Recentemente alla Commissione Lavoro dell’Unione Europea sono state presentate proposte per la regolarizzazione dei cosiddetti “lavori da piattaforma”. Malgrado l’importanza, la notizia non ha trovato molto spazio nei telegiornali e nelle trasmissioni di approfondimento, monopolizzate dagli eventi attuali che tengono il mondo con il fiato sospeso.

I lavoratori da piattaforma, conosciuti con il nome di rider, costituiscono una categoria che nel tempo si è allargata notevolmente, sia per l’espansione della tecnologia, sia per la crisi del mercato dell’occupazione.
Questi nuovi lavori sono di facile accesso: basta registrarsi su una app e compilare i moduli richiesti. La facilità di accesso ha, però, un prezzo da pagare: le retribuzioni sono molto basse e le condizioni di lavoro disagiate, tanto che questa occupazione viene considerata temporanea, un ripiego momentaneo prima di trovare di meglio.
Rispetto ad altri tipi di lavoro temporaneo, spesso svolti da ragazzi per fare esperienza qualche mese e senza una vera necessità economica, i lavori dei rider sono svolti anche da padri di famiglia che sono stati espulsi anticipatamente dal mondo del lavoro, oppure da trentenni con un grado di istruzione elevato che non riescono a trovare un lavoro adeguato alle loro competenze, ma sentono il bisogno di guadagnare qualcosa per rendersi autonomi.

Uno degli aspetti più inquietanti di questi nuovi lavori è il fatto che il datore di lavoro sia un algoritmo, un programma informatico che controlla e giudica il lavoratore, che non avverte nessuna presenza umana. Egli non conosce le tecniche con le quali le chiamate vengono smistate, non conosce neanche il giudizio sui risultati: è completamente solo, non ha colleghi che diventano rivali: surreale è l’immagine dei cellulari di rider appesi ai rami degli alberi per avere una maggiore probabilità di ricevere telefonate. Inoltre se si ammala non lavora e non guadagna, se rifiuta le chiamate scomode (come consegne in luoghi lontani o disagiati) l’algoritmo inizia a penalizzarlo.

Ammesso che l’entità piattaforma/algoritmo sia un “datore di lavoro” tradizionale, allora si potrebbe pensare ad un tipo di lavoro dipendente, con tutte le tutele, come malattia, ferie, permessi, premi. Questa proposta è naturalmente contrastata dai gestori delle piattaforme, per i quali le tutele dei lavoratori rappresentano una perdita di guadagno.

Ancora non è noto se le richieste e le raccomandazioni presentate in Commissione Europea saranno accolte o meno. Certamente il fatto che possano esistere rapporti uomo-macchina così stretti su un aspetto così importante della vita umana, come il rapporto tra lavoratori e aziende, spaventa molto e richiama scenari da futuro oscuro, dove le macchine non solo sostituiscono gli uomini in molti lavori, ma ne diventano i padroni: la nostra vita dipende da algoritmi che girano in qualche altra parte del mondo.

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Cover: Image by KaiPilger on Pixabay

 

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