Negli ultimi mesi si è parlato moltissimo dell’ultimo film di Emerald Fennell, ispirato a Cime Tempestose, uno dei grandi classici della letteratura vittoriana, scritto da Emily Brontë. Un romanzo che, appena pubblicato, fece inorridire la critica: nel 1848, sulla prestigiosa rivista americana Graham’s Lady’s Magazine si leggeva: «Come un essere umano possa aver tentato un libro simile, senza suicidarsi prima di aver finito una dozzina di capitoli, è un mistero. È un ammasso di volgare depravazione e orrori innaturali.» Eppure, già all’epoca c’era chi ne intuiva la forza ipnotica e sconcertante. Il 15 gennaio 1848, sul Douglas Jerrold’s Weekly Newspaper, un anonimo recensore scriveva: «Cime tempestose è una sorta di libro strano, che sfugge a ogni critica regolare; eppure, è impossibile iniziarlo e non finirlo.»

Photo of Sir Laurence Olivier and Merle Oberon from the 1939 film Wuthering Heights.

Ancora oggi, Cime tempestose divide e affascina: c’è chi lo ama, chi lo odia, chi lo definisce la “più grande storia d’amore di tutti i tempi”.  Difatti, la storia tra Heathcliff e Catherine viene spesso dipinta come “l’emblema dell’amore tormentato ma autentico”. Quell’amore tragico in grado di trascendere qualsiasi confine, vero e indissolubile, che spesso troviamo citato ed esaltato in opere contemporanee del cinema e della serialità, come sanno gli appassionati della saga di Twilight (basata sull’omonima saga di libri di Stephanie Meyer) poiché ricorderanno che era il libro preferito di Bella Swan, protagonista della tormentata storia d’amore tra vampiri.

Chi oggi si appresta a leggere Cime tempestose per la prima volta, pensando di trovarsi davanti a una storia d’amore, ne resterà sconvolto: non troverà eroi problematici ma dal cuore puro, né pietà, per gran parte del libro nemmeno possibilità di redenzione. Il romanzo è brutale, respingente, tagliente e inospitale come la brughiera dello Yorkshire, regione nella quale è ambientata la storia, e come le personalità della maggior parte dei personaggi. È un romanzo che non fa sconti e ti mette di fronte a una realtà scomoda e decadente, senza filtri, che ti porta a provare sentimenti potenti e contrastanti: attrazione e odio, passione e disgusto.

Wuthering Heights è il nome di una delle tenute principali in cui si svolge la storia: è il casale della famiglia Earnshaw. Tutto infatti inizia quando il signor Earnshaw, di ritorno da uno dei suoi viaggi a Liverpool, porta a casa un bambino dalla pelle olivastra e lo adotta, chiamandolo Heathcliff. Con il tempo, Heathcliff stringe un rapporto sempre più forte con Catherine, figlia di Earnshaw, mentre il fratello più grande di lei, Hindley, cova rabbia e gelosia nei suoi confronti. Una rabbia e un odio talmente viscerali che esploderanno alla morte del signor Earnshaw, quando Hindley prenderà le redini della casa e Heathcliff sarà da allora trattato come un servo.

Il legame tra Heathcliff e Catherine, man mano che i due crescono, è sempre più intenso e profondo, tanto da essere paragonato “alle rocce eterne che stanno sotto i boschi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria”. È talmente potente da portarli all’identificazione completa l’uno nell’altra, “Io sono Heathcliff”, come dirà Catherine,

Heathcliff e Catherine, però, non possono, né potranno mai stare insieme né esprimere la loro passione a causa delle differenze di classe; quest’impossibilità trasforma quel legame in un’ossessione. Il loro rapporto non sarà mai né sano né salvifico e i due protagonisti si travolgono a vicenda in una spirale autodistruttiva, che trascina giù anche tutti coloro che gravitano attorno a loro. Catherine è volubile ed egoista, non rinuncerebbe mai ai propri privilegi di classe: a un certo punto si vergogna di Heathcliff per il suo modo di essere così “rozzo e ineducato”.  Heathcliff, d’altro canto, è ossessionato da Catherine, e odia tutti gli altri: lo scopo della sua vita adulta sarà vendicarsi per il modo in cui è stato trattato, compiendo atti di crudeltà estrema, passando sopra tutto e tutti, senza mai cercare di redimersi o migliorarsi.

Cime tempestose racconta tutto quello che per la società vittoriana era impensabile o oltraggioso mostrare: affronta il tema del classismo e del razzismo. A questi vanno aggiunti i vizi dell’alcolismo e del gioco d’azzardo; viene esplorato cosa accade nell’intimità delle case, al di là dell’ostentata facciata di perbenismo.  Emerge il controverso “compromesso vittoriano”: un tacito patto sociale e ideologico che ha caratterizzato l’età vittoriana (1837-1901) nel Regno Unito, attraverso cui si conciliava il progresso industriale, il benessere economico con lo sfruttamento delle classi lavoratrici, abbinato a una rigida morale che pone sotto un velo di rispettabilità sentimenti e passioni. Questo accordo silenzioso tra classi dominanti e povere evitò rivoluzioni, mantenendo stabilità attraverso riforme sociali e beneficenza, nonostante il netto divario tra le “due nazioni” (ricchi e poveri).

Cime tempestose, inoltre, è un romanzo che parla d’abuso: Catherine e Heathcliff crescono in un ambiente violento, replicando queste logiche di odio e violenza anche nella loro vita adulta. Ma Emily Brontë ci fa capire che non è la passione il problema: a essere veramente distruttive sono le convenzioni sociali e la morale imposta. Scavando più a fondo ci si può leggere anche qualcosa di più: il romanzo parla, in generale, della meschinità e dell’egoismo dell’essere umano. Infatti, nessun personaggio del libro è amabile: tutti, alla fine, ci appaiono come spregevoli, respingenti o negativi in qualche modo.

Nonostante ciò, Emily Brontë non è una nichilista: mentre Heathcliff e Catherine potranno trovare una loro unione e liberazione solo in una vita ultraterrena, le nuove generazioni avranno la possibilità di non replicare abusi e violenze ma di costruire un futuro alternativo. Nel finale, c’è ancora una speranza e una possibilità di redenzione. Forse Cime tempestose è una lettura così controversa e potente a quasi due secoli dalla sua pubblicazione, perché parla apertamente della natura umana e delle sue forme più primordiali, quelle che vorremo ignorare o far finta di aver nascosto. Ci ricorda inoltre che l’essere umano ha sempre una scelta: assecondare la violenza o interrompere la catena, provando a costruire qualcosa di diverso che, si spera, sia migliore.

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