Con l’avvento dei social media sarà probabilmente capitato a tutti, in particolare a noi adolescenti, di finire intrappolati nel loop dello scrolling sfrenato. Tuttavia bisogna essere consapevoli del fatto che ciò non accade solo per una nostra pigrizia personale, bensì è l’algoritmo di queste applicazioni a essere così potente da soggiogarci a consumare compulsivamente notizie e video.

Negli ultimi anni infatti, le grandi aziende hanno fatto sviluppare ai loro algoritmi quello che in gergo viene identificato come “bias cognitivo”. Ma che cos’è questa tecnica che aiuta le multinazionali a tenerci attaccati ai loro servizi? È una scorciatoia mentale, fondata su presupposti che consentono ai neuroni di ottimizzare tempo ed energia quando formuliamo un giudizio o compiamo una scelta. L’implementazione di ciò negli algoritmi delle piattaforme social, permette dunque a Facebook, Instagram e TikTok di selezionare i contenuti che consumiamo in base ai nostri comportamenti passati, manifestati tramite like, visualizzazioni o commenti, alimentando le nostre opinioni preesistenti e minimizzando quelle contrarie. Ciò, unito a video brevi e notifiche costanti, permette alle aziende di tenere gli utenti incollati ai propri dispositivi facendoli cadere nel limbo del “doomscrolling.”

Gratificazione immediata

Dietro a questo spiacevole fenomeno ci sono, però anche dei fattori scientifici che lo fanno quasi sfociare in dipendenza. In particolare le tecniche di engagement delle varie piattaforme intaccano e alterano i livelli di dopamina del cervello umano. Quest’ultima sostanza, infatti, è anche detta “neurotrasmettitore del piacere” in quanto, regola il sistema di gratificazione e motivazione del nostro cervello. Di conseguenza ogni volta che riceviamo una notifica, il nostro cervello produce piccole quantità di dopamina, generando una sensazione di piacere e soddisfazione che è però solo momentanea e che a lungo andare entra nella routine dell’utente trasformandola in una vera e propria dipendenza. È inoltre ricorrente che questo ciclo porti a un’alienazione della realtà che per molti individui può diventare spesso straziante, essendo intrappolati in un loop digitale che li limita a consumare passivamente la vita di qualcun altro senza vivere a pieno la propria. Questa trappola di piacere frivolo non solo rende gli utenti quasi ipnotizzati dal servizio, ma, intacca anche visibilmente la loro vita riducendo motivazione e disciplina necessari per i loro successi personali.

Image by Niek Verlaan from Pixabay

Effetti collaterali su noi giovani

Purtroppo il “doomscrolling” trova come sua migliore preda proprio i più giovani che essendo, nativi digitali, trovano spesso nei social media, una via d’uscita dalla realtà. Sempre più spesso capita di interrompere lo studio per controllare il telefono o di leggere un testo senza riuscire a ricordarne il contenuto. La mente, costantemente sollecitata da stimoli rapidi e superficiali, fatica a mantenere l’attenzione su un’unica attività e questo ha consequenzialmente portato a un abbassamento generale del tasso di attenzione (non solo nei giovani). Oltretutto alcuni studi recenti indicano una connessione tra l’uso sfrenato dei social e un incremento dell’ansia in giovane età, causato dalla naturale incapacità dei cervelli dei giovani di gestire un flusso di informazioni ansiogene. I dati mostrano che più della metà dei giovani italiani tra i 18 e i 29 anni si dedica regolarmente al “doomscrolling” e questo causa un aumento dello stress, insonnia, senso di frustrazione e difficoltà nelle relazioni sociali, creando un limbo di isolamento e odio.

Tuttavia, il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo; e l’unico modo per contrastare il “doomscrolling” è proprio attraverso piccoli passi che vadano a cambiare la routine e il rapporto con la tecnologia. In conclusione i social media possono essere strumenti utili e divertenti, ma solo se impariamo a usarli senza permettere che siano loro a controllare la nostra attenzione.

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