Marie era una ragazza curiosa.
La sua non era una curiosità da bambina, di quelle che vanno e vengono senza un vero e vivo interesse: no, Marie era curiosa perché voleva comprendere l’essenza delle cose, renderle note agli altri e divenire parte di quel progresso che all’inizio del nuovo secolo già faceva segno d’esser sempre più prorompente.

Varsavia, 7 novembre 1867: Maria Skłodowska nasce in una famiglia appartenente alla piccola nobiltà terriera, decaduta in seguito all’insurrezione del popolo, nei primi anni ’60, contro il dominio russo. Neanche nata, la piccola deve già far fronte a una serie di pregiudizi e difficoltà in una società in cui le donne – e in particolare quelle di bassa estrazione sociale – avevano una sola possibilità nella vita, e cioè quella di rimanere per sempre all’ombra di un uomo, marito o padre che fosse.

Giovane Maria Skłodowska all’età di sedici anni: all’epoca aveva da poco terminato i suoi primi studi

Ma il destino ha qualcosa in serbo per quella bambina dai modi austeri e severi: Maria non è solo una ragazza curiosa, ma è anche estremamente intelligente, dotata di un senso di ragionamento ed intuizione tale da farla risaltare ben presto in molti ambiti della conoscenza. Non è come i suoi coetanei: ai giochi e le bambinate preferisce rimanere assorta nelle sue letture, che, per concentrarsi al meglio, consulta con i pollici sulle orecchie, alienandosi completamente da ciò che la circonda. Completa i suoi studi a soli quindici anni e con il massimo dei voti, ricevendo una medaglia d’oro per essersi distinta come la migliore degli studenti.

La vita di Maria si trova ad un bivio: da una ragazza dalle poche possibilità economiche e che non può ambire ad alcun patrimonio ereditario ci si aspetterebbe sicuramente il matrimonio come unico, decoroso mezzo di sostentamento; eppure ella è a conoscenza delle sue possibilità e ha già ben chiaro cosa vuole farne della propria vita. In Polonia non è concesso alle donne di continuare i loro studi: vengono precluse sin da subito tutte possibili vie di emancipazione femminile: la donna deve rimanere in casa e devolversi completamente alla cura di questa e della sua famiglia.

La frustrazione e il rancore della giovane Curie sono smorzati solo dalla frequentazione presso la cosiddetta “Università Volante”, un circolo ribelle di patrioti contro il regime straniero che permetteva la partecipazione anche alle cittadine polacche e veniva chiamata tale in quanto mancava di una sede fissa ma era in continuo movimento per sfuggire ai frequenti rastrellamenti russi.

Marie (al centro) con altre studentesse della Sorbona

 Ciò però non risolve il dilemma di Maria, la cui fame di conoscenza è ormai inarrestabile.

Non vi è altra scelta: se quello in cui vive è un paese che non permette alle donne di accedere alle università, allora Marie deve lasciare la Polonia. Per farlo però ha bisogno di soldi e troverà lavoro come governante e istitutrice privata presso una dimora gentilesca nelle periferie di Varsavia; qui passerà ben tre anni della sua vita, da lei definiti come “l’esilio”.

È il 1891 quando Maria riuscirà finalmente a partire alla volta di Parigi, lasciandosi alle spalle la sua, per quanto ingiusta, amata patria. Maria entra alla Sorbona come una donna nuova: si fa chiamare Marie, alla francese, e – nonostante il suo aspetto perennemente impeccabile – si può percepire anche sotto quell’ostentata compostezza la soddisfazione di una donna conscia di aver finalmente raggiunto la sua tanto bramata libertà.

Si immatricola nel corso di chimica – e in seguito in quelli di fisica e matematica – e da subito prova un vivo interesse per metalli, magneti e tutte quelle sostanze che un po’ per complessità un po’ per muto timore, erano solite essere tralasciate dai suoi colleghi. Basandosi su studi recenti condotti da Henri Becquerel sulla fluorescenza, analizza le proprietà dei sali di uranio; li brucia, li fonde e li filtra, per poi restare alzata tutta la notte a guardarli: è affascinata dal comportamento di quegli elementi, attratta dalla sinistra radiazione blu che emanano.

