I conflitti nel mondo sono 170. Lo rivelano le statistiche della UCPD (Uppsala Conflict Data Program). Le guerre “ad alta intensità” sono 23, secondo la Caritas. Dunque nulla è cambiato dal 1948, anno in cui 192 Paesi hanno firmato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, affinché quel sistema malato, che abbracciava la violenza e la prevaricazione del più forte sui più deboli, potesse finalmente mutare. Sono stati versati fiumi d’inchiostro, mari di belle parole (al vento) e consumate foreste intere di carta stampata, perché gli orrori indicibili della Seconda guerra mondiale non si ripetessero mai più.
Eppure ancora oggi, nonostante crediamo di essere evoluti e viviamo nel lusso di una società certamente migliore di quelle antecedenti, si parla di violazione dei diritti umani. Queste situazioni non sono certamente di nicchia: anzi coinvolgono milioni di persone, donne, bambini e civili, bombardati, come succede nella Striscia di Gaza ad esempio, e uccisi senza pietà.
Ci si chiede allora, in un mondo dove la violenza bussa alle porte di tutti, se effettivamente esista un modo per fuggire questo sistema e vivere in una Terra dove regni sovrana la pace. Ma alla fine, la pace cos’è? Ci si interroga ancora oggi su questo quesito mastodontico, su questo traguardo osannato e reclamato, talvolta così distante e irraggiungibile. Ne abbiamo parlato con il professor Francesco Strinasacchi, insegnante di Religione al Liceo Sandro Pertini, e la professoressa Tina Coppola, docente della nostra scuola e attivista di Amnesty International. 

Cos’è per lei la pace?

Professor Strinasacchi: per me la pace è una condizione di equilibrio, giustizia e armonia, che può essere interna alla persona, ad un gruppo di persone, di nazioni o di tutta l’umanità. È una condizione preziosa, che permette una vita dignitosa e serena. Pace è guardare l’altro e vedere un “fratello”, non un nemico o un concorrente da eliminare. Pace è convivenza possibile per tutti, grandi e piccoli ed è quindi possibilità di futuro. La pace è legata per me alla giustizia, non c’è pace senza giustizia. 

Professoressa Coppola:  direi che la pace è la premessa  essenziale per la realizzazione dei diritti umani: infatti i diritti umani sono per definizione universali e indivisibili e devono essere realizzati tutti insieme per ogni individuo; pertanto non mi pare possibile immaginare la piena applicazione della Dichiarazione Universale del 1948 in un contesto di guerra. Soltanto con il riconoscimento di tutti i diritti, dei bisogni e delle libertà indispensabili alla propria realizzazione, una persona può vivere con dignità in quanto essere umano – è principio fondante di una democrazia. Quindi, in contesti di “non pace”, credo sia impossibile realizzare la pienezza dei diritti necessaria alla dignità umana. Con questa premessa, si può affermare che un attivista dei diritti umani sia un promotore di pace.  

È quindi un attivista un pacifista?

Professoressa Coppola: Non necessariamente. Nel senso che si può essere attivisti dei diritti umani e pacifisti oppure si può essere attivisti dei diritti umani e non pacifisti. La premessa fondamentale è stabilire quando sia necessario l’uso della forza.

“Please No More War- LOVE” ( Per favore no più guerra, AMORE) è un graffito rinvenuto in Francia, durante il 72esimo anniversario del D-Day, il giorno 6 giugno 2016, realizzato da Vincent Brillant e Hum Bub. 

A questo punto allora è necessario chiedere: pace significa sempre “non violenza” o talvolta la violenza è necessaria per raggiungere la pace?

Professor Strinasacchi: nella quasi totalità dei casi “pace” significa non violenza, ovvero quando ci si trova in stati democratici, dove c’è possibilità di parola e di azione, dove le persone possono cambiare attivamente le cose attraverso le scelte politiche, come cittadini attivi, gruppi e associazioni che modificano leggi o situazioni ingiuste. Ci sono, purtroppo, casi in cui davanti a dittatori, invasori, situazioni in cui sono venuti meno la condizione di confronto e la possibilità di creare un cambiamento, resta solo l’uso delle armi. Questo è “il caso estremo”, ci si arriva probabilmente perché prima sono venute meno una coscienza e una lotta che hanno impedito il radicarsi di ingiustizie e totalitarismi. Per tutto questo dico che la pace è legata alla giustizia. 

