogno biologico della specie nel ricrearsi, è dunque un istinto di sopravvivenza ed un bisogno dell’animale nel continuare la propria specie, dunque quando noi mostriamo attrazione puramente non sentimentale verso qualcuno non stiamo facendo altro che disvelare l’endouomo, e dunque quel bisogno e tratto animale che abbiamo precedentemente analizzato. In 1984 le pulsioni sono completamente assenti negli uomini e vengono reindirizzate verso il grande fratello, una cosa molto simile la possiamo vedere ai giorni d’oggi con le istituzioni ecclesiastiche: il voto di castità funziona e viene rispettato dall’ordine clericale esclusivamente perché tutti i bisogni animali che il sacerdote, ad esempio, può sentire e provare vengono rivolti verso la figura di Dio in forma di devozione, preghiera e fede. Come se quell’energia si tramutasse in qualcos’altro di più nobile… meno animale. La regressione naturale è un processo che necessariamente deve avvenire nel momento in cui “l’umanità” progredisce. Ciò l’abbiamo molto banalmente compreso da una equazione, ma da questa stessa abbiamo anche visto che se un membro diminuisce e regredisce l’altro deve aumentare… progredire.

“Un uomo senza etica è una bestia selvaggia che vaga libera in questo mondo.”
-Albert Camus

La progressione artificiale

Questo progedire di cui abbiamo parlato precedentemente troverà più spiegazione e dettaglio in questo paragrafo, infatti, la “progressione artificiale” è quel fenomeno opposto alla regressione naturale e che, di conseguenza, si configura come l’aumentare del comportamento metaumano all’interno della società, a differenza della regressione naturale che si configura come un diminuire del comportamento endoumano. La progressione artificiale, se dovessimo intenderla come una funzione grafica, avrebbe un andamento parabolico, esponenziale, in particolar modo risulterebbe piuttosto debole all’inizio fino ad alzarsi in modo sempre più incontrollato. L’evento che causò proprio questo cambio del suo andamento non fu altro che la prima rivoluzione industriale. Con la prima rivoluzione industriale l’uomo cominciò sempre più ad essere sostituito dalle macchine, così come con la seconda fino ad arrivare alla terza, quella, teoricamente, attuale. In particolare, la terza rivoluzione industriale vede come protagonista la tecnologia informatica: telefoni cuffie, computer… tutte invenzioni che facilitano la nostra vita.

Non voglio fare la parte del deluso anti-progressista alla vista di tutto questo, ma guardatevi un attimo intorno, studiate il mondo che avete attorno, la vostra vita, la vita in sé, sono rimasti tali fin dall’epoca primitiva? O meglio, cosa condividiamo noi “umani” di oggi con i primitivi? Niente, direte voi, probabilmente solamente le principali funzioni vitali atte alla sopravvivenza: mangiare, respirare, bere. Eppure se ci pensate bene ai giorni d’oggi non abbiamo più bisogno di cacciare per nutrirci, o di nasconderci in una grotta per sopravvivere la notte. Con questo stesso esempio noi possiamo vedere quanto comportamento endoumano in effetti ci rimane, la base biologica per la sopravvivenza fondamentalmente. Il motivo per cui semplicemente siamo molto diversi rispetto ai nostri antenati primitivi è perché uno presenta il metaumano in linea di massima mentre l’altro presenta solo l’endouomo, ma perché fare tutto questo excursus? Perché, in realtà, ben poco ci è rimasto di quei caratteri e comportamenti fondamentali dell’uomo primitivo che in realtà costituivano la vera umanità, quella primitiva, animale, che ci costellava fin dall’inizio. Fin da quando l’uomo ha incominciato ad avere sempre più comportamento civile verso i suoi simili e dunque ad usare l’intelligenza esso ha progressivamente perso la sua umanità, perché quella stessa intelligenza l’ha portato alle varie rivoluzioni industriali nel corso della storia fino a differenziarsi a livello naturale da tutto ciò che gli circonda.

Per essere ancor più chiaro: siamo in un’epoca in cui si stanno sviluppando dei chip elettronici da impiantare nel cervello umano ed in altri parti del suo corpo al fine di avere delle “enhanced abilities” ovvero abilità migliorate, potenziate; viene anche esposto dal cosmologo Stephen Hawking nel suo libro Le mie risposte alle grandi domande: “Ci sono due modi per implementarle: l’applicazione di elettrodi sul cranio e gli impianti. La prima è come guardare attraverso un vetro ghiacciato, la seconda è migliore, ma presente il rischio di infezioni. Se riusciremo a connettere un cervello umano a internet, Esso avrà a sua immediata disposizione tutte le risorse presenti sul web.”. Per quanto Stephen Hawking propone anche delle invenzioni di questo genere per aiutare, ad esempio, a mediare le paralisi, c’è una domanda fondamentale adesso da chiedersi: quanto stiamo esagerando? Io mi ritengo un assiduo ammiratore del progresso tecnologico e scientifico, tuttavia spesso mi è venuta la preoccupazione che la “nostra” umanità stia perdendo la “propria” umanità.

