Tutti a scuola studiamo i grandi classici della letteratura italiana, e tra questi, soprattutto le tre corone: Dante, Petrarca e Boccaccio. Ebbene, tutti (più o meno) amiamo e abbiamo amato Dante, per la sua opera titanica, e per tutti è stato facile approcciarsi al Decameron del Boccaccio, grazie anche alle sue note comiche.
Ma Petrarca? Era davvero così noioso e arcaico, come ce l’hanno sempre dipinto?

Foto di Adrián Winter da Pixabay

Tanto per iniziare, bisogna comprendere che Francesco Petrarca è stato un assoluto innovatore della letteratura, e i suoi rimandi alla modernità non si applicano (come analizzato successivamente) solo riguardo alla sfera emotiva, che riesce a legare il XXI secolo col XIV, ma anche in un ambito più accademico: basti pensare che nella sua Chiare, fresche et dolci acque (Rerum Vulgarium Fragmenta detto Canzoniere, CXXVI) anticipa il rapporto natura-uomo che si concretizzerà nel Romanticismo ottocentesco, o ancora, per la prima volta ci si stacca dalla poesia “scolastica” (definita così sia per il suo legame con l’omonima filosofia di Tommaso D’Aquino, sia per la sua volontà allegorica) e abbraccia una poesia lirica (nel senso moderno del termine).

Ecco, è proprio questo legame con la poesia soggettiva che, anche se non ce ne rendiamo conto, ci lega così profondamente a questo autore.
Petrarca è sicuramente il “poeta del dissidio”, ma per essere tale bisogna prima definirlo “poeta dell’introspezione“. Non a caso affine al pensiero neo-platonico e quindi dissimile dall’aristotelico scolastico. Ciò che sfugge nell’analisi odierna del poeta, ciò che davvero manca nell’insegnamento (non accademico) di esso è, quindi, proprio la sua onestà intellettuale, che gli permette di accedere alla enorme e variegata dimensione della sua mente. Ma non “intellettuale” in quanto lontano e superiore, bensì in quanto onesto e schietto nell’ammettere le sue ipocrisie, le sue fragilità, i ripensamenti e i difetti.
Leggendo Petrarca cadono le convenzioni, non si scrive più (solo) per un pubblico, secondo regole canoniche e come intento finale l’estro poetico. Cessa tutto questo: il poeta inizia a scrivere per sé stesso.
La cameretta (RVF CCXXXIV) a Valchiusa, l’autore scisso in uomo e coscienza del Secretum, sono tutti elementi che seguono lo stesso filone dell’infinita ricerca di sé.

Incisione di F. Petrarca, Raffaello Morghen 1822.

Bene, ma quindi? Cosa possiamo ricavare nel 2026 da una lettura della sua poesia?
Viviamo in una società che sempre più opprime e seda le nostre emozioni per “non farci pensare”. In un mondo che odia l’interiorizzazione, è importantissimo e fondamentale scoprire chi si è veramente, e Petrarca è uno strumento utilissimo per questo: il poetare soggettivo in generale, ma soprattutto quello di un’epoca così lontana da noi come il Trecento, può davvero farci riflettere profondamente sulle nostre emozioni e sulle nostre ipocrisie, rendendoci coscienti del nostro animo, rendendoci atti al pensiero critico interiore.

Petrarca non è come tradizionalmente viene insegnato a scuola. Non è un vorticoso giro di parole infinito che non concretizza mai nulla, non è un “noiosone” e tantomeno un lamento continuo: è invece una porta all’analisi psicologica, Petrarca è una strada che partendo dal XIV secolo arriva al XXI, facendoci capire come i sentimenti, le emozioni e la soggettività del poetare siano eterne, e impossibili da racchiudere in un limitato periodo temporale.
Petrarca è e deve diventare sempre di più il tramite tra letteratura, bellezza (il, citando N. Sapegno, “catarsi della forma”) e psiche.

L’invito è dunque quello di non soffermarsi solo sul livello superficiale dell’analisi letteraria-accademica, ma di andare più a fondo: di utilizzare quegli strumenti per scendere ininterrottamente prima nell’animo del poeta “emblematico” (vd. G. Contini, Preliminari sulla lingua del Petrarca, riguardo il confronto “Dante-allegoria Petrarca-emblema”) e poi, finalmente, nel nostro.

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