Il pubblico, composto in gran parte dai ragazzi delle scuole di Ladispoli, si aspettava che Don Luigi Ciotti parlasse dell’impegno sociale contro le mafie. Ma venerdì 16 gennaio, durante l’incontro nell’aula consiliare di Ladispoli, il sacerdote fondatore del Gruppo Abele e di Libera ha sparigliato le carte.
“A 17 anni ero un ragazzo imbranato”, comincia a raccontare. Perché il suo percorso inizia lì, ed è proprio quello che vuole trasmettere agli studenti che lo ascoltano. La scena iniziale vede lui che si avvicina a un barbone, chiedendogli se volesse un caffè.

Con una voce leggermente tremula, ma vigorosa, prosegue il suo viaggio. Nelle sue parole si possono cogliere le coordinate fondamentali di una missione svolta con grande umiltà – ripete costantemente di non essere nessuno, di essere un uomo piccolo – ormai per 80 anni. Il sacerdote stupisce accompagnando l’uditorio alla scoperta delle fondamenta della sua missione: il messaggio del Vangelo, la carità verso l’altro, l’attenzione ai contesti sociali più complessi. L’importanza di “costruire relazioni”, come don Luigi ha fatto con quel senzatetto.
L’impegno per la cura della società e, in particolare, per la lotta contro il dilagare delle droghe.

La concezione del contesto cittadino come vivaio di idee buone e come luogo di incontro tra Stato e
Chiesa (don Ciotti allude deitticamente alla compresenza nell’aula di sindaco e vescovo della diocesi locale). La necessità che si instauri un dialogo non tra “strumenti di morte”, ma tra individui che si dimostrino costruttori di pace. La speranza e la fiducia incondizionata nei giovani.
Questi sono i punti chiave del discorso tenuto da don Ciotti. Parole che potrebbero sembrare espressione di un sistema di valori in parte non al passo con i tempi, ma che bisogna saper interpretare in base alla sensibilità individuale di ciascuno e mantenendo la consapevolezza dell’autorevole figura che le ha pronunciate.

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