Gli sbarchi degli stranieri in Italia vengono presentati come un’emergenza, ma nessuno si occupa e si preoccupa della fuga dei giovani italiani verso l’estero. È un fenomeno diverso dall’emigrazione italiana del primo Novecento, o degli anni del dopoguerra, ma quello che coinvolge le nuove generazioni mostra cifre altrettanto importanti e in costante aumento.
Le nuove generazioni considerano l’Italia un Paese senza prospettive e tutela nel mondo del lavoro. Molti giovani emigrano all’estero per poter svolgere un lavoro adeguato alla loro professione, che permetta loro di vivere dignitosamente, con un salario giusto come previsto dal contratto firmato inizialmente. In Italia spesso le regole contrattuali non vengono rispettate e c’è precarietà lavorativa in tutti i settori. A un giovane che emigra all’estero, e viene registrato dalle statistiche, ne corrispondono in realtà tre di cui non c’è traccia “ufficiale”. Secondo quanto riportato dall’Istat, tra il 2011 e il 2021, gli italiani tra i 20 e i 34 anni a emigrare all’estero sono stati 377 mila, cifra che moltiplicata per tre arriva a 1,3 milioni.

A rendere l’Italia un Paese poco ambito dalle nuove generazioni ci sono diversi fattori. Primo tra tutti la differenza culturale: all’estero i giovani vengono responsabilizzati, ascoltati e se meritevoli innalzati ai più alti gradi di un’azienda, a prescindere dall’età e dal titolo di studio. In Italia, prima di arrivare a qualunque posizione bisogna essere vecchi, mentre il trattamento riservato ai giovani è di vero e proprio sfruttamento. È chiaro che non è un luogo ospitale per le nuove generazioni.
Gli stessi svantaggi che invogliano i giovani italiani a cercare altrove migliori opportunità, scoraggiano quelli di altri Paesi europei a venire in Italia. E così le nuove generazioni prediligono altre mete. In Italia uno studente laureato con ottimi voti all’università fatica a trovare lavoro. Se riesce a farlo gli stipendi sono minimi e comunque non sufficienti per permettersi un appartamento vicino al luogo dove si lavora o si studia.

Le mansioni sono poco appaganti ed è sempre più diffuso il fenomeno del “brain waste”, per cui lavoratori altamente qualificati svolgono impieghi che non richiedono le competenze che hanno sviluppato e acquisito durante il loro percorso formativo. Le menti più brillanti, dunque, lasciano il nostro Paese. È la cosiddetta “fuga di cervelli”, e lo Stato non agisce per evitare che questo accada. L’espatrio di professionisti e ricercatori rappresenta la perdita di risorse umane di alto valore per la nazione.
Vediamo qualche causa: il nostro Paese investe ancora troppo poco nell’istruzione, in particolare in quella universitaria: ogni anno, solo una percentuale attorno al 4% del Pil viene spesa in questo settore. Siamo ancora sotto la media dell’Unione europea (5% del PIL), e ciò non permette di mettere in atto quei miglioramenti e quelle riforme di cui il nostro sistema d’istruzione e formazione necessita assolutamente. La conseguenza è che l’università italiana mostra spesso la sua scarsa capacità di fornire strumenti d’innovazione agli studenti. È un sistema incentrato sul nozionismo, che fatica ad adeguarsi alle realtà tecnico-scientifiche, oltre che lavorative. È come se ci fosse una contraddizione tra il mondo della scuola superiore di secondo grado, che cerca di “professionalizzare” i suoi studenti tramite i percorsi PCTO, e un mondo universitario profondamente attaccato alle sue tradizioni. Di fronte a una realtà così frustrante, è naturale che sorga la necessità di evadere verso altri Paesi che forniscono opportunità più entusiasmanti e maggiori certezze per il futuro.

La giornalista ha affrontato con chiarezza questo grave problema per i nostri giovani. Purtroppo non c’è nessuna intenzione da chi dovrebbe evitare l’emigrazione di questi giovani brillanti e volenterosi, risolvere questa situazione. Brava Vittoria Carazzi speriamo che tanti giovani come te riescano a far arrivare le vostre richieste a chi ancora fa orecchie da mercante.
Salve Vittoria, io che lavoro in una amministrazione pubblica e lavoro a contatto con gli universitari italiani perché li ospito come tirocinanti vedo luce in fondo al tunnel. Credo che il nostro paese abbia imboccato la strada giusta per riuscire nel difficile compito di avvicinare i ragazzi al lavoro vincendo il sotto inquadramento. Questo anche grazie alla mentalità che sta cambiando e ad una maggiore coscienza da parte dei ragazzi stessi. Sono ottimista. Complimenti per il tuo lavoro. Chiara
Bravissima Vittoria,un argomento forte e di difficile soluzione trattato con lucidità e chiarezza.
Speriamo che qualcosa,cambi nei prossimi anni,pure se la,strada mi appare faticosa ed e’ un peccato perche’di giovani italiani pieni di professionalità e creativita’ ce ne sono,per fortuna lavorando a scuola sappiamo che pochi ma ottimi non mancano!!!!