“Acqua e terra? E sei venuto sin dalla Persia per avere acqua e terra?” […] “Il dio-re chiede un’offerta modesta, terra e acqua. Un segno della sottomissione di Sparta al volere di Serse” […] “…non vorrei essere scortese. Deve esserci un modo diplomatico per risolvere tutto.” “Attento alle parole che scegliete.”
“Ma certo. È ovvio. Ho la risposta davanti agli occhi. Terra e acqua. Ne troverai in abbondanza, là in fondo.”
“Pazzo. Siete pazzo. Nessuno, né persiano né greco, minaccia un ambasciatore! È un’empietà! È una pazzia!”
“È Sparta.”
Tratto da 300, Frank Miller e Lynn Varley, Dark Horse Comics, 1999
“This is Sparta”. Pronunciata da Gerald Butler in 300 di Zack Snyder questa frase monumentale e sentenziosa è diventata cult. Ma dietro l’epico scambio di battute tra lo spartano Leonida e l’ambasciatore persiano – sia nel fumetto sia nel film – si nascondono delle informazioni interessanti. È una storia antica più di duemila anni, ma ci spinge ancora a pensare. Nello scenario internazionale infuriano venti ambigui, a cui nessuno era ormai abituato: e noi ci chiediamo – “Dov’è la diplomazia? Che ne è del multilateralismo, dei negoziati, dell’ONU?”. Alcuni leader effettivamente si parlano, delle comunicazioni vengono fatte. Forse, però, non sono le voci giuste a incontrarsi, forse ognuno invita chi gli è più amico ed ecco i negoziati. Il risultato: nessuna soluzione. Le storie della classicità, sia greca che romana, possono forse aiutarci a capire come funziona realmente la diplomazia e perché, delusi da vane aspettative, restiamo a guardare senza risposte la Storia che scorre davanti ai nostri occhi.

Quella raccontata nel fumetto di Miller è una delle vicende più importanti dell’identità culturale del popolo greco antico. I Persiani, guidati dall’impetuoso re Serse, volevano invadere la Grecia, per vendicare lo smacco subito dal defunto predecessore Dario a Maratona. E che gola doveva fare una terra così ricca, vivace e fervente, padrona dei traffici mercantili e piccola fastidiosa vicina ai confini più lontani del vastissimo impero. Culturalmente forte, ma politicamente fragile, perché frammentata in una miriade di città- stato e dialetti. Per attraversare lo stretto che separa Europa e Asia – si dice – Serse ordinò di costruire un ponte di navi, atto blasfemo per i Greci. Il suo arrivo era imminente: cosa fare per arrestarlo? Il re Leonida si offrì di presidiare con 300 uomini scelti e pochi altri soldati il passo delle Termopili, nella Grecia centrale. Bloccato quello, nessuno poteva accedere alle città-stato. Ma un uomo del posto tradì gli spartani, che furono accerchiati. Fu sul mare che i Greci sconfissero l’esercito di Serse, il quale vedeva le sue navi colare a picco dalla costa. Ecco i fatti come li riporta lo storico Erodoto (V sec. a.C.). Il racconto è molto emozionante ed eroico. Tuttavia, l’aspetto su cui ci dobbiamo soffermare non sono le battaglie epiche, ma ciò che le precede. Prima, infatti, Serse inviò degli ambasciatori presso le varie città nemiche a chiedere “terra e acqua”.
Cioè sottomissione, e in cambio sarebbero state risparmiate. Quindi esisteva una forma di diplomazia, si potevano tenere dei negoziati, si inviavano degli ambasciatori. “Misit legatos…” (“mandò degli ambasciatori…”) è una frase che Giulio Cesare usa spesso nel narrare le sue gesta, gli studenti del classico lo sanno bene. Allora non esistevano le Nazioni Unite e le guerre erano all’ordine del giorno, ma sì, esisteva il concetto di diplomazia.

Nella percezione comune la diplomazia dovrebbe essere esercitata con uno spirito di correttezza, trasparenza e fratellanza. A questo pensiamo quando vediamo, invece, come vanno le cose realmente. “Dov’è la vera diplomazia?” – la risposta è davanti agli occhi, è nei fatti a cui assistiamo. Se per noi tutti essere diplomatici significa essere ragionevoli e fare il possibile per arrivare a un compromesso, la realtà è ben diversa. Buona parte della cosiddetta diplomazia è quella che non si vede. Chi guida una Nazione potente non si pone nei confronti altrui con un tono ben disposto, bensì con l’obiettivo di far valere i propri interessi. Sembra scontato. Ognuno pensa solo al proprio vantaggio. La riflessione, però, è più sottile: al tavolo della diplomazia, le parole sono intenzioni, piani già programmati, interessi di potere. C’è una differenza sostanziale rispetto al cercare i punti di incontro per accontentare tutti, chi più chi meno.
