Articolo di Giulia Mauriello e Dea Ciancamerla
Da Il Codice di Perelà:
“Pena! Rete! Lama! Pe… Re… La…
[…]
-Voi che cosa siete signore?
-Io sono… io sono… molto leggero, io sono un uomo molto leggero”
Il romanzo di Aldo Palazzeschi Il Codice di Perelà si inquadra all’interno del movimento Futurista, che nacque ufficialmente nel 1909 con il “Manifesto del Futurismo” dell’intellettuale italiano Filippo Tommaso Marinetti, pubblicato sulla rivista francese Le Figaro.
Palazzeschi entrò in contatto con Marinetti e quest’ultimo nel 1909 gli inviò una lettera in cui, parlando della sua raccolta Poemi, affermava : “Vi è – nel vostro volume – come già nei Cavalli Bianchi, un odio formidabile per tutti i sentieri battuti e uno sforzo, talvolta riuscitissimo, per rivelare in un modo assolutamente nuovo un’anima indubbiamente nuova”.

Il Futurismo propone una rottura rispetto al passato, in quanto vuole distruggere e dissacrare tutto ciò che è tradizione e classicità. I Futuristi osannano la modernità, tra velocità e movimento, esaltano il dinamismo. E cosa c’è di più dirompente e dinamico di un omino di fumo?
Perelà è una nuvola di fumo, sfuggente e mutevole, che ha bisogno dei suoi stivali per rimanere ancorato alla terra. Lui non ha peso, e già il suo nome è tutto una follia.
Deriva infatti dai nomi di “tre vecchie” (Pena, Rete e Lama) “che alternativamente leggevano e alternativamente parlavano ai piedi di un camino“, quello stesso camino in cui Perelà ha vissuto per trentatré anni e dove ha forgiato la sua mente e la sua coscienza grazie a quelle letture.

Quando finalmente esce dal camino per conoscere il mondo per la prima volta, i sentimenti buoni e gli ideali con cui le vecchie lo avevano inconsapevolmente educato si scontrano con la realtà concreta di una società legata solo alla merce, al denaro e all’interesse.
In un primo momento Perelà desta l’ammirazione e la curiosità di tutti gli abitanti di un regno immaginario, grazie al suo modo di agire, di parlare e di ripetere molto leggero.
Egli compie un viaggio in cui esplora luoghi e incontra persone, e attraverso questo viaggio non solo conosce il mondo, ma viene da questo conosciuto, nella sua singolarità e nel suo essere anticonvenzionale.
I personaggi che ci presenta Palazzeschi sono numerosi e tutti dotati di un pizzico di follia: le dame di corte, che raccontano le loro stravaganti esperienze amorose; la regina malinconica, che aspetta la fine del suo regno come si aspetta la fine di una partita di carte; Iba, l’ubriacone della città, che diventò re per un giorno perché misteriosamente in possesso di grandi ricchezze; il principe Zarlino, “il pazzo volontario“, che ama essere rinchiuso nel manicomio per poter fare tutto ciò che vuole senza essere giudicato matto, perché già lo è.
Ognuno di loro rappresenta un risvolto di una società bigotta e conservatrice, piena di stranezze che non è capace di accettare, che si nasconde così dietro le apparenze. Il parossismo della vicenda si raggiunge con il personaggio di Alloro, servitore del re, che si dà fuoco nel tentativo di diventare fumoso e leggero come Perelà, uccidendosi.

Da questo momento la situazione si stravolge, Perelà viene ritenuto colpevole di questa tragica morte e viene stigmatizzato come male assoluto, “l’ombra del diavolo“.
Le stesse strade che prima aveva percorso in carrozza, accompagnato dall’esultanza della folla, ora diventano luogo di scherno per quella creatura inconsistente che tutti portavano su un piatto d’argento e di cui ora tutti vogliono sbarazzarsi. Lui rimane emarginato, abbandonato in mezzo al popolo, solo, riempito di insulti e di sputi. Tutti coloro che lo hanno amato ora lo disprezzano e lo condannano a morte.
Da Il codice di Perelà:
“Vi lascio queste scarpe, ancora belle e lucide. È quanto io posseggo e che vi posso lasciare. Valevo questo paio di scarpe che vi lascio. Eccole. Mi chiamaste coi nomi più lusinghieri, mi strisciaste i vostri inchini più riverenti, mi adoraste come una reliquia o come un santo sopra all’altare. Poi vi siete accorti che non valevo un gran che e mi avete disprezzato, calpestato come un rettile immondo, coperto di ingiurie e mi voleste lontano per sempre. Voleste che io vi dettassi un Codice: eccolo, questo solo può essere il Codice di colui che vi piacque di chiamare Perelà, e ve lo lascio. Esso manteneva sulla terra la mia unica virtù”.

Il protagonista del romanzo può essere definito un alter ego dell’autore: per Palazzeschi il poeta è una figura estranea alla società, colui che rivendica la sua diversità nonostante ciò che dicono gli altri, e per la sua diversità viene stigmatizzato e ghettizzato. Il romanzo stesso è un romanzo diverso, che non rispetta la tradizione, presentando un’innovazione anche linguistica. Palazzeschi qui utilizza infatti un linguaggio particolare (basti pensare alla scelta di scrivere tutte le voci del verbo avere senza h), anch’esso espressione del dinamismo, pieno di dialoghi, quasi come fosse una sceneggiatura teatrale, con esclamazioni, pause, domande, ripetizioni. Le voci dei personaggi, da quelli principali alle semplici comparse, si incalzano, si sovrappongono, tanto che a volte il lettore ne è disorientato e non riesce più a capire chi stia parlando, come se si trovasse davvero immerso in una rumoreggiante folla. Si dà voce all’opinione di tutti, ascoltando anche punti di vista contrastanti, e paradossalmente Perelà esprime raramente i suoi pensieri, la sua presenza aleggia in tutto il romanzo ma non si impone mai in maniera forte e rimane impalpabile, leggera. Palazzeschi stesso dichiara che questo romanzo “è la mia favola aerea, il punto più elevato della mia fantasia”.
Perelà era entusiasta di scoprire quello che il mondo aveva in serbo per lui. Le parole dolci delle tre vecchie che lo hanno cresciuto hanno fatto sì che la sua anima fosse fragile, pura, in fondo non adatta a quella società mercificatrice. Perelà non è stato mai veramente compreso da quel popolo che da lui voleva solo un tornaconto. Qualcuno certo, lo ha imitato, altri hanno cercato di difenderlo, ma non è bastato. Lasciando sulla terra i suoi stivali è volato in cielo, scomparendo tra le nubi grigie che macchiavano il tramonto.
Non aveva più senso rimanere lì. E chissà, forse un giorno, guardando il cielo lo vedremo, libero.

