Cos’è la libertà? Siamo davvero padroni di noi stessi? La questione del predeterminismo, secondo cui ogni nostra azione è già stata stabilita, ha interessato filosofi e scienziati di tutte le epoche: già nell’antica Grecia, Aristotele, infatti, si interrogava sulla sua veridicità. Per tentare di svelare il mistero è necessario anzitutto dare una definizione di libertà. Nel suo senso più generale è la capacità di agire liberamente, senza costrizioni.
A primo impatto il problema potrebbe sembrare inesistente: apparentemente chiunque può cambiare idea, perseguire il bene o il male ed esprimersi come meglio crede; tuttavia, di fronte ai vertiginosi progressi scientifici in materia di neurologia, conviene considerare l’idea che, essendo i prodotti di reazioni chimiche che hanno luogo nel sistema nervoso centrale, le emozioni e i pensieri, e quindi le decisioni, non sono sotto il controllo della mente cosciente in quanto dipendono dalla struttura stessa del cervello, che va oltre il controllo degli esseri umani. La possibilità che la libertà sia un’illusione, inoltre, non è solo un interessante argomento di dibattito, bensì costituisce un problema etico di proporzioni immense: diventa spontaneo, infatti, chiedersi se sia lecito punire un infrattore pur sapendo che, qualsiasi sia la legge infranta, il soggetto imputato non ha mai avuto la possibilità di fare altrimenti. Pertanto, conviene prendere in considerazione ciò che si aziona nel cervello ogni volta che viene formato un pensiero, il presupposto di qualsiasi azione. Seppur non completamente noti, i meccanismi coinvolti sembrano avere origine nella corteccia, una porzione di encefalo che, una volta raccolte le informazioni necessarie dai vari organi sensoriali, si mette in comunicazione con la memoria, fornita da svariate altre zone del cervello, tra cui l’ippocampo, per dare origine all’esperienza cosciente e ai procedimenti psichici che permettono a tutti di agire consapevolmente ogni giorno.

È stato dimostrato, inoltre, che molti disturbi della mente dipendono da fattori biologici, confermando dunque la teoria secondo la quale la libertà non esiste. Ciò si può applicare, ad esempio, anche al cosiddetto “disturbo antisociale di personalità”, che colpisce un gran numero di criminali e il cui sintomo principale è la totale mancanza di rimorso e che sembra dipendere dal funzionamento anomalo del trasportatore di serotonina, un neurotrasmettitore. Ciò non significa, tuttavia, che il predeterminismo sia confermato, poiché non tutte le persone affette dalla suddetta condizione si comportano allo stesso modo. Per quanto concerne l’aspetto legale del dilemma, invece, bisogna tenere a mente che, pur ammettendo la mancanza assoluta di libertà, e quindi il fatto che punire gli infrattori sia sbagliato, è altresì importante non sottovalutare il possibile pericolo posto da alcuni individui per il resto della società, per cui, al giorno d’oggi, l’allontanamento dalla comunità rimane una reazione adeguata di fronte a illegalità più o meno gravi.

Pare che esistano, infine, dei modi di educare il proprio carattere attraverso l’abitudine: come concluso anche da Aristotele, infatti, è possibile remare contro sé stessi sforzandosi a compiere determinate azioni, che con il tempo verranno naturali e spingeranno l’uomo verso la virtù o sulla strada del vizio. A sostegno dello Stagirita si schierano alcuni studi che confermano la capacità dei pensieri di modificare le attività cerebrali, incentivando quelle legate allo stress se la mente cosciente si concentra su temi sgradevoli e opprimenti e dando benefici al lobo frontale, area associata, tra le altre cose, a benessere e soddisfazione, nel caso di pensieri positivi. Alla luce di tale analisi risulta evidente la necessità di effettuare ulteriori ricerche a riguardo così da fornire un responso definitivo a questo problema non solo filosofico, ma anche etico e legale.
