Cosa accadde davvero il 16 di marzo del 1978 in Via Mario Fani e qual è la verità sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e degli uomini della scorta? A occuparsi del caso è stato il giornalista e scrittore Paolo Cucchiarelli, che ha raccolto prove da fonti più che attendibili, ad esempio foto scattate dalla polizia scientifica oppure documenti ufficiali. Il risultato delle sue indagini è confluito nei due volumi La morte di un presidente e L’ultima notte di Aldo Moro. L’autore ha tenuto una conferenza lo scorso 12 dicembre (un altro giorno emblematico per la nostra Repubblica) alla Biblioteca comunale “Peppino Impastato” di Ladispoli.

Durante l’incontro Cucchiarelli ha illustrato uno degli episodi più significativi della politica italiana post fascismo, tuttavia ancora pieno di punti interrogativi. Ma prima di affrontare la questione, è doveroso fare una premessa. Chi era Aldo Moro? Aldo Romeo Luigi Moro nacque a Maglie il 23 settembre del 1916. Fu tra i padri fondatori della Democrazia Cristiana, di cui divenne segretario dal 1959 al 1964 e presidente nel 1976. Inoltre fu professore di diritto all’università “La Sapienza” di Roma. Moro aveva ideato un progetto politico ben definito che prese il nome di “compromesso storico”. In un momento in cui l’Italia era lacerata da continui scontri tra gruppi estremisti di estrema destra e sinistra, Moro cercò di creare un governo di larghe intese che comprendesse anche il Partito Comunista Italiano, il quale stava sempre più prendendo potere nella politica italiana, specialmente con Berlinguer al comando, arrivando ad avere 220 esponenti in Parlamento. Questo tipo di governo, però, non era gradito a una delle due più grandi potenze del momento, gli Stati Uniti d’America. Gli USA non volevano che i comunisti entrassero al potere in un paese della NATO, con il rischio che informazioni riservate, specialmente in piena Guerra Fredda, finissero in mano ai sovietici.

E torniamo al caso Moro. Il 16 marzo del 1978 Aldo Moro viene rapito in via Fani dopo un’imboscata ad opera delle Brigate Rosse, in cui morirono 5 agenti della scorta del presidente. Riguardo l’attentato ci sono diverse ricostruzioni: secondo quella ufficiale, i brigatisti hanno sparato da destra, mentre secondo le testimonianze degli stessi brigatisti, questi ultimi avrebbero sparato da sinistra. Ma quindi dove sta la verità? Questa questione è stata affrontata molto bene da Paolo Cucchiarelli, il quale, tramite fonti accertate, ci ha illustrato come in realtà i membri delle BR abbiano sparato sia da destra che da sinistra. Ciò, tuttavia, non è casuale: infatti coloro che si trovavano alla sinistra delle macchine di Moro e della sua scorta avevano un ruolo di copertura, come se servisse creare confusione. Chi aveva il reale compito di uccidere erano quelli a destra. È stato appurato che i brigatisti che si trovavano sul lato di destra si fossero nascosti dietro un muretto coperto da una siepe: questo faceva sì che l’attenzione venisse spostata verso chi sparava da sinistra, per permettere a quelli a destra di poter uccidere i membri della scorta del presidente. Inoltre i brigatisti avevano previsto che il passeggero accanto al guidatore, una volta dopo aver capito cosa stesse accadendo, sarebbe dovuto scendere dall’auto e avrebbe usato quest’ultima come scudo per ripararsi dai proiettili nemici. Ciò permise agli sparatori di destra di uccidere tutti, nessuno escluso. Nell’agguato furono uccisi gli agenti Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

Anche la scena post attentato è stata programmata dai brigatisti in ogni particolare: dopo aver ucciso gli uomini della scorta, rimisero i corpi nei sedili. Questo fatto è comprovato dalle macchie di sangue trovate sul volante e nel resto delle macchine. Quindi, dopo aver narcotizzato Moro, i brigatisti lo portarono in un appartamento in via Camillo Montalcini 8. La prigione di Aldo Moro era nascosta dietro un muro che copriva un’intercapedine larga poco più di un metro e lunga quattro. In questa piccolissima camera il presidente visse per 55 giorni, in cui mantenne dei contatti con il mondo esterno: infatti scrisse delle lettere ai parenti e personaggi dello Stato. I brigatisti, tramite foto, diedero prove che Moro fosse ancora vivo. Viene avanzata inoltre l’ipotesi che il presidente sia stato portato nella zona di Palo, a Ladispoli, a Santa Marinella e, poco prima del suo assassinio, a Fregene, come dimostrano i granelli di sale sulla sua giacca.
Ma cosa succede al di fuori di quella piccola stanza durante i 55 giorni di sequestro? Alle 10,10 del 16 marzo l’ANSA batte la notizia del rapimento di Moro e della strage della sua scorta. I giornali escono con l’edizione straordinaria. Dopo la notizia del rapimento, manifestazioni e scioperi coinvolgono i cittadini in tutto il territorio nazionale. Dagli studenti agli operai, l’Italia si ferma e grida contro il terrorismo. Successivamente, alle 10,45 il ministro degli Interni Francesco Cossiga istituisce un comitato per la gestione della crisi, e un’ora e mezza più tardi le schede segnaletiche di 16 presunti sequestratori vengono rese pubbliche. Il 22 marzo in edicola i giornali trattano soltanto l’introduzione delle nuove leggi di emergenza. Alcuni giornali non vanno per il sottile, ma il governo e in particolar modo il partito di maggioranza, la DC, evitano ogni iniziativa che blocchi la libertà di stampa. I quattro giorni a seguire sono giorni di stallo: le indagini sono a un punto morto, mentre esponenti politici e partiti accendono i toni con i loro comunicati stampa. Il 30 marzo le BR annunciano una lettera firmata da Aldo Moro e rivolta a Francesco Cossiga.

