La foto qui sotto è stata scattata il 26 luglio 1943 a Roma. Più precisamente in via del Portico d’Ottavia, nell’ex-ghetto della città. La comunità ebraica sta festeggiando la caduta di Mussolini. 82 giorni dopo avrà luogo il rastrellamento del ghetto in cui centinaia di ebrei furono deportati nei campi di concentramento

La caduta del Duce
È l’estate del 1943. Il territorio italiano è sottoposto a una minaccia diretta da parte degli
Alleati. Il 10 luglio ha avuto inizio lo sbarco in Sicilia mentre, Il 19 luglio centinaia di
bombardieri alleati colpiscono Roma. Da tempo gli uomini politici progettano di far cadere Mussolini e il re non è più dalla sua parte da tempo. Tutti nel paese avvertono ciò che sta per accadere. Nel tardo pomeriggio del 24 luglio, infatti, nella Sala del pappagallo di Palazzo Venezia si riunisce il Gran consiglio del fascismo.

Mussolini apre la seduta con un discorso di 2 ore in sua difesa. Non riesce però nell’impresa di placare i suoi numerosi oppositori. Dopo di lui prendono la parola diversi altri, finché non arriva il turno del presidente della Camera dei fasci Dino Grandi, uno degli uomini più in vista del regime. Quel giorno deve presentare una mozione che ha concordato con il re, in cui esprime la sfiducia nei confronti del duce. La discussione e il voto sulla mozione furono molto divisivi. Nonostante gli sforzi di Mussolini e dei suoi sostenitori per opporsi alla mozione, alla fine il Gran Consiglio votò a favore della mozione proposta da Grandi. Il giorno successivo, il re Vittorio Emanuele III destituì Mussolini e lo fece arrestare dai carabinieri nel cortile di Villa Savoia. Spianando così la strada per la formazione di un nuovo governo guidato dal generale Pietro Badoglio.

 26 luglio 1943 – Prima pagina, La Stampa
Herbert Kappler in una foto segnaletica, dopo la cattura da parte degli Alleati

L’occupazione nazista
Il 3 settembre 1943, l’Italia annunciò ufficialmente la sua resa agli Alleati, firmando un
armistizio. Questo evento provocò una serie di reazioni drammatiche. A partire dall’8
settembre le truppe tedesche invasero l’Italia, compresa Roma. Herbert Kappler,
comandante della Gestapo (la polizia segreta della Germania nazista) a Roma, ricevette un
messaggio da parte di Heinrich Himmler, ministro dell’interno tedesco, in cui questi gli
intimò: “tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dovranno
essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. Il successo dell’impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa”.

Il 26 settembre Kappler incontrò alcuni rappresentanti delle comunità ebraiche locali e nazionali minacciando la loro deportazione. Per evitare che ciò avvenisse avrebbero dovuto consegnargli 50 chilogrammi di oro entro 36 ore. Attraverso l’aiuto della cittadinanza romana l’oro venne consegnato in tempo, ma a questo evento seguirono innumerevoli saccheggi delle principali sinagoghe e biblioteche rabbiniche della
capitale.


Il sabato nero
Nonostante gli sforzi dei cittadini per evitare la deportazione, gli ordini impartiti a Kappler dalle sovrintendenze naziste erano chiari. Nei primi di ottobre, infatti, arrivò a Roma Theodor Dannecker, capitano delle SS dotato di esperienza in questo ambito e il quale chiese a Kappler collaborazione per la deportazione degli ebrei romani. Questa ebbe inizio all’alba di sabato 16 ottobre 1943 e fu effettuato in maniera mirata grazie al censimento degli ebrei redatto dal governo Mussolini. Alle 14 delle stesso giorno la retata era ormai giunta al termini e i 1259 complessivamente rastrellati si trovarono ammassati nel Collegio militare in Via della Lungara. I deportati furono trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina il 18 ottobre, dove vennero caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame. Quattro giorni dopo giusero ad Auschwitz-Birkenau dove, per 820 dei prigionieri, i tedeschi decretarono la morte immediata nelle camere a gas. Finita la guerra torneranno a Roma solamente 16 persone, 15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino.


La memoria
La reazione della comunità ebraica romana a questi eventi è stata una combinazione di terrore e disperazione. Dopo la guerra, la comunità ebraica romana ha cercato di
commemorare le vittime dell'Olocausto e di preservare la memoria degli orrori subiti durante quegli anni oscuri. Anche attraverso le cosiddette "Pietre d’inciampo",  sampietrini d’ottone che, dal 1995, ricordano a Roma (ma anche in molte altre citta europee) le vittime della Shoah. Proprio nella capitale se ne contano più di 300, dove sono una vera e proprio parte integrante della vita urbana dei cittadini, che non possono fare a meno di interrogarsi su questa triste parentesi della nostra storia collettiva.

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