Quando si parla di clonazione la maggior parte delle persone reagisce come se si stesse parlando di fantascienza, come se l’argomento fosse lontano da noi, un obiettivo irraggiungibile, un campo della scienza inesplorato. La realtà è che esperimenti in questo ramo della biologia venivano condotti già nel 1902, prima ancora che venisse scoperto il DNA. Le tecniche sviluppate durante il secondo dopoguerra hanno portato, nel 1996, grazie a Ian Wilmut e al suo gruppo di ricerca dell’Istituto Roslin di Edimburgo, alla riuscita clonazione di un mammifero, la pecora Dolly. Questa prima clonazione, realizzata tramite la tecnica SCNT (Somatic Cell Nuclear Transfer), rivoluzionò il panorama scientifico nell’ambito della clonazione. Questa tecnica, infatti, richiedeva l’utilizzo di una cellula somatica e di un ovulo enucleato (privato del suo nucleo in cui è contenuto il DNA) senza l’impiego di cellule embrionali che fino a quel momento erano ritenute l’unico mezzo per dare vita ad un organismo. Il processo prevedeva che il nucleo della cellula somatica fosse trasferito all’interno dell’ovulo e che attraverso un impulso elettrico fosse avviata la divisione cellulare che avrebbe generato un embrione successivamente impiantato in una madre surrogata. La gravidanza si svolse normalmente e al termine nacque Dolly, la quale aveva tutte le caratteristiche genetiche uguali a quelle della pecora da cui era stata prelevata la cellula somatica e non a quelle della madre surrogata.

Dopo il successo avuto da Dolly gli esperimenti sono stati condotti su diversi animali: maiali, mucche, cavalli e in generale animali da allevamento, favorendo contemporaneamente la ricerca e l’allevamento selettivo. Lo studio della clonazione, osservabile in natura nei batteri, nelle piante e persino negli umani con i gemelli monozigoti, si insinua rapidamente sui vetrini dei microscopi e ancora di più sotto i riflettori dei dibattiti etici.
Nel panorama scientifico e medico, la clonazione ha permesso di ottenere cellule geneticamente identiche, utili per studiare malattie genetiche e testare nuovi farmaci grazie alla riduzione delle variabili negli esperimenti e alla maggiore affidabilità dei risultati. Inoltre, ha aperto prospettive nella medicina rigenerativa, in particolar modo nella produzione di cellule staminali.
In ambito zoologico la sua applicazione si è dimostrata utile non solo per studiare i comportamenti delle specie ma anche per preservare caratteristiche utili per l’allevamento o per la salvaguardia delle specie tutelando la biodiversità.
A livello agricolo viene usata per preservare le specie rare, assicurarsi prodotti dalle caratteristiche più desiderabili ma soprattutto per ottenere un raccolto non solo più veloce ma anche più abbondante, poiché non soggetto a malattie o fattori ambientali, garantendo così una stima precisa della produzione e permettendo la distribuzione su larga scala.
Nonostante tutte queste utilissime applicazioni, mirate non alla sostituzione dei processi naturali bensì al supporto e al miglioramento di esse, è impossibile non parlare dell’aspetto etico di questa pratica che sempre di più preoccupa le persone.
Non si può non menzionare ad esempio la nuova moda che si è fatta largo tra celebrità e persone facoltose, ovvero quella di replicare i propri animali domestici per attenuare il dolore della perdita. Il caso più popolare è stato quello di Barbara Streisand, che nel 2017 si rivolse all’industria coreana Viagen per creare due copie della sua cagnetta prima che quest’ultima morisse. Questa nuova tendenza ha sollevato non pochi dilemmi di origine etica e con ragioni ben fondate. Infatti, questa nuova tendenza è considerata uno spreco di risorse in quanto non porta a nessun progresso scientifico o a una migliore salute dell’animale. Per di più, solo l’aspetto esteriore è identico all’originale ma il carattere, i ricordi, la coscienza no. Sebbene ancora siano molte le speculazioni sull’ereditarietà del carattere molti studi indicano che solo una percentuale (non ancora ben identificata) provenga dai geni lasciando quindi un costante margine variabile che ci impedisce di chiamare “clone” l’animale ottenuto.

Lo stesso vale quando si parla di clonazione dell’essere umano, tuttavia con alcune differenze. Mentre la clonazione animale è concessa per fini scientifici e fortemente regolata per fini commerciali, la clonazione umana è vietata in tutto il mondo. Essa, infatti, è considerata una violazione dei diritti umani e il divieto di pratica è sancito, in Europa, dalla Convenzione di Oviedo del 1997. In Italia è ulteriormente proibita dalla legge 40 del 2004 ed è considerata un reato penale. Il divieto inoltre vale sia se la clonazione ha il fine di generare una persona, sia se ha il fine di creare un embrione da cui prelevare cellule staminali, poiché ciò distrugge l’embrione stesso, e questo è tutelato dalla medesima legge fin dal concepimento.
La clonazione, come ogni altra scoperta scientifica, può essere utilizzata sia per migliorare che per peggiorare la condizione umana: tutto dipende da chi possiede la facoltà di usarla. Se gestita dalle persone giuste potrebbe portare una grande prosperità, in quanto si potrebbe arrivare a curare diverse malattie degenerative come ad esempio il Parkinson; si potrebbero evitare il rigetto nei trapianti di organi. Parlando di ecosostenibilità potrebbe ridurre l’uso di pesticidi e antibiotici e addirittura ridurre lo spreco di risorse naturali, in quanto renderebbe più efficiente la produzione alimentare.
In mano alle persone sbagliate può velocemente trasformarsi in una nuova arma di chi ancora persegue l’obiettivo dell’eugenetica, cercando di eliminare tutte le “imperfezioni” dal DNA di un essere umano prima ancora che questo nasca. Questo creerebbe forti disparità sociali in quanto solo chi possiede il denaro per svolgere queste pratiche potrebbe permettersi di “perfezionare” i propri figli, creando una nuova aristocrazia geneticamente modificata, una gerarchia genetica, un rischio forse troppo grande per tutti noi anche se in nome del progresso.
Il dibattito iniziato con la cara Dolly rimane aperto e anzi si fa sempre più acceso man mano che la scienza progredisce, in quanto questo tocca gli aspetti più profondi della bioetica, chiama in causa la nostra moralità e ci invita ancora una volta a rivisitare gli angoli più reconditi del nostro essere per cercare di dare una nuova definizione a cosa voglia dire per noi essere umani.