I coniugi Curie all’opera nel loro laboratorio; passarono gran parte della loro vita a stretto contatto con sostanze altamente radioattive pur di arrivare alle grandi scoperte che valsero loro un premio Nobel (due per Marie)

Durante questi anni incontra Pierre Curie, un fisico francese pioniere della branca del magnetismo, che riconosce sin da subito nelle sue ricerche le potenzialità di una scoperta epocale. I due proseguono insieme gli studi, costretti in un modesto capannone di pochi metri e con scarsa ventilazione, maneggiando giorno e notte sostanze altamente tossiche. Nonostante la reciproca stima, tra i due non vi fu mai vero amore, ma fu solo lo sconfinato interesse per la scoperta che li unì infine in matrimonio, da cui nacquero poi le due figlie Eve e Irène.

Le ricerche proseguono e Marie è cosciente di stare a un passo dalla verità; analizzando le proprietà atomiche dell’uranio comprende che questo emette delle radiazioni: la Curie aveva appena scoperto la radioattività, il fenomeno per cui alcuni nuclei instabili si trasformano spontaneamente in altri, emettendo particelle, e che è oggi alla base della fisica moderna.

Eppure qualcosa non quadra: perché alcune sostanze che contengono uranio sono più radioattive dell’uranio stesso? I due coniugi trovano la risposta studiando il minerale grezzo della pechblenda, più comunemente noto come uraninite, che li porta alla scoperta dell’oggi ben noto elemento chimico che porta il nome del paese d’origine di colei che lo scoprì: il polonio.

Marie, Pierre e lo stesso Becquerel furono insigniti del Premio Nobel per la Fisica nel 1903. Marie fu la prima donna ad ottenere tale riconoscimento. Non lo andò neanche a ritirare, in quanto affermò di essere troppo impegnata con i suoi esperimenti. La Curie era ormai parte della storia. Avrebbe potuto brevettare le sue ricerche, ritirarsi e godersi i frutti delle sue scoperte: la radiologia si era ormai ampiamente diffusa in ambito medico e Marie, la donna più importante del momento, avrebbe potuto godersi la meritata gloria. Ma Marie non aveva mai cercato al successo, figurarsi la fama, tantoché il suo collega, nonché amico, Albert Einstein la ricordò sempre come l’unica fra tutte le persone celebri a non essere mai stata corrotta dalla popolarità.

Marie Curie ed Albert Einstein, 1929

Nel 1906, quando Madame Curie è nel pieno delle sue ricerche sulle proprietà del radio, viene investita dalla notizia della morte improvvisa di Pierre, tragicamente deceduto dopo esser stato travolto da una carrozza. Maria sa di dover continuare gli studi anche in memoria del defunto marito e coronare il loro sogno dopo anni di sacrifici e lavoro. Le viene offerta la cattedra di Pierre all’ateneo della sorbona e ancora una volta la vita di questa formidabile scienziata viene segnata da un felice primato: è la prima donna a ricevere questo incarico.

È il 1919 e Marie Curie viene nuovamente insignita del Premio Nobel, questa volta per la Chimica, inseguito agli straordinari risvolti dei suoi studi sull’isolamento e l’analisi delle componenti del radio. Ancora oggi sono solo in cinque i pensatori e studiosi dell’ultimo millennio ad aver ricevuto questa onorificenza per ben due volte.

La vita di Marie prometteva solo successi eppure un’ombra sinistra e raccapricciante si allungava dietro quei metalli lucenti e le irradiazioni bluastre: Marie morì che non aveva neanche 70 anni, colpita da un’anemia plastica degenerativa, intossicata dalle stesse sostanze che tanto l’affascinavano.

Fu seppellita a Parigi, la città della sua rinascita, in una bara rivestita di piombo, gli appunti e i quaderni conservati in delle celle apposite, affinché non si diffondessero le radiazioni di cui erano ancora impregnati.

Marie era una ragazza curiosa e non solo: è stata la donna che ha rivoluzionato per sempre il nostro modo di concepire la fisica e la chimica.

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