Articolo di Giulia Sangermano e Samanta Scelsi
Ampio e interessante è il curriculum del Professor Matteo Pellegrino, ordinario di Lingua e Letteratura Greca presso l’Università di Foggia, che venerdì 20 febbraio ha tenuto una lectio magistralis sulla violenza di genere. Lo ha fatto, il professor Pellegrino, in modo originale e coinvolgente, portando a confronto due classici della letteratura greca: il proemio delle Storie di Erodoto e un passo tratto dalla commedia Acarnesi di Aristofane.
Spesso, ci dice il professore, si cade in inganno nel considerare la società greca arcaica solo nella sua “luce”, guardandone solo gli aspetti positivi, quali la democrazia ateniese, ma senza considerare, se non marginalmente, le “ombre” della società stessa. Le due più grandi ombre della cultura greca arcaica sono certamente state la concezione della schiavitù e la condizione femminile. La donna, costretta ad una condizione marginale, privata dei mezzi primari che la rendessero autosufficiente quali ad esempio il denaro, priva anche di una condizione giuridica e costretta a vivere in una parte rilegata della casa chiamata gineceo, viveva una condizione di completa subalternità nei confronti dell’uomo. Il suo status le permetteva unicamente di stare fra le mura domestiche, dedicandosi alla cura della prole e del telaio. Uniche consolazioni, poiché, la maggior parte delle donne non era istruita, salvo rare eccezioni, come nel caso delle donne d’Asia o per le etere (come Aspasia, la compagna di Pericle). Inoltre, se agli uomini era consentito avere più donne, straniere, etere, prostitute in bordelli legalizzati, le donne erano costrette ad avere un solo uomo. Per capire al meglio la condizione fino ad ora descritta della donna greca, si cita la lunga rhesis di Medea, nell’opera omonima di Euripide, dove ben si riassume quanto detto:

“Di tutte le creature che hanno anima e cervello noi donne siamo le più infelici; per prima cosa dobbiamo, a peso d’oro, comprarci un marito, che diventa padrone del nostro corpo- e questo è il male peggiore.
Ma c’è un rischio più grande: sarà buono o cattivo? Separarsi è un disonore per le donne, e ripudiare lo sposo è impossibile. […] Se le cose vanno bene, e il marito sopporta volentieri la convivenza, la vita è bella; se no meglio morire. Quando si stanca di stare a casa, l’uomo può andare fuori a distrarsi, noi donne invece dobbiamo restare sempre con la stessa persona. Dicono che viviamo in casa, lontano dai pericoli, mentre loro vanno in guerra; che follia! È cento volte meglio imbracciare lo scudo piuttosto che partorire una volta sola.”
Nel proemio delle Storie, Erodoto, oltre alla dichiarazione del metodo storiografico che adopererà, dichiara da dove nasca lo scontro con i barbari. Per lui le ostilità storiche hanno radici nel mito e in particolare da un susseguirsi di rapimenti. In particolare infatti i Fenici, abili mercanti, si erano messi a commerciare ad Argo certi prodotti, finché, venute al mercato anche delle belle fanciulle, tra cui Io la figlia del re, i Fenici decisero di rapire le donne e portarle in Egitto. Finché certi Cretesi, per pareggiare i torti subiti, decisero di rapire la figlia del re Europa a Tiro in Fenicia. Sennonché i Greci, attivati nella Colchide, ormai in voga questa pratica del rapimento, decisero di rapire un’altra volta la figlia del re, Medea, che venne fatta reclamare da un araldo, ma non restituita in nome della mancata restituzione di Io. Allora Paride, figlio di Priamo, “dopo aver sentito questi fatti, fu preso dalla voglia di procurarsi una donna in Grecia per mezzo di un rapimento, sicuro com’era che non ne sarebbe stato punito, poiché non lo erano stati nemmeno gli altri”. Dopo, però il rapimento di Elena, Alessandro non rimase certamente impunito, tanto che scoppiò la guerra di Troia. Di fatto Erodoto dice:
“Fino a questo punto si trattava soltanto di rapimenti tra un popolo e un altro; ma, da questo momento, grave divenne la responsabilità dei Greci; poiché furono i primi a muovere in armi contro l’Asia, prima che quelli d’Asia venissero contro l’Europa. Ora, a giudizio dei dotti persiani, se il rapir donne è azione da uomini ingiusti, è agire da stolti il prendersi pena di rivendicarle; mentre è da uomini benpensanti non curarsene affatto, poiché è chiaro che, se esse non volessero, non si lascerebbero rapire”

Questa frase, sconvolgente per noi moderni, è emblematica dei numerosi pregiudizi che ricadevano sulle donne all’epoca e, a dire il vero, ricadevano fino a non poco tempo fa dal momento che un magistrato adoperò la medesima sentenza per assolvere uno stupratore in un processo negli anni Cinquanta. Inoltre questo detto ricorda tragicamente le moderne considerazioni e i giudizi che spesso si fanno dei confronti di donne stuprate alle quali viene rimproverato un certo modo di vestire, attribuendo loro la colpa di “essersela cercata”.