Professoressa Coppola: ricordo la crisi del Ruanda e il genocidio dei Tutsi: una fetta della popolazione subiva violenze giustificate solo da odio razziale, in cento giorni morì un milione di persone, uccise soprattutto con machete, asce, lance, mazze. In un contesto del genere l’uso della forza è giustificato? Certo. Per cui, se mi avessi fatto la stessa domanda qualche anno fa, ti avrei risposto che no, non sono una pacifista, non in senso assoluto e indiscriminato. Con il passare degli anni, però, sono entrata molto in crisi su questo punto. Nel senso che capisco quanto in certe situazioni estreme l’uso della forza sia purtroppo l’unico mezzo per evitare terribili violazioni dei diritti umani; ma al tempo stesso osservo con orrore il ripetuto ricorso alla guerra ‘preventiva’ o ‘punitiva’ in un sistema di relazioni internazionali che non perseguono mai pace e giustizia. Vedo come negli ultimi anni i conflitti si sviluppino con un feroce accanimento nei confronti della popolazione civile, senza il rispetto del diritto internazionale di guerra; per cui ho sviluppato una sorta di istintiva diffidenza anche nei confronti di chi propone interventi armati in difesa dei diritti umani. Ho assistito alla prima e alla seconda guerra del Golfo, alla più recente guerra in Siria e mi sono posta una serie di interrogativi brutali su questi conflitti, presentati come guerre ‘necessarie’ a difesa delle popolazioni civili e poi rivelatisi ben altro. Nutro una profonda diffidenza nei confronti di chiunque dichiari di portare la guerra per ottenere la pace. Pertanto a oggi non ho una risposta a questa domanda. Forse sono pacifista… perché mi repelle l’uso della forza in ogni sua forma. Certo non possiamo pensare la relazione tra i popoli e tra i Paesi contemplando il ricorso alla forza come una possibilità permanente: se non possiamo essere pacifisti, abbiamo comunque il dovere di progettare e fare politica da pacifisti. Se davvero le democrazie occidentali, che amano presentarsi come tutrici della pace, facessero politiche di pace, ci sarebbe bisogno di ricorrere alla forza? Tutte le guerre che oggi dilaniano l’umanità non si sarebbero potute evitare? Abbiamo davvero fatto tutto il possibile per evitare i conflitti e le vittime? Evidentemente no.

Il Professor Francesco Strinasacchi

Pace nel mondo: utopia o obbiettivo raggiungibile?

Professor Strinasacchi: per quel che viviamo e vediamo oggi intorno a noi sembrerebbe proprio utopia. Purtroppo dalla pandemia in poi abbiamo imparato che “tutto è possibile” nel male, non per il bene e per la pace. Oggi siamo sicuramente al punto più basso di fiducia e fede per un mondo pacificato. Le discriminazioni continuano a crescere come anche l’egoismo nelle persone, la povertà, le ingiustizie e le divisioni. Dopo la pandemia ero convinto che saremmo stati più solidali, perché avevamo sperimentato “la necessità dell’altro”. Mi sono sbagliato. Appena è stato possibile si è scelto di tornare ad occuparsi di sé stessi e basta. Il 10 Dicembre 2023 è stata fatta una marcia per la pace in Palestina ad Assisi, c’era pochissima gente. Perché? In altri tempi sarei e saremmo scesi tutti a camminare insieme, oggi siamo stanchi. Siamo stanchi di provare a cambiare qualcosa e vedere che subito, se si tappa un forellino da una parte del mondo (perché si risolve un qualcosa), allora si apre una voragine dall’altra. Detto questo dico anche che la pace deve rimanere un obbiettivo e continuamente dobbiamo ricordarcene. Servono più che mai costruttori di una pace giusta. Papa Francesco, nella 57esima giornata mondiale per la pace, ha evidenziato come un binomio nuovo che si è affacciato è quello fra pace e Intelligenza artificiale. Questa nuova realtà porta con sé grandi promesse di novità e stravolgimenti, ma anche nuove possibilità di divari sociali tra chi potrà usufruire del IA e persone o Paesi che invece saranno esclusi. 