Ci siamo chiesti perché i piani di pace per l’Ucraina dei cosiddetti “volenterosi” non vadano bene mentre quello di Trump sì? Troppo facile, potrebbe dire qualcuno: concediamo all’avversario tutto ciò che vuole per farla finita e chi se ne importa dei più deboli. Per noi che vediamo tutto dal basso, è normale pensare che si stia commettendo un’ingiustizia e che i nostri piani siano ben più corretti, umani, democratici. Ma tutti i piani, anche quelli dei nostri Paesi, rispondono a delle specifiche intenzioni, a degli interessi ben consolidati, che possono facilmente passare per “difesa della democrazia”. Nella politica, nei rapporti tra Nazioni, nella diplomazia, c’è poco idealismo e tanto realismo, c’è poca compassione e tanto pragmatismo. E per quanto la realtà sia cruda, allontanarsene con l’idealizzazione di concetti astratti, di una “pace giusta”, è poco prudente e a dir poco pericoloso.
Il primo ad aver colto le reali dinamiche che regolano i rapporti tra Stati fu un altro storico, l’ateniese Tucidide. Vissuto tra V e IV secolo a.C., egli comprese che tutti i fatti della storia rispondono a un’unica e precisa logica: è all’aspetto politico, militare e, quindi, economico-strategico che bisogna guardare per capire il perché dei fatti che avvengono. Tucidide non conosce l’economia e le sue leggi, ma sa che le politiche degli Stati si basano su risorse, commerci, interessi strategici. Torniamo a Leonida. I Persiani invadono la Grecia. Il racconto è intriso di aspetti potenzialmente reali (il ponte di barche, la vendetta di Serse) ma romanzati e in parte leggendari. La Storia non segue la logica di un romanzo. Per questo si è tenuto a specificare quanto fosse ricca, florida e fervida la Grecia, un bottino prezioso per il progetto imperialistico del dio-re. Greci e Persiani non sono popoli lontani di un mito che si perde nel tempo. Le coordinate di questa storia sono ben inscritte nella Storia. I piani di Serse: sete di conquista o accorta strategia militare ed economica? Avrebbe avuto accesso a mercati nevralgici e strategici, nonché il monopolio su traffici e materie prime. E perciò mandò anche degli ambasciatori. Non si presentò come un dio a cui sottomettersi, ma come un re, cioè un capo di Stato: ai Greci la scelta, allinearsi o no ai suoi piani. Ciò non rende le azioni di quell’uomo meno gravi, meno violente, né le giustifica. La gravità è la stessa, la causa è diversa.
L’ira del dio-re, le strategie del capo di Stato.

È proprio sulle cause che si concentra con particolare attenzione Tucidide. Lo storico distingue tra cause occasionali e cause profonde. Per comprendere tale distinzione, riprendiamo le guerre persiane (ci furono due conflitti, uno nel 490 e uno tra 480 e 478). Come si è detto, la fonte è Erodoto, ma le guarderemo ora con l’ottica di Tucidide. Le abbiamo usate per capire qual è il vero motore della storia, cioè il complesso di interessi politici, militari e “economici” in mano a chi è più forte: in breve, la legge del più forte. Concentriamoci ora sulla questione delle cause. I Persiani sono interessati a espandere il proprio controllo su un territorio potenzialmente ricchissimo, di cui però controllano già una parte. La costa della Turchia che dà sull’Egeo, allora chiamata Ionia, era popolata da genti greche: vi si trovavano alcune delle più importanti città mercantili di tutto il mediterraneo, come Mileto e Efeso. Queste erano sotto il controllo della Persia, ma godevano di una significativa libertà a patto di pagare i tributi al governante.
Quando Mileto si ribellò, con l’appoggio di Atene, la rivolta fu repressa nel sangue. Ecco l’evento occasionale, che accende la miccia delle guerre persiane. In tali fatti possiamo scorgere da un lato l’importanza degli interessi economici, sviluppati e radicati nel tempo, dall’altro l’occasionalità degli avvenimenti che possono portare allo scoppio dei conflitti. Insomma, una guerra non scoppia mai da un giorno all’altro. Nessuno Stato decide all’improvviso di muovere guerra contro un altro per il gusto di farlo o per un moto di bellicosità. Per questo non possiamo fare a meno di Tucidide. Altrimenti, è impossibile comprendere la Storia.
Tucidide scrisse una sola opera: La guerra del Peloponneso. Lo storico analizzò le cause profonde che portarono allo scoppio di tale conflitto e ne fornì un resoconto puntuale. Cos’è la guerra del Peloponneso? Si tratta di un conflitto epocale non semplicemente tra due città, ma tra due blocchi contrapposti. Una sorta di “guerra fredda” del V secolo a.C. Sparta, di cultura conservatrice e guerriera, era a capo di un’alleanza regionale molto forte ma più cauta e prudente nelle scelte di politica estera. Atene, vivaio del pensiero occidentale, della filosofia, del teatro e della democrazia, era divenuta regina del mare ponendosi a capo della cosiddetta Lega di Delo. Quasi tutte le isole dell’Egeo erano sotto la sua sfera di influenza. Quello di Atene era un vero e proprio imperialismo coloniale e si fondava sia sulla forza militare della sua flotta (che aveva sconfitto i Persiani) sia sulla potenza economica derivata dal controllo dei commerci marittimi. Alla guida di Atene vi era Pericle, scaltro stratega ed eccezionale oratore. Siamo nella seconda metà del IV secolo a.C. Atene comincia a infastidire Sparta e le città sue alleate con una serie di piccoli attacchi. La tensione sale. Anche qui, la causa scatenante è occasionale: Atene compie delle azioni ostili contro Megara e Corinto, amiche di Sparta.
