È venerdì 22 Marzo, da Scritti e Manoscritti la sala è già gremita di curiosi che tengono fra le mani il libro appena acquistato: Chiassoveziano, scritto dal celebre giornalista Piero Dorfles. Un incontro interessante e vivace che certamente è un bel regalo di compleanno per Eugenio Murrali, che ha condotto la presentazione assieme a Dorfles. 

La copertina del libro “Chiassoveziano”, pubblicato da Bompiani

Il racconto, che miscela la prosa a suggestive immagini della casa nella quale è ambientato, ruota attorno alla personale vicenda dei Dorfles nella Trieste della metà del Novecento. Si racconta di Giorgio, ovvero il futuro padre di Piero, che è un ebreo del tutto assimilato all’interno del tessuto culturale della città, sposo di Alma. Parallelamente si narra della storia del futuro zio di Piero, Gillo. Due fratelli molto diversi: il primo avvocato, pragmatico e ben piantato per terra; il secondo un medico, un uomo di pensiero.  Proprio a lui viene affidato il compito di scegliere una nuova casa, dato che le leggi razziali avevano limitato le possibilità e le libertà degli ebrei. Lo zio di Piero, uomo non molto pragmatico – come confessa nell’incontro da Scritti e Manoscritti lo stesso scrittore – scelse una casa, benché esteticamente molto bella, poco funzionale per la vita di tutti i giorni, poiché situata  in un terreno piuttosto arido e nel quale raramente l’acqua affluiva, arrivando nella casa solo per qualche ora. 

La tenuta di Chiassovezzano, situata fra Pisa e Volterra nel comune di Lajatico, diventa dunque il rifugio per questa bizzarra famiglia dall’inusuale cognome tedesco e che fluentemente lo parlava, benché di radici ebraiche. La casa, anche se piccola, è davvero bella: ha un giardino ampio e affreschi suggestivi, come quello campeggia nella copertina del libro: una pantera nera che sorregge uno scettro e ha una zampa posata su di una corona. Un simbolo anarchico, come sottolinea Dorfles durante il suo dialogo con Eugenio Murrali, frutto del genio un po’ eccentrico del precedente padrone di casa, un anziano medico socialista e liberale. La casa assume un valore centrale: dai luoghi delle stanze prendono il nome i capitoli, dei dettagli della dimora ci sono numerose immagini, perché in quel luogo, ogni cosa parla della quotidianità di chi lo ha vissuto. Murrali stesso chiederà il rapporto dello scrittore con questa tenuta. Piero Dorfles confessa di essere particolarmente legato a Chiassoveziano, la dimora della cara famiglia. Noi non abitiamo la casa, ne siamo abitati.

Dorfles ricostruisce la propria storia famigliare grazie allo studio, durato anni, di circa millecinquecento lettere, diari, quaderni e tanto altro. Lo scrittore ha affermato di aver appreso molto tardi delle proprie radici ebree, poiché il padre mai direttamente gliene aveva parlato, vedendo che i pregiudizi nei loro confronti, anche dopo la guerra, rimanevano piuttosto accesi. Piero lo scopre da solo. Afferma di aver così capito sé stesso, perché si rispecchiava all’interno della forma mentis tipica di ogni ebreo, che sempre mette in discussione la realtà. Si è il risultato di millenni di tradizioni che, seppur inconsapevolmente, forgiano ognuno di noi, come nel caso di Piero Dorfles. 

È una storia di personaggi temerari, supportati da dei vicini che mai li han denunciati, che senza paura vivono la propria quotidianità, benché la guerra  bussi proprio alle loro porte. Come nella scena all’inizio del libro, ricordata da Eugenio Murrali, nella quale si racconta l’incontro ravvicinato del padre e della madre di Piero con squadre di soldati che, su un treno, reclutavano a forza i giovani per mandarli a combattere. Giorgio Dorfles, spinto da una certa “temerarietà” era sceso dal treno e, parlando con un certo ufficiale e offrendogli un paio di sigarette, si era salvato da quella tratta infame.

Ma nessun eroismo, in famiglia. Sconsideratezza, una buona dose di incoscienza. Il termine che mi sembra più adatto è quello di temerarietà 

È con stile limpido e lineare che Piero Dorfles racconta delle vicende della sua famiglia, in una narrazione fluida e ricca di immagini che, come ha sottolineato lo stesso Murrali, punta dritta al cuore e vi rimane sempre. Una storia che doveva essere narrata, affermal’autore, consapevole che, se non lo avesse fatto lui, nessun altro ne avrebbe avuto ricordo. Il libro è anche un atto di gratitudine nei confronti della sua famiglia e di tutti coloro che hanno aiutato i Dorfles. 

La dedica di Piero Dorfles alla redazione di Res Novae

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