Non devi mai dire che hai paura, piccola Samia. Mai. Altrimenti le cose di cui hai paura si credono grandi e pensano di poterti vincere.
Queste sono le parole che Samia Yusuf Omar sentiva ripetere sempre da suo padre e alle quali Giuseppe Catozzella si è ispirato per il titolo della biografia della giovane: Non dirmi che hai paura.

Samia nasce a Mogadiscio nel 1991. Questo è l’anno di inizio delle guerre civili nate per abbattere il regime dittatoriale di Siad Barre. In seguito alla rivolta, le guerre si protraggono a causa delle rivalità tra clan locali e ancora, dal 2006, tra il governo somalo ed etiope contro un gruppo islamico, l’Unione delle Corti islamiche. In questo clima di degrado e attacchi terroristici, Samia trova nella corsa un riscatto. Il suo è un dono: lei è semplicemente più veloce degli altri, e grazie ai suoi allenamenti si allontana idealmente da ciò che la circonda. In un Paese occupato da fondamentalisti islamici non è facile per lei, atleta e donna, allenarsi senza essere malvista. Per questo si allena di notte, per le strade della città, coprendosi il capo con una sciarpa. Non mancano le minacce e addirittura un arresto. Ma lei continua a correre e lo fa tutti i giorni o meglio, tutte le notti.
Vince per la prima volta una gara locale a 10 anni. E continua a correre. Corre sempre. Samia partecipa nel maggio del 2008 alla gara dei 100 metri del Campionato africano e, nonostante arrivi ultima, viene scelta per partecipare alle Olimpiadi di Pechino. Samia sa di essere diversa rispetto alle altre atlete. Non ha mai avuto un allenatore e le sue condizioni non sono assolutamente paragonabili a quelle delle altre. Perde la gara ma nonostante ciò è felice di aver rappresentato il suo Paese. O meglio, è felice di aver rappresentato la dignità delle donne somale. Come si legge nella sua biografia, per ogni metro corso, la mente di Samia è riempita dalle parole del padre:
Un giorno guiderai la liberazione delle donne somale dalla schiavitù in cui gli uomini le hanno poste. Sarai la loro guida.

Al suo ritorno dalle Olimpiadi, non viene accolta da complimenti, ma solo da minacce. Il gruppo terroristico Al Shabaab è sempre più radicato nel territorio. Per questo la giovane atleta e la sua famiglia si trasferiscono in un campo profughi di Mogadiscio. La voglia di libertà è ancora tanta. Samia sogna di potersi allenare veramente e aspira alle Olimpiadi di Londra. Intraprende la strada che molti, come lei, intraprendono per fuggire da guerre e povertà in cerca di un qualcosa di migliore. Samia vuole inseguire il suo sogno e, il romanzo-biografia della sua vita finisce con l’immagine della giovane atleta poco dopo lo sparo di inizio gara delle Olimpiadi di Londra del 2012.
Questo, però, non è il reale destino di Samia. La giovane atleta non riuscirà a vivere il sogno delle Olimpiadi di Londra. Dopo aver intrapreso un viaggio di 8000 km da Mogadiscio, passando per l’Africa, riesce a salire su uno di quei barconi che per centinaia, migliaia di persone rappresentano la libertà. Lei avrebbe dovuto iniziare i suoi veri allenamenti e partecipare alle Olimpiadi. Questo non accadrà mai. Tra le migliaia di profughi morti in mare in cerca di condizioni migliori per coltivare i propri sogni c’è anche Samia.
La sua storia è un esempio di determinazione. Lei è consapevole della propria condizione. Condizione che condivide con tutte le altre donne somale e per cui cerca riscatto grazie alla corsa, non solo uno sport ma un modo di esprimere la propria libertà.