Professoressa Coppola: la pace è un’utopia necessaria. Credo, con Tucidide, che in politica a regolare la relazione tra individui e Stati sia la legge del più forte, che la sopraffazione del più debole sia la regola. Ma credo anche che ognuno di noi possa rendersi consapevole di tali dinamiche e operare per la pace, attivarsi. La missione, l’utopia di Amnesty International è diventare inutile, chiudere i battenti di ogni sezione nazionale e di ogni gruppo locale perché i diritti della DUDU sono alla fine tutti pienamente realizzati; l’alternativa è accettare le violazioni e lamentare l’inevitabilità delle stesse. “Meglio accendere una candela che maledire il buio”. E poi, di fronte a più di 20mila palestinesi uccisi nella striscia di Gaza, cosa vuoi fare? Non vuoi chiedere il cessate il fuoco? Magari non cambierà nulla, ma io lo chiedo e lo chiedo e lo chiedo. Forse è un mero strumento per rasserenare la coscienza; forse è uno strumento di elezione per tutelare la dignità personale.

Ma siamo allora più vicini di ieri ad un mondo in cui domina la pace? 

Professor Strinasacchi: a questa domanda mi sento di dire “purtroppo no”. E’ vero che il male fa sempre più rumore del bene e che sono tante le persone che lavorano per costruire ponti di pace. Purtroppo, però, in questi anni si è sdoganata la violenza come “soluzione” ai problemi. La violenza che all’inizio era verbale, nei talk show, poi è arrivata sui social, una violenza frutto di una rabbia sotterranea che emerge sempre di più e si sfoga verso il diverso, il più debole e lo straniero. Questa rabbia, cavalcata da persone incapaci di dare vere soluzioni, ha diffuso sospetto e paura, grazie a cui è facile creare nemici e poi guerre in ogni dove. Se guardo invece alle numerose associazioni che lavorano continuamente per il rispetto dei diritti umani, allora vedo speranza e un traguardo di pace per la nostra società. 

Professoressa Coppola: se guardiamo i progressi degli ultimi 500 anni, allora sì, c’è un po’ di speranza: diritto internazionale, organizzazioni di Stati, organizzazioni non governative. Noi qui oggi siamo seduti nell’atrio di una scuola a parlare di pace; tu scriverai un articolo su Res Novae che si interroga sulla pace e qualcuno poi lo leggerà. Ragioneremo e condivideremo idee, ci sentiremo in qualche modo meno soli. Perché non immaginare che domani saremo il doppio? Perché non attivarci per far sentire il nostro bisogno di giustizia e pacifica convivenza? Lasciamoci questo spiraglio di speranza. Il ruolo del giovane è fondamentale. Il grado di consapevolezza che voi ragazzi avete di certe dinamiche è quello che può fare la differenza: solo chi è consapevole fa scelte libere. Forse i giovani oggi hanno poca consapevolezza politica – non parlo di schieramenti partitici, parlo di senso dell’agire collettivo, di etica. La superficialità è comoda, la consapevolezza fa male, ma è la quantità di male che devi accettare per essere libero. 

Dopo questa intervista si può concludere che, come riconosce l’Articolo 28 della Dichiarazione Universale dei diritti umani, abbiamo tutti bisogno di pace. È un diritto per il quale bisogna lottare, magari senza le armi, perché un mondo senza pace è un mondo di odio, di sopraffazione e sangue. Oggi l’informazione, anche se talvolta oscurata e filtrata dalla censura, è alla portata di tutti. Non si può non sapere e, quando si sa, si può agire, si può abbattere quel sistema sbagliato e disumano che abbraccia la violenza e incita l’odio, il sangue e la morte. Si può dire no, e ognuno di noi dovrebbe essere in grado di urlarlo a gran voce. No, questo mondo non è oro splendente, come ci vogliono far credere. No, non è giusto che 20mila palestinesi siano stati uccisi sulla striscia di Gaza. No, questo non è il mondo nel quale voglio vivere. No. 

Un pensiero su ““Cos’è la pace?”: analisi in due interviste”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *