Si dice che dai classici si debba imparare e che dallo studio dei classici si possano trarre gli strumenti per vivere meglio, consapevoli del passato per affrontare più coscientemente il futuro. Eppure c’è chi, di recente, ha pensato di censurare Platone. La vicenda risale all’inizio dell’anno, quando alcuni giornali hanno annunciato che in Texas, presso la “Texas A&M University”, il professore di filosofia Martin Peterson è stato invitato a rimuovere dai suoi programmi alcune parti del Simposio di Platone. 

A chi non conosce il contenuto dell’opera tale decisione potrebbe sembrare inspiegabile o, quantomeno, anomala per il periodo storico che abbiamo vissuto finora, in cui, nel nostro Occidente, si è parlato raramente di censura. Si tratta, in realtà, di un segnale inequivocabile del fatto che qualcosa sta cambiando e prenderne atto è fondamentale.

Prima di approfondire la questione, è necessario parlare brevemente del contenuto e della struttura dell’opera, cominciando dal titolo: il “simposio”, infatti, nell’antica Grecia era quel momento di convivialità che seguiva il banchetto in cui un gruppo di uomini, tendenzialmente di alta estrazione sociale, si riuniva per bere e per intrattenersi con conversazioni filosofiche, musica, declamazione poesie o danze. L’opera di Platone, quindi, ha luogo proprio in questa circostanza, e i protagonisti, tra cui personaggi del calibro di Aristofane, Alcibiade e Socrate, sono riuniti in simposio, con l’intento di intrattenere una conversazione filosofica sul tema dell’amore. 

In questa occasione, tutti i commensali pronunciano un elogio a Eros, dio dell’amore. Tra gli elogi, spicca quello di Aristofane: il commediografo, nell’atto di lodare il dio dell’amore, racconta quello che diverrà noto come “mito dell’androgino”. Secondo il mito, in origine, i generi umani erano tre: maschile, femminile e androgino, cioè un genere che partecipa e della natura maschile e di quella femminile. L’essere umano, poi, aveva forma fisica circolare ed era dotato di quattro gambe, quattro braccia, due volti e così via: aveva, dunque, una doppia natura, che poteva essere o interamente maschile, o interamente femminile o sia maschile che femminile. Zeus, a causa della superba arroganza – cioè, della tracotanza – degli uomini, decise di dividerli in due parti, per indebolirli: il re dell’Olimpo, infatti, temeva che questi potessero aspirare al potere divino. Da quel momento in poi, gli umani hanno sviluppato il desiderio di ricomporre quell’unità spezzata, e, per questo, ognuno si affanna nella ricerca di quella “metà” perduta, con cui attende di riunirsi. 

Qui il collegamento con il motivo della censura: il mito dell’androgino presuppone il fatto che ogni umano cerca quella metà che, in origine, partecipava della sua natura unitaria, che può essere uomo, o donna, indistintamente. 

Aristotele e Platone nell’affresco Scuola di Atene, di Raffaello Sanzio, Stanza della Segnatura, Musei Vaticani

A questo punto, la situazione inizia a divenire più chiara, se si pensa alla linea politica che il governo americano sta seguendo in questi ultimi anni: l’idea che Platone consideri come naturale la ricerca libera dell’uomo della sua metà perduta, addirittura rinvendenone le radici alle origini dell’umanità ipotizzando una primitiva unione, ha evidentemente fatto storcere il naso a qualcuno. Platone, per bocca di Aristofane, di fatto “giustifica” l’omosessualità come connaturata alla condizione umana del singolo individuo, dando per scontato il fatto che l’amore non si cerca in base al genere, ma solo con l’intento di ricomporre la propria natura originaria, che poteva essere solo maschile, solo femminile, o androgina. 

È stato dichiarato esplicitamente, nel tentativo di giustificare la censura, che il Simposio, in alcuni dei suoi passaggi, “si presterebbe a interpretazioni non binarie dei generi”: ciò che è davvero grave, al di là del fatto che è inquietante pensare che al giorno d’oggi ci sia qualcuno che si propone di tenere a bada le interpretazioni della letteratura, è che, ormai, non si prova nemmeno più a nascondere il tentativo di mettere in atto una censura, ma di fatto si dichiara esplicitamente che certe cose “è meglio non leggerle”. 

La censura di un’opera letteraria, ancor di più se si tratta di un’opera filosofica del calibro del Simposio, è un segnale inequivocabile del fatto che qualcosa di grave sta accadendo, cioè che il mondo è – e probabilmente sarà – sempre meno libero. Si sta andando a tutta velocità nella direzione in cui “meno si sa, meglio è” per chi ci governa, e l’atto della censura ne è l’esempio più emblematico: “censurare” è imporre un controllo morale su delle opere ed è, di fatto, una limitazione che impedisce all’individuo di conoscere, e, conseguentemente, di ragionare e discutere. Studiando la letteratura, infatti, è impensabile che ci si trovi in accordo con tutto ciò che si legge ed è altrettanto irrealistico pensare che si possa arrivare considerare legge il pensiero di ciascun autore, tanto da influenzare direttamente aspetti come la propria sessualità o percezione di genere. È vero, invece, che lo studio della letteratura consente all’individuo di entrare a contatto con quante più realtà sia possibile e, rielaborando quanto appreso, questi diviene in grado di assumere un atteggiamento critico nei confronti di ciò che conosce e, di conseguenza, è in grado di costruirsi un proprio pensiero. L’atteggiamento critico, infatti, si sviluppa solo grazie a un ampio bagaglio di conoscenze, che vanno confrontate, discusse, approfondite e messe in discussione, al fine di creare spunti di riflessione inediti da cui trarre le proprie conclusioni: è proprio questo, probabilmente, ciò che vuole evitare chi pensa alla censura come mezzo di controllo di massa. Una capacità critica poco sviluppata corrisponde a un’incapacità di mettere in discussione le decisioni altrui, e questo favorisce senza dubbio chi vuole governare il mondo secondo i propri interessi personali, senza avere bastoni tra le ruote. 

Raffigurazione del rebis o androgino nel trattato di alchimia Rosarium Philosophorum. Fonte immagine: Wikipedia

La raffinatezza del pensiero platonico si è rivelata tristemente incompatibile con il mondo dei nostri giorni, in cui è un’utopia pensare di poter vivere liberamente la propria sessualità e, più genericamente, la propria stessa percezione di sé. Ancor più inquietante, poi, il fatto che la libertà personale dell’individuo stia venendo intaccata in maniera così esplicita, tanto da arrivare alla censura di un intellettuale come Platone in un luogo come l’università, che, per sua stessa definizione, dovrebbe essere il tempio del sapere alto.

Cosa fare? Leggiamo il Simposio, e leggiamo qualsiasi cosa sia stata o sarà censurata, anche solo per poter dire, con cognizione di causa, che non ci è piaciuta.

Di Thomas Giuffrida

Thomas Giuffrida frequenta il liceo classico. Attento osservatore, è convinto che solo attraverso uno sguardo si possano comprendere dettagli della realtà che sarebbero nascosti anche da mille parole. Considera scrittura e fotografia i mezzi di espressione più potenti in assoluto, in grado di generare le emozioni più belle e profonde, intimamente legate a ogni preciso istante della propria vita. Perfezionista e testardo, è determinato a raggiungere i propri obiettivi, nonostante qualche insicurezza e preoccupazione di troppo.

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