È questa la domanda che logora gli appassionati: ormai da anni, nel panorama mainstream e commerciale musicale italiano, manca sempre di più una figura definita e strutturata di quella che dovrebbe essere la principale forma di espressione nella musica leggera: l’album costruito su un’idea portante, il caro vecchio concept album.

Perché? La risposta alla domanda è piuttosto semplice: con l’avvento della globalizzazione e della digitalizzazione la musica è diventata sempre più un’arte da “sottofondo”, che sì, accompagna quotidianamente le nostre vite, ma che non viene mai presa davvero sul serio. Questo approccio all’arte deriva unicamente dalla fame del mercato, derivata a sua volta da un processo che possiamo definire come una diseducazione del pubblico:

Il pubblico deve essere sottoposto a un’educazione e a un’“istruzione” adeguata per comprendere al meglio un’arte, come accade nella convenzionale storia dell’arte (scultorea, figurativa, architettonica…) e in altre sfaccettature delle arti stesse (la musica classica, il cinema, la letteratura…), ma che manca, da anni in Italia, quando si parla del mondo della musica leggera.

Il pubblico, dunque, non sviluppa uno spirito critico e non riesce a distinguere la qualità dalla sua mancanza se, come è successo in questo Paese, gli vengono dati per anni e anni unicamente prodotti mediocri e insulsi, convincendolo che “è la musica commerciale che è così.

Ma perché deve essere così? Perché abituare un popolo al brutto? Semplice: il brutto è più facile da produrre del bello. Perché creare un mercato che gira attorno alla qualità e che dipende dalla critica di ogni individuo se posso crearne un altro che si basa su prodotti scadenti ma allo stesso momento profittevoli? Questo spiega la perdita di questo formato di fruizione: gli album musicali oggigiorno consistono unicamente (sempre parlando strettamente del panorama mainstream italiano) in un accumulo di canzoni non collegate tra loro e senza una coerenza.

Non bisogna confondersi: non ogni album deve essere un concept album, sia chiaro, ma ogni album deve essere costruito come tale e avere una coerenza in sé stesso. Prendiamo come esempio La Voce del Padrone, il capolavoro di Battiato del 1980 e confrontiamolo con Santana Money Gang, 2025, di Sfera Ebbasta e Shiva. Entrambi prodotti super commerciali, entrambi dischi “estivi” ed entrambi amati dal pubblico. Molto simili all’apparenza, no?

Assolutamente no. Si trova una coerenza assoluta nel disco del 1980, sia nella registrazione che nei testi e nel sound. La ricerca della hit insieme al ritmo scandito tra le tracce sono riuscitissimi e non risultano ostinati. Un prodotto senza tempo e che riesce nel suo intento: divertire e settare uno standard per la commercialità musicale italiana. Standard che viene meno nel disco del 2025, un insieme di canzoni scollegate tra loro, che il pubblico scorderà in poco tempo e che non appaiono frutto di impegno e di sincera espressione artistica, ma di mera obbedienza a ordini discografici.

Non c’è dubbio quindi che si trovino discrepanze e differenze incredibili tra il commerciale di oggi e quello di ieri. E non c’è niente di sbagliato nel rendere la musica leggera commerciale: sempre lo è stata e sempre lo sarà. Quello di cui bisogna lamentarsi non è la commercialità, ma la qualità dei prodotti che ci vengono venduti.

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