Per Sparta è intollerabile: è guerra. Il conflitto dura circa 20 anni. Nel 416 a.C., in una
fase di apparente e momentanea tregua, Atene invia delle truppe sull’isola filo-spartana di Melo, è un ultimatum: con noi o contro di noi. Perché Melo? Perché Sparta non può rispondere, non ha una flotta valida e la tregua è in vigore. Il dialogo tra gli ambasciatori ateniesi e i Meli, abitanti dell’isola, è riportato da Tucidide e costituisce un documento fondamentale, perché ci porta dietro le quinte della diplomazia. Quella reale, che spesso non si vede.
Ne propongo alcuni estratti, nella traduzione di Franco Ferrari. ATENIESI
“Noi dunque non vi offriremo una non persuasiva lungaggine di parole con l’aiuto di belle
frasi, cioè che il nostro impero è giusto […] o che siamo stati offesi, ma ugualmente pretendiamo che neppure voi crediate di persuaderci dicendoci che […] non vi siete uniti a loro (agli Spartani, ndr) per farci guerra […]. Pretendiamo invece che si mandi ad effetto ciò che è possibile a seconda della reale convinzione di ciascuno di noi, perché noi sappiamo al pari di voi che nelle considerazioni umane il diritto viene riconosciuto in relazione a una uguale necessità per le due parti, mentre (nella realtà, ndr) chi è più forte fa quello che ha potere di fare e chi è più debole cede.”
MELI
“A nostro parere, almeno, è utile ([…] avete proposto di parlare dell’utile invece che del giusto) […] che sia salvaguardato il diritto che spetta a colui che di volta in volta si trova in mezzo ai pericoli, e che sia avvantaggiato colui che riesce a persuadere un altro anche senza raggiungere i limiti dell’esattezza più rigorosa. E questo fatto non è meno utile nei vostri riguardi […].”
ATENIESI
“Ma noi non temiamo la fine del nostro impero […].”
Realpolitik: gli Ateniesi non vogliono sentire “storielle” sulla giustizia. Idealmente (“nelle considerazioni umane”) bisognerebbe rispettare il diritto di tutti, nella realtà si fa ciò che vuole il più forte. Ma i Meli sono pragmatici al pari degli Ateniesi: non chiedono che sia rispettato il diritto perché è astrattamente, concettualmente, moralmente giusto farlo, ma perché un giorno gli stessi Ateniesi potrebbero trovarsi in una situazione di pericolo e invocare la salvaguardia dei propri diritti. Ironia della sorte, andrà proprio così. Sparta riuscirà ad avere la meglio su Atene e le condizioni di “pace” saranno durissime. I Meli avevano una sfera di cristallo? Come sapevano che sarebbe andata a finire in questo modo? Forse erano molto astuti, ma è più probabile che Tucidide abbia scritto il passo quando ormai aveva assistito alla fine della guerra e alla sconfitta ateniese. Il suo metodo storico è dichiaratamente imparziale, ma – come si vede – qualche informazione circa la sua opinione sui fatti traspare.
Nel continuo del dialogo, i Meli chiedono se la loro neutralità possa essere un buon compromesso. “No – rispondono gli Ateniesi – perché la vostra ostilità non ci danneggia tanto quanto la vostra amicizia”, nel senso che risparmiare l’isola significa dimostrare ai sudditi e agli avversari di Atene che questa è clemente e “debole”. L’unica salvezza per i Meli è, a detta dell’ambasceria ateniese, “non opporsi a chi è molto più forte”.
L’obiettivo di questa citazione, opportunamente ritagliata, non era cercare di convincere che questo modo di fare diplomazia sia quello giusto. È evidente che è molto più crudo e violento. Si voleva però sottolineare come, nella realtà dei fatti, le dinamiche dei negoziati hanno ben poco a che fare con quella correttezza e trasparenza che pensiamo debbano caratterizzare la diplomazia. In questi tempi di tensioni e di conflitti, è opportuno guardare ai fatti con un occhio realista e cercare di trovare un accordo sulla base di ciò che è veramente possibile fare. Ciò non significa eludere il diritto, bensì avvicinarsi quanto più possibile al rispetto di esso a partire da basi solide perché reali e realistiche, non ideali e idealizzate. Questo dev’essere il compito della diplomazia. E ancora una volta i classici ci danno delle informazioni esemplari e fondamentali per comprendere come funzionano il mondo, la storia e l’essere umano. Bisogna solo tendere l’orecchio e, con un po’ di attenzione e di pazienza, ascoltare.
