Articolo di Christian Cafasso ed Edoardo Di Marzio
Nel mondo del calcio gli atleti vivono in una prigione d’oro e diamanti. Hanno tutto tranne una cosa: il diritto di soffrire. Il calcio ha dato tanto a molti uomini, ma anche tolto molto: ha tolto loro il respiro, il sole e a qualcuno persino la vita. Questa è una tragica storia italiana che ha la sua origine in una calda mattina Romana del 1994. Il protagonista? Un calciatore, un uomo, il capitano: Agostino di Bartolomei.
Per comprendere meglio questa storia bisogna immaginarsi l’entusiasmo che ci fosse nell’ambiente capitolino durante la stagione 1983/84, con i rivali della Lazio che viaggiavano tra gli ultimi posti in classifica. La Roma era campione d’Italia, grazie al successo dell’anno precedente e un cammino stellare in Coppa dei Campioni, con tanto di finale contro gli inglesi del Liverpool il 30 maggio, che si sarebbe giocata allo Stadio Olimpico. Insomma, un’annata all’apparenza perfetta e una squadra compatta, guidata proprio da Agostino. Ago era amatissimo dai tifosi per il suo spirito e il suo carattere in campo; ma basta immedesimarsi un attimo in lui per capire quanto fossero fondamentali quei 90 minuti contro il Liverpool.

Giocare una finale di Coppa dei Campioni, il sogno qualsiasi calciatore fin da piccolo, nello stadio della città in cui si è nati e cresciuti. Il giorno della partita l’Olimpico è una vera e propria bolgia, ma in seguito a un risultato di parità si passa alla parte più crudele del calcio: i calci di rigore. Agostino segna il suo rigore, ma a causa dell’errore di un suo compagno la Roma perde con un complessivo 3-5. Il Liverpool è campione d’Europa e alza così la coppa sul cielo di Roma. Questa sconfitta lascia il vuoto non solo nelle migliaia di tifosi giallorossi che seguivano la partita, ma anche nei giocatori, e specialmente in Ago, che ha un rapporto speciale con la sua squadra.
Nel 1990 il nostro campione si ritira dal calcio giocato, con ancora quella sensazione amara in bocca. Nessuno sembra farci caso, eppure proprio un 30 maggio, quello del 1994, viene trovato morto, con il petto ferito da un proiettile. Proprio il calcio, che era la sua vita, ha creato il vuoto che lo ha portato a togliersi la vita.
Tirato l’ultimo rigore che diede la vittoria al Liverpool, oltre il fischio finale, quella partita non finì mai per Ago. Per lui cominciava un eterno tempo di recupero, cercando una svolta che non arrivò mai.
