Articolo di Giulia Sangermano e Gaia Bello

Non sono poesie quelle di Benedetta Gulli, ma frammenti della sua anima, del suo quotidiano. Non sono poesie, ma un personalissimo metodo di trovare un senso e un ordine nella confusione. Non sono poesie, ma il disperato tentativo di capirsi nell’affanno della corsa di tutti i giorni, nella voracità del vivere attuale.

Quelle di Benedetta, studentessa del quinto anno del liceo classico “Sandro Pertini”, che a soli diciassette anni scrive e pubblica una raccolta di poesie, non sono appunto, poesie, ma, come suggerisce il titolo completo dell’opera, che riprende quello del Canzoniere di Petrarca, delle schegge, delle parti di lei.
Tutta la raccolta nasce dall’esigenza di capirsi e di far ordine nella propria mente, in un momento particolarmente difficile della propria vita. Benedetta infatti non ha bisogno di scrivere letteratura per intrattenere. Non vuole confezionare belle poesiole levigate: ha semplicemente e disperatamente la necessità di sfogarsi, di capirsi, di aprirsi a sé stessa. E di sé stessa e del suo libro ha parlato al Liceo “Sandro Pertini” di Ladispoli, lo scorso 29 aprile.

Ad attenderla un’aula magna gremita di curiosi, tra professori, studenti, genitori e amici, che non si sono limitati ad ascoltare, ma sono intervenuti attivamente, facendo domande e dando pareri personali. La presentazione ha avuto inizio con un’introduzione della professoressa Gianna Cappella la quale, dalla lettura della raccolta, ha notato una sorta di continua contraddizione. Benedetta lo ammette: nella sua opera la contraddizione c’è, e non è sbagliata di per sé. La scrittura infatti non cura, né da soluzioni: semplicemente aiuta a organizzare le idee, a vedere su carta la contraddizione, a percepire concretamente quei pensieri che altrimenti si confonderebbero in maniera caotica nella mente. “L’uomo è fatto di contraddizioni”, afferma la giovane scrittrice. “Bisogna riconoscersi uomini e di per sé fragili”.

Un importante campo semantico, molto presente e quasi martellante, è quello della corsa, che nel libro sembra ripetersi continuamente, in maniera affannosa, ansante. La professoressa Cappella si chiede dunque se sia una corsa verso un fine oppure una fuga. Benedetta risponde semplicemente che è sempre un andare oltre: le sofferenze, il dolore, quel metaforico spigolo che fa male, ma che c’è, ed essendoci non può essere evitato.

Per Benedetta la parola è un pharmakon: sia cura che, potenzialmente, veleno. Tutto si può affrontare, e per Benedetta la medicina di questa sofferenza è stata proprio la parola, il cercare di capirsi.

Leggendo le poesie emerge subito che nonostante la giovane età la cultura di Benedetta è vasta. I suoi componimenti, come ha potuto facilmente notare la Professoressa Cappella nel dialogo con l’autrice, sono pieni di rimandi alla classicità, alla letteratura. Non sono citazioni erudite ed affettate, ma una dimostrazione di quanto la sua cultura umanistica sia diventata parte di lei e strumento non solo comunicativo ed espressivo, bensì anche strumento mediante il quale lenire il dolore. In fondo dovrebbe proprio questo essere lo scopo della scuola: non imporre nozioni, bensì istruire affinché gli insegnamenti elargiti diventino parte integrante dell’uomo, che possa sfruttarli a proprio vantaggio nelle situazioni più complesse.

Dopo la presentazione e gli interventi della Professoressa Cappella, è stato dato spazio alle domande del pubblico, che ha mostrato interesse riguardo al significato delle poesie, alla vita della giovane autrice e al dietro le quinte del libro.

Ecco qualche domanda del pubblico, e la sintesi delle risposte di Benedetta.

– Hai trovato una guarigione fin dall’inizio?

“Scrivere non mi ha fatto ‘sentire meglio’, ma mettere per iscritto i miei pensieri mi ha aiutata e continua ad aiutarmi a mettere ordine, a comprendere cosa provo”

– Una poesia della raccolta, ‘Io cado’, dice che quando cadiamo non ci piace fare rumore. Non pensi che sarebbe meglio farci sentire e chiedere aiuto?

“La mia generazione sembra farsi problemi a chiedere aiuto, come se non volessero mostrare le loro debolezze. Comunque, molte poesie di questa raccolta si distinguono per un pessimismo che è scemato col tempo, perché ho maturato nuove consapevolezze”.

– Qual è stata la prima poesia che hai scritto? E quando l’hai scritta, pensavi già di scrivere un libro?

“Non ricordo quale sia stata la prima: le ho scritte tutte insieme per superare un periodo di angoscia, per non tenermi tutto dentro.

Non pensavo di tramutarle in una raccolta; le facevo leggere ai miei conoscenti come una richiesta di aiuto, invece loro mi facevano i complimenti per come erano scritte bene. Ho capito quindi che il mio dolore toccava quello degli altri, che vi si rivedevano”.

– Come fai ad avere uno stile così ricercato?

“La cultura ricavata dai miei studi, le conoscenze che ho acquisito a scuola, le ho utilizzate istintivamente per esprimermi, ma anche la semplicità e il bisogno di comunicare sono stati essenziali”.

– Che percorso poetico vorresti intraprendere?

“Non mi sento poeta, ma in quel momento per me la poesia è stata congeniale. Grazie a essa immagino un futuro più felice, perché ho trovato il mio metodo di comunicazione.”

– Che ruolo ha avuto la lettura nella tua vita?

“C’è sempre stata. La scuola l’ha indirizzata verso temi più critici, ma prima leggevo molti romanzi.”

– Sei una ragazza che si impegna anche nel volontariato. Quanto ha inciso alla tua sfera interiore?

“Anche il volontariato è stato importante, ma la poesia è principalmente funzionale alla realtà.”

– Come si fa a pubblicare un libro?

“La casa editrice (Abra Books) aveva organizzato un concorso di libri di poesie. Io avevo inviato la mia raccolta senza aspettarmi molto, invece è stata selezionata, e pagando una modica cifra l’hanno pubblicata.”

In conclusione, Benedetta ci ricorda come da questo suo percorso pieno di spigoli sia emersa una nuova, migliore versione di sé; citando la professoressa Cappella, “Cadi, e risorgi più forte di prima”. Concludiamo questo articolo con la poesia che chiude la raccolta, “Eppure corro”:

Si è tutti in una competizione differenziata
Individuale, morale, fisica
Con l’unico scopo di giungere alla fine
Con meno danni possibili.
Tu corri.
Sbrigati!
Nessuno conosce le regole,
Ma tutti sanno degli spigoli

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