Il transumanesimo è una corrente che promuove ogni tipo di progresso umano, dice Wikipedia: “Il transumanesimo è un movimento culturale che sostiene l’uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare le capacità fisiche e cognitive e migliorare quegli aspetti della condizione umana che sono considerati indesiderabili, come la malattia e l’invecchiamento, in vista anche di una possibile trasformazione post umana.”, è soprattutto molto interessante la frase “l’uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare capacità fisiche e cognitive”, e per quanto sia veramente affascinante come frase è anche molto spaventosa, poiché l’intelligenza umana, il metauomo, sta sempre più cancellando quella nostra nobile origine animale; è un male? Non necessariamente, tuttavia non potremo più, eventualmente, vantarci di essere pura materia organica animale con emozioni e sentimenti che, a lungo andare, verranno surclassati dall’obiettività massima e dalla nostra, appunto, progressione artificiale. Tutto questo voluto dalle istituzioni e grandi aziende che per, come si può ben vedere attualmente ed ultimamente, pur di aumentare la loro “moneta” ed economia farebbero di tutto, anche farci rinnegare la nostra umanità attraverso la progettazione di tecnologie che sempre più ci sostituiranno in tutto e per tutto, evidentemente. Non ci disperiamo però, d’altronde è stato il contrattualismo a rendere gli umani capaci di delegare la propria integrità ed umanità ai suoi simili; e si sa, l’umano di sua natura rimarrà sempre egoista.

“Il principale compito della cultura, la sua vera ragione d’essere, è di difenderci contro la natura.”
-Sigmund Freud

Discussione relativistica sul concetto di umanità

Una facile critica che mi si potrebbe porre potrebbe essere quella secondo la quale cosa è effettivamente umano. Ebbene, niente e tutto. La definizione più chiara ed efficace che si potrebbe dare al concetto di umanità è “umanità è tutto ciò che è umano”, dunque cosa è umano? Il punto fondamentale è che l’umanità, come concetto, pecca di relativismo, e dunque non ha una valida ed oggettiva definizione, in quanto: umano potrebbe essere il metauomo, l’endouomo, entrambi in perfetto equilibrio o chissà che altro.
In questo articolo e analisi mi sono permesso di considerare umano l’endouomo, esporrò dunque il mio concetto di umanità in funzione di quanto visto finora: umanità è tutto ciò che è umano, ed umano è tutto il compendio dei tratti animali biologici di base dell’uomo ad esclusione dell’intelligenza. Di conseguenza è umano tutto ciò che è animale di noi, il mangiare, il bere, il respirare, le emozioni, gli istinti e le pulsioni; l’intelligenza, che invece denatura queste caratteristiche, rende freddo l’animo se portata all’eccesso dislocando sempre più l’uomo dal suo contesto naturale, quello animale. Ma se l’intelligenza è parte integrante dell’uomo perché non è concepita come umana?

Esiste una bellissima frase del Bellum Catilinae di Sallustio la quale sostiene che “…ogni nostra energia risiede nell’anima e nel corpo: funzione dell’anima è il comandare, del corpo l’ubbidire; l’una ci accomuna agli dèi, l’altro agli animali bruti.”, il “comandare” deriva dal contrattualismo, come visto all’inizio, e dunque da un atteggiamento civile tipico del metauomo in quanto si inquadra nello scardinamento della psicologia individuale da quella collettiva, l'”ubbidire” invece è tipico degli animali bruti perché deriva dalla psicologia collettiva dell’orda primordiale, dunque l’azione di inquadrare il capo come idea dell’Io e non sfidarlo per timore. Tornando però alla domanda precedente: il comandare, che è qualcosa che non ci accomuna agli animali, è, dunque, un carattere metaumano, come visto precedentemente, e quindi è un derivato della ragione, ovvero l’intelligenza di cui stiamo discutendo. Essendo dunque il “comandare di Sallustio” un carattere non endoumano, o animale, e dunque metaumano, dunque derivato dalla ragion-intelligenza, allora deve non essere qualcosa che appartiene agli animali, e quindi nemmeno l’intelligenza, e se umanità per noi viene concepita come comportamento animale-biologico di base allora in essa non fa parte l’intelligenza. Ovviamente questo ragionamento tramite logica serve solamente per chiarire il punto con un esempio ben analizzato, se prendiamo dunque per assiomatico il fatto che l’umanità è animale allora necessariamente l’intelligenza deve uscire dalla sua definizione e non farne parte. Chiaramente se, per qualche assurdo motivo, concepissimo umanità con il concetto stesso di intelligenza chiaramente tutta questa analisi non avrebbe senso e lo stesso transumanesimo dovrebbe meglio chiamarsi “neoumanesimo”. Si potrebbe però asserire il fatto che “umanità” non è “animalità” proprio perché siamo esseri intelligenti, ed infatti è ciò che voglio dimostrare, l’umanità di cui solitamente si parla nel quotidiano sottintende, senza volerlo, la metaumanità; quando si dice che “gli umani non sono animali” è come se si sottintendesse che “i metaumani non sono animali”. Umanità non è animalità solamente perché la prima è intesa come metaumanità, in questo caso.