Il secondo testo analizzato è, invece, tratto dagli Acarnesi di Aristofane, una commedia andata in scena nel 425 a.C. nel bel mezzo della guerra del Peloponneso, scoppiata nel 431 e voluta da Pericle. Diceopoli, il protagonista della commedia, desidera, mentre la città d’Atene è completamente devastata, assediata e distrutta dagli Spartani, la pace e, poiché nessuno lo prende seriamente, decide di farla da sé. Ciò che il professor Pellegrino ha maggiormente analizzato è stato il movente che Aristofane attribuisce allo scoppiare della guerra: il rapimento di alcune prostitute. Di fatto Diceopoli dice:
“Dei giovani sbronzi dal cottabo, andati a Megara, rubano la puttana Simeta, e allora i Megaresi, riempiti d’aglio per la rabbia, rubano per ripicca due puttane ad Aspasia. Allora scoppiò l’inizio della guerra per gli Elleni tutti, a causa di tre pompinare.”
La modalità utilizzata da Aristofane, a guerra in corso, di denunciare l’inutilità della stessa guerra che si stava combattendo, attraverso l’espediente di attribuire a tre prostitute la colpa per l’inizio del conflitto, indica, come dice Luciano Canfora, che la vera parresia ad Atene era a teatro. L’interpretazione di questi versi da parte del professor Pellegrino è stata chiara, Aristofane intendeva dire che, differentemente da ciò che vuol far credere la propaganda, non c’è mai alcuna ragione che possa giustificare la guerra, e lo fa attraverso la beffa e la colpa paradossale di un numero indecente di morti, di distruzione e rovina a tre prostitute.
Alla fine della brillante relazione del professor Pellegrino, gli studenti in collegamento si sono fatti avanti con domande e riflessioni.
La prima domanda riguardava l’influenza che la letteratura e il teatro esercitano sulla realtà, facendo riferimento all’opera Le Nuvole di Aristofane, che sembrerebbe aver contribuito alle accuse contro Socrate.
Secondo il professore, la satira consisteva in un’esibizione, che aveva un inizio e una fine. Guardando i Cavalieri o i Babilonesi, Cleone non si sentiva minacciato, poiché sapeva che la critica durava quanto lo spettacolo e non avrebbe avuto conseguenze. Nessuno si sarebbe comportato differentemente dopo aver visto uno spettacolo, e questo lo dimostra la storia: le due satire sono state pubblicate rispettivamente nel 424 a.C. e nel 426 a.C. e la guerra del Peloponneso è terminata nel 404 a.C.
Socrate, allo stesso modo, era spesso rappresentato da Aristofane come un sofista, a metà tra la realtà e la parodia. Questa rappresentazione era fine a sé stessa, incapace di influire veramente sulla sua condanna, soprattutto perché era la norma che la satira prendesse di mira i personaggi più famosi, rendendola quindi una fonte assolutamente parziale.
Il secondo quesito è nato da una riflessione: le donne nei miti hanno una grande rilevanza, al contrario di quella che veniva data nella loro società. Perché dunque renderle centrali in così tante storie? A ciò il professore ha risposto che, nonostante le donne nella letteratura, a causa della società maschilista, siano sempre state usate come ornamenti, la loro centralità è innegabile. Afferma con sicurezza che le donne non possono essere ignorate in quanto sono l’altra metà, proprio come nel mito degli androgini narrato dallo stesso Aristofane nel Simposio di Platone. Quando non ci sarà più bisogno di parlare di parità di genere allora la società sarà finalmente matura.
Un altro studente si è chiesto se esistesse una vera identità greca, considerando gli avvenimenti che sono stati presi in esame con Erodoto.
Il professor Pellegrino risponde che dai quattro libri di Erodoto ci arriva un insegnamento importante: ovvero che è normale che ci siano popoli diversi dai Greci e che non sono tutti nemici: semmai lo diventano per altri motivi. Ciò lo riscontriamo nel mito in cui Asia ed Europa sono divise da Zeus e in cui Serse avrebbe superato lo stretto di Dardanelli commettendo un peccato di hybris. Erodoto unisce questo mito insieme alla battaglia di Salamina, un evento storico, per cercare di dare una spiegazione completa dell’origine dell’astio tra Greci e Persiani. Il professore ha fatto anche un parallelismo tra il secolo breve che va dal 490 al 405, costellato di guerre, concluso con la battaglia di Egospotami, e il 1900, evidenziando le similitudini di questi periodi esortandoci a studiare la storia per non doverla ripetere, citando a questo proposito una celebre frase di Einstein: “Non so con quali armi si combatterà la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta sarà combattuta con pietre e bastoni”. In conclusione, il professore ha affermato che se gli uomini imparassero a non essere ostili verso ciò che non conoscono e si prendessero del tempo per conoscere il passato, non combatterebbero le guerre.
L’ultima domanda è stata più uno spunto di riflessione proposto da un docente del Liceo “Ignazio Vian” e riprende l’affermazione che se le prostitute non avessero voluto essere rapite non lo avrebbero permesso. La riflessione si incentrava su come questo tipo di affermazioni vengano proposte ancora oggi, quando le vittime di violenza vengono addirittura incolpate per l’accaduto. Il professor Pellegrino definisce queste accuse becere e maschiliste. Afferma che la donna deve sentirsi libera come desidera, anche di dire di no. Inoltre, anche se un amore finisce, il rispetto deve rimanere. Il riferimento evidente è per il femminicidio di Federica Torzullo, di Anguillara. Queste catene di violenze erano già evidenti nell’Antigone di Sofocle, ed è anche per questo che dovremmo sempre rileggere i classici.