Nella lettera Moro invita il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica a “riflettere opportunamente sul da farsi per evitare guai peggiori”. Lo Stato, però, ha una posizione irremovibile: non si stratta con i terroristi delle BR. Su tutti i giornali la notizia fa scalpore. Tra le notizie, anche l’appello di papa Paolo VI, che si rivolge ai brigatisti supplicandoli di liberare il presidente. Intano il 5 aprile, in una seconda lettera firmata da Aldo Moro si legge: “Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n’è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi”. Nulla da fare, il mondo della politica rimane fermo sulla sua posizione. Il premier Andreotti dichiara alla Camera che “Non si può patteggiare con gente che ha le mani grondanti di sangue”. Anche il partito del presidente Moro, la Democrazia Cristiana, rimane fermo nelle proprie decisioni. In questo preciso momento tutti capiscono che la situazione è critica. Un presunto comunicato delle BR annuncia che il corpo di Moro sia stato affondato nel Lago della Duchessa, ma le ricerche non danno risultati. L’immobilismo dei partiti continua e molti accusano la Democrazia Cristiana di non avere la volontà liberare il presidente. L’ultimo comunicato delle BR viene diramato il 6 maggio e recita così: “Concludiamo la battaglia eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato”. Nessuno parla. I giornali rimangono zitti e si attende solo la prossima mossa delle Brigate Rosse. Nel frattempo Moro è ben consapevole che oramai è giunta la sua ora e gli rimangono poche ore. È Il 9 maggio del 1978. Aldo Moro viene fatto alzare dal letto intorno alle 06:00 con la scusa di essere trasferito in un altro nascondiglio. Tra le ore 09:00 e le 10:00, il presidente viene fatto entrare in un cesto di vimini e viene portato nel garage della palazzina dove si trovava l’appartamento-prigione. Nel garage Aldo Moro viene fatto uscire dalla cesta e fatto entrare nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. Una volta dentro il bagagliaio, il presidente viene coperto con una coperta rossa, dopodiché viene freddato con dei colpi a distanza ravvicinata. La Renault rossa viene portata parcheggiata in via Caetani. Alle 12:30 i brigatisti telefonano al professor Francesco Tritto, assistente di Aldo Moro, per comunicare il luogo dove è parcheggiata l’auto con il corpo del defunto Aldo Moro.

Anche riguardo l’uccisione di Aldo Moro ci sono varie teorie controverse: è vero che il corpo è stato trovato nel bagagliaio della Renault, ma il presidente com’è morto? A questa domanda Paolo Cucchiarelli ha risposto alla perfezione. Moro non è stato ucciso nel bagagliaio ma nei sedili posteriori della macchina. Quel tipo di automobile non aveva spazio tra il sedile del conducente e quello del passeggero. Quindi chi ha sparato, ovviamente colui che si trovava alla destra del guidatore, deve aver poggiato la pistola sul tessuto di pelle del sedile. Moro non rimase impassibile. Egli provò a parare il colpo mettendo le mani avanti, probabilmente come gesto istintivo, come ci dicono anche le macchie di sangue sparse nei sedili posteriori dell’auto. Inoltre le ferite sul corpo sono in punti irraggiungibili sparando dai sedili davanti, tenendo conto che il presidente, una volta messo nel cofano, era rivolto verso l’apertura del bagagliaio.
Dopo oltre quaranta anni, molte questioni sul caso Moro sono ancora sconosciute. I brigatisti furono consegnati alla giustizia. Non potremo mai sapere se l’idea politica di Moro avrebbe potuto risanare un’Italia distrutta da conflitti interni ma, dando un’occhiata a tutto ciò che successe dopo Aldo Moro, magari un’idea ce la possiamo fare.