In questa discussione, affinché essa abbia dimostrabilità e senso compiuto, vorrei che si intendesse il concetto di umanità come esclusivamente il comportamento endoumano poiché, tra i due comportamenti, è quello che, molto banalmente, è afflitto da emozioni e sentimenti. Ne è una prova anche, come visto precedentemente, il romanzo 1984 ove gli umani hanno perso completamente la loro umanità, pur avendo ereditato l’atteggiamento metaumano in maniera assoluta; necessariamente, allora, umano è tutto ciò che è endoumano e tutto ciò che è metaumano è umano, ma esclusivamente quando “umano” lo si vuole intendere diverso da animale.

“Se riesci a sentire fino in fondo che vale la pena conservare la propria condizione di esseri umani anche quando non ne sortisce alcun effetto pratico, sei riuscito a sconfiggerli.”
-George Orwell

Il mito di Alekos

Vi era un uomo nell’antica Grecia di nome Alekos, anche detto Alexandros (Alessandro), esso era piuttosto apatico nei confronti della vita, non mostrava interesse verso nulla in particolare e si faceva guidare molto dai suoi simili, nei quali trovava conforto e sicurezza. Allora, un giorno, Metis, la dea della saggezza, ragione ed intelligenza, decise di dargli un dono ed una maledizione, ovvero il suo elmo; allora Alekos, appena ricevuto in dono l’elmo, ebbe chiara ogni cosa attorno a lui, ebbe consapevolezza di sé, degli altri e di ciò che aveva attorno, scoprì i colori del mondo ed il suo linguaggio, divenne, insomma, l’uomo più saggio ed intelligente di tutta la Grecia. Il giorno dopo tornò all’agorà come di consueto e sfidò il capo del gruppo, di cui solitamente faceva parte come mero partecipante, ad una diatriba sull’origine dell’uomo e dopo aver vinto divenne lui il capo del suo gruppo.

I giorni passarono ed Alekos veniva regolarmente consultato e riconosciuto come un saggio filosofo ed inventore, Metis però, vedendo questo, decise di metterlo alla prova per capire se, nell’animo, era degno di possedere il suo elmo, in quanto, pur essendo saggio, rimaneva pur sempre un uomo e non un Dio. Durante una notte gli apparve in sogno e fece comparire di fronte a lui una serie infinita di mura in pietra che, a lungo andare, diventavano sempre più spessi, Metis non disse nulla ad Alekos ed egli non rivolse parola a lei, ebbe solamente una estrema bisogno e desiderio di superare quelle mura e di scoprire cosa c’era al di là di essi, frantumò il primo dandogli un colpo con l’elmo e si accorse allora che questo crebbe leggermente; frantumò allora il secondo, ed il terzo, ed il quarto ed il suo elmo divenne sempre più grande, così come però i muri divennero sempre più spessi. Continuò allora per ore ed ore e la sua curiosità cominciava sempre più a crescere finché, una volta distrutto il trentanovesimo muro arrivo al quarantesimo, ma appena Alekos si avvicinò a questo l’elmo crebbe ancora, Alekos allora non riuscì più a muoversi e fu schiacciato completamente dall’elmo, ormai divenuto enorme.

Egli avrebbe potuto continuare all’infinito a frantumare le mura, ci sarebbe riuscito, ma non riuscì a sostenere il peso della sua, ormai divenuta, arma. La mattina dopo Alekos fu rinvenuto morto sul suo letto schiacciato da un enorme masso con inciso sopra la frase: “Se l’intelligenza fu il suo dono, la curiosità, la fame di conoscenza e la sua ossessione nel diventare sempre più saggio furono la sua maledizione.”

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