L’andamento dell’economia non è lineare: i prezzi dei beni di consumo e delle materie prime aumentano e diminuiscono costantemente. L’inflazione si ha proprio quando si registra un rincaro di ampia portata su diversi prodotti. Questo significa che ad oggi, con una data somma, si possono acquistare meno beni e servizi rispetto a qualche anno fa con la medesima somma. In altre parole, con l’inflazione il valore della moneta diminuisce nel tempo.
A certi livelli, l’inflazione può essere benefica per l’economia. Purtroppo in questi mesi si è registrato un aumento dei prezzi fuori dal comune che ha causato squilibri e iniquità, generati soprattutto dall’aumento del costo dell’energia. Questo fenomeno è stato causato da una concomitanza di eventi come le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, la crisi del Mar Rosso e tutte le conseguenze derivanti dalla pandemia.

Un’inflazione benefica la si ha con un aumento moderato dei prezzi. Questa è indice di un’economia sana: l’aumento dei prezzi è infatti associato a un’economia che cresce e impegna numerose aziende. Infatti, un’azienda che produce a ritmi importanti impiega numerosi lavoratori, diminuendo così il livello di disoccupazione e determinando anche un costante aumento dei salari, proprio perché non ci sono lavoratori disoccupati disposti a lavorare per una bassa retribuzione.
Con l’aumento dei salari aumenta anche il costo di beni e servizi; aumentano quindi i prezzi che vengono sottoposti al consumatore finale, il quale però ha a sua volta un salario più elevato. Si crea così un equilibrio, il quale viene a mancare nel momento in cui il consumatore finale inizia a chiedere più beni e servizi di quanti le aziende non siano in grado di fornirgli.
A questo punto l’inflazione aumenta, andando oltre la soglia accettabile per un’economia sana. È un problema grave perché i salari e i prezzi non aumentano in maniera equilibrata e lineare, rischiando di fare perdere al consumatore finale potere d’acquisto e rendendo incerte le aziende riguardo decisioni future. Per trovare una soluzione a questo problema, le banche centrali adoperano diverse strategie: la principale è l’aumento dei tassi di interesse.
Con “tassi di interesse” si intende semplicemente il prezzo del denaro: ogni volta che si richiede una somma in prestito, si paga un’interesse su questa somma. Il tasso viene stabilito dalla banca centrale, l’istituzione che si occupa di tutte le decisioni nell’ambito della politica monetaria.
Per frenare l’inflazione in crescita dell’ultimo periodo, le banche centrali hanno deciso di aumentare questi tassi d’interesse: in tal modo, diviene meno conveniente chiedere soldi in prestito alla banca.
Per esempio, con l’aumento dei tassi d’interesse, meno persone faranno mutui per comprare case, generando così una diminuzione di lavori di costruzione e ristrutturazione di immobili. Questo frenerà poi il lavoro di numerosi operai che quindi consumeranno meno e contribuiranno a rallentare l’economia.

Questo tipo di soluzione la si può applicare quando si ha un’”inflazione da domanda”, ovvero quando i consumatori chiedono più di quanto si produce. Diversamente, si parla di “inflazione dal lato dell’offerta” quando aumenta il costo di produzione di beni e servizi. Per esempio, durante la pandemia i prezzi di numerose materie prime sono aumentati, rendendoli più difficili da reperire. La guerra in Ucraina ha poi peggiorato la situazione, generando un aumento dell’energia e del gas. La Russia, infatti, è il secondo produttore al mondo di gas naturale. La guerra ha colpito molto l’economia europea, che importava circa il 40% del gas naturale proprio dalla Russia.
L’inflazione che si sta verificando in questi periodo è un misto delle due sopra citate: da un lato, c’è una “inflazione da consumo”, con l’economia che corre dopo le numerose restrizioni causate dalla pandemia da coronavirus, dall’altro c’è una “inflazione dell’offerta”, dovuta all’aumento dei costi dell’energia.
